La rivolta dei contadini in Val di Non
vista, immaginariamente, dai vicini e abitanti di Vervò d’allora.

Prefazione

L’inizio del secolo XVI vede nascere, crescere e svilupparsi il movimento della riforma protestante come reazione al dominio assoluto del potere ecclesiastico e feudale che si permettevano soprusi e indifferenza verso le categorie sottoposte, borghesia, artigiani, contadini. Come effetto collaterale di questo pensiero critico le classi più umili e i non privilegiati, che versavano in grandi difficoltà, diedero avvio a forti proteste e violente rivolte incominciate nella Slesia che si estesero in altre regioni della Germania per arrivare fino a noi. Siamo al tempo di Bernardo Clesio. Navigando in internet sono riuscito a trovare molto materiale in merito. Al posto di raccontare quelle vicende in modo ordinato e ho pensato di riviverle come fossero notizie che arrivano e che si diffondono fra le persone della comunità di Vervò del tempo. Nei documenti d’archivio locali non ci sono dati che facciano riferimento alla rivolta dei contadini del 1525, pertanto la diffusione di notizie nella comunità di Vervò è del tutto immaginaria pur utilizzando nomi di persone di quel tempo. Per una maggiore comprensione e completezza ho collegato i vari momenti di vita paesana con il racconto degli avvenimenti storici del tempo.


Vervò a inizio secolo XVI

La vita a Vervò si svolgeva tranquilla utilizzando le risorse della campagna e della montagna. Accanto ai possedimenti individuali o allodiali delle singole persone era estesa la proprietà comune e le proprietà delle chiese. Non esistevano servi della gleba perché tutti erano stati affrancati. La montagna e ampie zone di bosco e di campagna erano gestiti dalla comunità per il bene dei vicini e degli abitanti. Gli antichi diritti feudali dei signori di castel Thun erano stati affrancati già da tempo. Accanto ai sindaci e giurati della comunità esistevano i sindaci della chiesa di San Martino, di Santa Maria e della cappella dei santi Fabiano e Sebastiano. Questi gestivano le proprietà delle singole chiese provenienti da varie donazioni avute con l’impegno di celebrare messe in suffragio delle anime dei donatori e per essere ricordati nel tempo. Ogni anno erano rinnovate tutte le cariche della magnifica comunità e delle chiese e, pubblicamente, si passava alla consegna e alla verifica dei conti.

All’inizio del 1500, Padre Francesco de la Chiesa, vescovo drivastense, vicario generale del principe vescovo Uldarico Lichtenstein, riconsacrò la chiesa di Santa Maria nel centro del paese che era stata ammodernata e ingrandita con tre altari. Nel 1513 la comunità ottenne il privilegio di avere un cappellano assicurandogli il sostentamento pur confermando gli impegni con la chiesa madre di Torra e col suo pievano. Il primo cappellano fu Lodovico figlio del defunto Nicolò Albertelli.

Il 7 agosto 1517 la riunione dei vicini istituisce la carica del regolano maggiore per punire i disobbedienti quando non si sottomettevano alle decisioni dei regolani e dei giurati ordinari poiché questa autorità mancava nella propria regola: sarà di anno in anno il sindaco di San Martino. Le uniche questioni che angustiavano la magnifica comunità erano i rapporti con i vicini per i confini e diritti di pascolo.

Si può dire che a quel tempo Vervò poteva gestirsi con una discreta autonomia seguendo le disposizione della loro antica regola. Può darsi che qualcuno dei vicini temesse delle regole più vincolanti rispetto al passato e maggiori contribuzioni a seguito delle turbolenze in atto e delle guerre fra l’imperatore Carlo V e la Francia per l’egemonia in Europa.


Eco in Vervò di avvenimenti dalla Germania

Nella primavera del 1518 il notaio Enrico de Ballesteri di Tres è venuto a conoscenza di importanti eventi dalla Germania. Passando a Vervò per stendere un atto notarile, ne parla con i sindaci di Vervò e il cappellano di Vervò. Racconta:

Il frate agostiniano Martin Lutero Wittembergera indignato per l’immorale vendita delle indulgenze che stava avvenendo nei territori tedeschi. Dietro versamento di adeguata somma di danaro la lettera di indulgenze assicurava che qualsiasi colpa era condonata anche senza pentimento sincero, Il denaro raccolto in molte diocesi era inviato a Roma dove stava sorgendo la maestosa basilica di San Pietro in Vaticano. Dopo matura riflessione abbozzò una proposta di riforma espressa nelle 97 tesi esposte sul portone della chiesa del castello di Wittemberg lo scorso ottobre e inviate al Papa, all’arcivescovo di Magonza e ad altri studiosi. Fra queste ricordo:

