VISITANDO IL PASSATO
Eremi ed eremiti in Val di Non 

Storie di eremiti della nostra valle -   di Piergiorgio Comai



Nella ricerca di notizie in Internet sulla chiesa di san Pietro, del suo romitorio e degli eremiti che si sono succeduti, spesso mi sono trovato a leggere storie di altri eremiti e dei luoghi in cui vivevano. Il fenomeno degli eremiti o solitari era più diffuso di quanto pensassi. Mi sono fatto un'idea del modo e delle procedure per essere autorizzati a  questuare vestendo un proprio abito e di avere in affido un luogo dove vivere e badare a una chiesuola o a una cappella che normalmente vi era annessa. Talvolta esercitavano anche una professione, ad esempio: erborista, sarto, falegname, tornitore, tessadro, calzolaio, fabbro, damascaro o vellutaio. Alcuni avevano la patente di chiedere l'elemosina in tutta Europa e, in ogni caso, fuori dal territotrio. Coltivavano orto o campagna attorno al romitorio. Erano soggetti a controlli dell'autorità religiosa per verificare se adempivano alle precise regole sottoscritte, Furono presenti nei romitori della nostra valle anche persone da fuori. Non tutti si comportavano in modo esemplare e ciò indisponeva l'opinione pubblica nei loro confroni. Questa istituzione, dal Medio Evo, durò nel tempo fino al 1781 quando fu abolita la figura dell'eremita, pur rimanendo gli edifici sacri . Molte di queste piccole chiese o cappelle lentamente caddero in rovina e di alcuni si è persa traccia, quasi.

Provo a raccontare in un testo unico alcune notizie sui nostri romitori e le figure di alcuni eremiti che operavano in valle senza  pretese di scientificità o di completezza.


Eremo di Santa Giustina

Lungo il sentiero che da Dermulo (qualche centinaio di metri a nord) porta alla campagna di Tassullo scndendo al greto del fiume Noce si vedono i resti della chiesetta dedicata a san Cipriano e santa Giustina e locali di abitazione.

Una bella descrizione storica si trova sul sito del Coro Parrocchiale di Tassullo.
http://www.coroparrocchialetassullo.it/dermulo_file/dermulostory/EremoNotStoriche.htm

In data 26 novembre 1692 a fra Giovanni Battista Gilli da Taio,  fu concesso l’abito di eremita, con facoltà di abitare l’eremo di S. Giustina. Con l'aiuto del Vescovo e di Ferdinando Giovanni Spaur, ottenne dall'imperatore Leopoldo perfino la patente di questua per tutta la Germania. Di quanto raccoglieva poteva usarlo per il necessario sostentamento, ma non per beneficare altre persone o per donare a parenti; tutto quello che gli avanzava era obbligato di impiegarlo a beneficio della cappella e dell’eremo.

Eremo da sopra

I due eremiti Antonio Fuganti da Taio e Antonio Cavosi da Sfruz nel 1741 tentarono di convivere nell'eremo di S. Giustina (Dermulo). II Cavosi esercitava il mestiere di vetraio, era vedovo e dimorava in quel luogo da oltre due anni. Ma i visitatori del 1742, vista la poca armonia che regnava fra loro, la negligenza nell'adempimento dei capitoli loro prescritti e la poca cura dell'eremo, comandarono loro di deporre l'abito entro 25 giorni, lasciandoli poi liberi di tornare alle loro case.

Il 3 settembre 1766 subiva l'esame visitale fra Giambattista Rosetti. Era custode di S. Giustina da 23 anni e non ne aveva che 38. Era stato eletto giovanissimo con un voto della comunità di Dermulo e due dell'arciprete di Taio, come comportava l'uso. Vestito dal commissario del terz'ordine il 25 febbraio 1743, dopo un anno di noviziato, come prescrivevano le regole, aveva emesso la professione il 3 settembre 1744.  Come altri eremiti, mancava dal romitorio anche per un mese intero, quando d'inverno andava per il Tirolo questuando.

Eremo da sopra

Altre volte invece si assentava, per abitare insieme con il fratello don Giovanni Maria sacerdote a Coredo, o per ragioni di lavoro, perché, essendo sarto, esercitava il suo mestiere or qua or là, non però nelle case per secolari, ma solo per le chiese e gli ecclesiastici, secondo il permesso ricevuto dal vicario generale Rosmini. Il punto più debole però era quello che riguardava la vita spirituale. Non lasciava passar mese senza ricevere i Sacramenti, ma non aveva una regola fissa. Ai divini offici e alla dottrina cristiana talvolta mancava. Raramente faceva la meditazione; leggeva invece qualche libro ascetico. come Manna dell’Anima, le Meditazioni di S. Pietro d'Alcantara, S. Ignazio, il Bovio, la Filotea. A conclusione del lungo colloquio un breve giudizio dell'esaminatore che sottolinea le deficienze più gravi: Non servat ordinern diurnum nec vitam et eremiticam ducit. L'ultima notizia relativa a questo eremita non è molto confortante, Un ordine dell'Officio spirituale all'assessore di Cles, senza data, ma sicuramene del 1779 informava che il romito Giambattista Rosetti si diportava in modo indegno dell'abito, indulgendo perfino ad amoreggiamenti con donne. Perciò, per ovviare a ulteriori scandali si chiedeva di far deporre all'eremita il vestito e in caso di disobbedienza, farglielo levare “con forza da birri”.

Una curiosità: nel 1641 la "domina" Barbara Elena [del fu Giorgio Sigismondo] Thun di Castel Bragher, moglie del "dominus"  conte Cristoforo Riccardo [del fu Ercole] Thun  fa un lascito alla chiesa  dei santi Cipriano e Giustina presso Dermulo e l'eremita che vi risiedeva fa da testimonio al battesimo di Domenica Sembianti di Vervò.


Eremo di San Gallo di Cagnò

Nel 1687 Lorenzo Clauser da Romallo, aspirante all'eremo di S. Gallo (Cagnò), chiedeva di poter esser vestito dall'arciprete di Revò che lo presentava. L'occasione: era morto da due settimane l'eremita precedente. Avute le opportune informazioni, la facoltà gli fu concessa il 14 ottobre.

La vigilanza sulla condotta dei solitari spettava ai rispettivi curatori d'anime, come a quelli che erano a contatto più diretto con gli interessati. I visitatori vescovili del 1742 non restarono molto edificati del comportamento dei due eremiti di S. Gallo di Cagnò: fra Stefano Martinelli di Revò e fra Nicolò Micheletti di Varollo (Livo), poiché alla fine incaricarono il parroco di vegliare sul loro contegno, dandogli facoltà di privarli dell'abito, se non si fossero diportati meglio, come avevano promesso, perché a tutt'altro pensavano eccetto che ai doveri del loro stato. Eremo San Gallo - Cagnò

Fra Nicolò Micheletti da Varollo (Livo), custode di S. Gallo (Cagnò), riceveva il 28 maggio 1742 una patente speciale, durevole per un anno e valida per tutta la diocesi, fuori del tratto atesino extra tractum Athesinum per poter effettuare una questua straordinaria e colle elemosine non solo ridurre in buono stato l'eremo, ma costruirsi una stanzetta e provvedere ai bisogni della cappella. Affinché poi il contributo fosse generoso, si esortavano i parroci, i vicari, i curati, i sindici delle chiese e dei luoghi pii, infine tutti i fedeli a soccorrerlo «larga et benefica manu». Il 4 settembre 1747 la stessa autorizzazione gli veniva concessa di nuovo «ad trienium» dal vescovo Domenico Antonio Thun in castel Nanno.


Il 24 giugno 1751, quando si recò a S. Gallo, il delegato vescovile Giuseppe Premer, vi risiedeva fra Nicolò Micheletti. Il parroco non aveva nessuna lagnanza contro di lui, però l'eremo fu trovato in condizioni pietose. Anche all'esaminatore Valentino Zambaiti quel solitario non dovette far cattiva impressione, poiché notò che gli sembrava «probus». Era stato vestito dal primissario di Cagnò, sottodelegato dell'arciprete di Revò e a questi prestava rispetto e obbedienza. Da un anno e mezzo era affetto da ulcera a una gamba e perciò non era più in grado di frequentare la parrocchiale, come aveva fatto da sano. E a sostegno delle sue parole presentava un'attestazione di Nicolò de Preti, chirurgo di Cagnò, che dichiarava il romito impotente a camminare e obbligato a restar a giacere la maggior parte del giorno. Un tempo, per guadagnarsi il necessario, aveva lavorato presso suo fratello in campagna e in montagna; ora viveva affidandosi alla Provvidenza e con qualche aiuto dei paesani. Naturalmente non poteva questuare; per l'addietro l'aveva fatto e del ricavato si era servito per coprir la chiesa, fare una cameretta, ornarla con fiori e fare diverse cose necessarie.


Romitorio di San Bartolomeo di Sporminore

Da "Studi trentini di scienze storiche, Volumi 40-41, anno 1961", leggo che l'eremo di San Bartolomeo di Sporminore si ergeva "in colle quodam extra pagum" - su una collina di fuori del villaggio. L'eremita fra Giuseppe Dalmonego non andava nemmeno alla cerca,, ma si sosteneva col mestiere di sarto e di falegname (Tisles". Poi, a proposito di fra Giuseppe Perlotti, custode di S. Bartolomeo di Sporminore, gli Atti Visitali del 1766 riportano un'annotazione in disparte dell'incaricato vescovile Valentino Zambaiti: «Inutile terrae pondus»; e in fondo alla relazione: «Nihil prorsus valet». Difatti, interrogato chi fosse il suo superiore, rispose che suo confessore era il curato, ma che superiore non ne aveva, nisi se ipsum, notava il visitatore. Solo la Pasqua prendeva a Sporminore; durante l'anno diceva di confessarsi tre volte, ma c'era molto da dubitarne. Viveva coltivando alla meglio, perché era senza il braccio destro, un piccolo orto e due pezzi di prato; inoltre con la carità dei buoni. Un tempo era andato alla cerca, ma ora questuava solo un po' di grano, di legumi e di vino, perché era vecchio e pigro. Trascorreva quindi il tempo «inutiliter, otiose»; non sapeva leggere e si curava anche poco dell'istruzione religiosa.


Romitorio di  San Pangrazio di Campodenno

Eremo CampodennoNel 1666 il patrono della cappella di S. Pangrazio (Campodenno), il nobile Alessandro Oliva, la affidava a fra Paolo Robustelli dalla Valtellina, concedendogli la facoltà di abitare in una parte della casa posta sul dosso di S. Pangrazio, Il solitario avrebbe dovuto naturalmente diportarsi bene e procurarsi i necessari permessi presso l'Officio spirituale; perché avesse un decoroso sostentamento, l’Oliva gli assegnava i suoi campi d' intorno. Contro il custode di S. Pangrazio interveniva il 26 dicembre 1784 il curato di Campodenno, Francesco Campi. Egli informava che da qualche tempo nella sua cura viveva Giuseppe Micheli dalla Val di Flavon, vestito con abito eremitico. Si spacciava per custode di S. Pangrazio e andava in giro questuando, facendo molto bene il suo interesse D'altra parte però non si recava mai alla sua chiesetta, anche perché non vi poteva alloggiare, ma dimorava in paese, ora in questa, ora in quella casa, con poca edificazione della gente. Perciò aveva ritenuto suo dovere di avvertire, affinché quell'«occiosa persona” venisse con ordine superiore..... sloggiata, o al meno privata come indegna di quell'abito.

Lusinghiera invece la relazione del parroco di Denno sull’eremita di S. Pangrazio presso Campodenno, fra Giuseppe dalla Val di Flavon. Correvano voci non molto buone sul suo conto, ma secondo il sacerdote erano una mera calunnia. Difatti fra Giuseppe abitava nell'eremo, quando la stagione era buona; d'inverno invece doveva per necessità ritirarsi in paese e questuare per vivere. La sua condotta poi era a tutti di edificazione: frequentava i Sacramenti, interveniva diligentemente, per quanto lo permettevano le sue condizioni di salute, agli uffici divini a Campo e talvolta anche alla pieve di Denno, con incomodo del parroco che doveva dargli il pranzo. Bisognava pure tener conto che era incapace di guadagnarsi il pane, essendo storpio di un braccio e soggetto «al mal caduco Perciò lo giudicava degno di ogni compassione.


Eremo san Michele Arcangelo di Denno

Un giudizio poco lusinghiero sui solitari in genere si trova in una lettera scritta dal curator d'anime dello stesso paese, in cui esprimeva il suo pensiero riguardo alla domanda di un nuovo aspirante all'eremo di S. Michele Arcangelo (Denno). La vita infatti di quelli esistenti nei paesi dintorno, ben noti per le continue brighe che gli recavano, era una vita, secondo lui, oziosa, inutile e dannosa ai poveri. Il nuovo postulante non lo conosceva, perciò si rimetteva alla prudente saggezza del suo superiore.

Nel caso dell'eremo di san michele Arcangelo di Denno non si può parlare di vero eremo, ma di abitazione adattata in una casa comune. In "Trentino Alto Adige Südtirol, Volume 25, anno 2007", si parta di un edificio del 1200 molto interresante dal punto di vista artistico. Durante la visita del 1751, nella casa rustica della famiglia Belfanti, furono trovate due stanze "duo cubicula" destinate all'eremita, di cui si tace il nome. Non si dice per qual motivo, ma solo genericamente « per giuste cause un decreto personale proibiva di accettare eremiti a S. Michele Arcangelo. Anche presso la Santa di Flavon, di proprietà dei Cavalieri Teutonici, ma feudo del conte Felice di Sporo, stava un eremita, fra Tomaso Cattani da Termon, che aveva la sua abitazione presso la chiesa, dove dimoravano pure i coloni del feudo.


Eremo alla Santa Flavon o Campodenno

La SantaLa Santa con cappella di Santa Maria Maddalena era un tenpo gestito dei Cavalieri teutonici, ma proprietà del conte Felice di Sporo (1751) a Flavon. Nel 1742 era custode a La Santa di Flavon fra Giovanni Battista Cattani del luogo; ma di eremita aveva ben poco: un'idea errata della vita solitaria, poca conoscenza della dottrina cristiana, scarsa pietà e irrequietezza che gli impediva di abitare sempre l'eremo. Molto peggiore era quel fra Francesco Menapas di Pavillo, di cui parla una lunga lettera del conte Felice di Sporo al convisitatore vescovile in data 22 luglio 1751. In essa informava che il solitario già da 12 anni menava vita eremitica. Egli stesso, spinto da istanze e intercessioni continue, gli aveva assegnato l'abitazione nella sua casa presso la cappella di S. Maria Maddalena (La Santa). Non l'avesse mai fatto: L'eremita si era diportato male, nonostante tutte le ammonizioni e le minacce fatte da lui, dai parroci di Denno, di Flavon e da altri sacerdoti. Non potendo tollerarlo più a lungo, l'aveva cacciato avanti un anno. Ma quel bel tipo non si era dato per vinto e, sempre vestito da eremita, colle raccomandazioni e le patenti strappategli dapprima con lusinghe e promesse, andava questuando per lo più in Germania, con grave danno d'altri poveri e bisognosi, e, quello che è peggio, adoperando male l'elemosina con scandalo della gente. Difatti vagabondava da un'osteria all'altra, continuamente ubriacandosi,Alla Santa bestemmiando. facendo anche rissie (sic!) e minacie ora ad un or all'altro, ed altre simili iniquità Perciò supplicava che al «detto birbante Francesco Menapas» fosse levato l'abito. 

Lodevole invece la condotta di fra Faustino Banal, in un primo tempo terziario cappuccino, poi eremita coll'abito del Terz'Ordine francescano a S. Maria Maddalena. Nel 1766 abitava a Denno, dopo aver rinunziato all'eremo, per ritornare alla propria casa e assistere la vecchia madre povera e impotente. Portava, è vero, ancora l'abito, ma solo per poter guadagnare qualche cosa elemosinando; del resto lo portava degnamente. Era buono e penitente, tanto che andava sempre scalzo, anche nel rigore dell'inverno, e non per ipocrisia, «ma per vera pietà».


Santa Emerenziana di Tuenno

s.EmerenzianaNegli anni 1697- 1699 l'eremo fu abitato per due anni dal venerabile anacoreta Bartolomeo Sandri di Tuenno. In seguitogli fu affidato l'eremo di Santa Giustina.   II 9 luglio 1766 veniva chiamato a rispondere alle consuete interrogazioni della sacra visita fra Cristiano Purgtscher, Vista da s. Emerenzianaeremita a S, Emerenziana di Tuenno. Era di Serfaus nella giurisdizione di Landeck (diocesi di Bressanone). Viveva solo nell'eremo e passava il tempo lavorando da tornitore e da giardiniere. Specialmente in tempo di primavera offriva la sua opera ai signori dei vari castelli vicini (Valer, Nanno, Belasio). Teneva anche in locazione, dietro un livello annuo di 30 troni, qualche terreno appartenente alla chiesa. Non andava mai alla questua. Anche alle domande più importanti sul servizio divino e sulla vita di pietà rispose “competenter et recte”. Ma l'esaminatore non dovette esser troppo persuaso delle belle risposte, se alla fine della relazione lasciò questa noticina: « Est astutus et versipellis et bibulus.


San Biagio di Revo (Romallo)

San Biagio RomalloUna bella e approfondita ricerca sull'eremo - chiesa di San Biagio si può leggere sul libro "L'eremo di Saan Biagio in Vla di Non, 2003, di Roberto Pancheri. Sono ricordati i molti romiti a cui fu affidato l'eremo. Dal 1624 l'eremita di San Biagio fu tale Jacobus Bitner, oriundo della regione tedesca della Slesia (oggi in territorio polacco), di professione pittore. Il successore di Bitner fu l’eremita Tommaso Ignazio Tabarelli. Seguì poi, a partire dal 1694, Lorenzo Gentilini da Romallo. In quel tempo l'eremo apparteneva ai signori Conti d’Arsio. L'ultimo eremita di San Biagio si chiamava Lorenzo Antonio Bertolini ed era nato nel vicino paese di Dambel. Aveva vestito l’abito di eremita intorno ai ventun’anni, nel 1725 e, presentato dal signor conte Giorgio d’Arsio, gli fu affidato detto eremo. Il visitatore nel 1766 du molto soddisfatto del colloquio avuto con fra Lorenzo  e alla fine annotò: « Est vere probus et rectus». Egli non praticava la questua, riuscendo a vivere del proprio lavoro e delle elemosine spontaneamente elargitegli. Ora la chiesa e l'eremo di San Biagio sono di proprietà della famiglia Facinelli ed è visitabile


Nel corso del Settecento si trova qualche solitario anche presso San Romedio in val di Non, ma sempre alle dipendenze del priore. Abitava nella casa beneficiale.

A Sfruz. al servizio della chiesa di S. Agata, viveva nel 1751«solus privata» Pietro Cavosi, Cavos eremita del Terzo Odine Francescano. Non era molto fedele agli impegni presi, ma in compenso aiutava a istruire i fanciulli nella dottrina cristiana.

A Vervò nel 1779 Giovanni Nicolò Nicoletti fa il romito (eremita) e sacristano. Nel 1785  l'Arciprete a Mulis (Dallemulle) Simone Antonio da Cembra  lo autorizza a ricevere due troni di carità dalla chiesa di san Martino.


Eremo di San Giovanni Battista del Casale

Aggiungo anche le vicende di un eremo della val del Sarca, quello di san Giovanni Battista del Casale.

Sul fianco Nord del monte Casale poco dopo aver imboccato la strada verso Tione, a sinistra sale una stradina e passa dove si vede ancora qualche resto della chiesuola e un muro dell'abitazione dell'eremita. Si hanno notizie di questo romitorioVecchia foto dal Medioevo. Presso l’eremo nel 1593 c’era Giacomo Bassetti che aveva reso abitabile i ruderi. Nel 1612 su casale c’era un eremita di nome Cristiano. Nel 1660 vi abitava Pietro Pedrini , terziario francescano. Alla morte del Pedrini, nel 1666, l’eremo venne concesso a Tommaso Prati.posto del Romitori scomparso

Nel 1673, fra i decreti personali, emessi alla fine visita pastorale nella pieve di Calavino, uno ordinava a fra Tomaso Prati, solitario di San Giovanni Casale, di risiedere nell'eremo da lui stesso domandato; di condurvi vita ritirata “spirituale”; di custodire e curare la nettezza della chiesa. Lo si esortava infine a non accontentarsi di ricevere i Sacramenti solo una volta al mese, ma più spesso, mentre per un conveniente mantenimento lo si raccomandava al parroco e ai fedeli. Le promesse dell'eremita però non tennero; perciò l’anno dopo fu dimesso e costretto a restituire al «Maggiore”' (sindaco) della comunità di Calavino tutto quello che gli era stato consegnato all'atto dell'ammissione nell'eremo. pare che nel 1703 sia chesa e abitazione siano stati diatrutti dai soltati francesi del Generale Vendome. Sul luogo in seguito sorse una casa agricola 



Notizie per finire

Da Studi trentini di scienze storiche, volumi 40-41, pag. 344 - L'eremo di S. Giustina di Dermulo e la sua chiesetta, di cui restano solo pochi ruderi, erano appollaiati, come un nido di aquila, sul fianco sinistro dell'alta e rocciosa sponda del Noce. Lo scroscio del torrente e lo stridio di qualche falco dovevano essere, per la maggior parte dell' anno, le uniche voci amiche per l' eremita. Non esagerato dire che vi si giungeva con fatica.

Durante la visita pastorale nella pieve di Taio del 1579 "descenderunt domini Visitatores ad eremum sanctae Justinae positum ad radicem altissimae rupis supra flumcn Nucis et descendentes per scallas manu factas in vivo lapide, ac pensiles satis difficiles et periculosas.„". (I signori Visitatori scesero all'eremo di santa Giustina posto alla radice di un'altissima rupe sopra il fiume Noce per scale fatte a mano nella roccia viva e pensili, abbastanza difficili e pericolose...). La chiesetta fu trovata in misero stato; anche il tavolato pensile, posto di fuori. in gran parte rotto. Non si doveva però lasciar che tutto rovinasse, "cum locus sit maximae devotionis et in eo libenter multae quotannis processiones comvenient" (poiché il luogo è di grandissima devozione e durante l'anno molte processioni convencono volentieri qui). La riparazione sarebbe stata possibile, se i sindici avessero corrisposto i 30 ragnesi di cui andavano debitori. Data la particolare difficoltà del luogo, non fa quindi meraviglia il venir a sapere che una casetta del paese di Dermulo, destinata più tardi ad abitazione del primissario servi per molto tempo, durante l'inverno, all'eremita di S. Giustina, quando, per la molta neve o il troppo freddo, l' accesso al romitaggio diventava difficile o addirittura impossibile.


Comai Piergiorgio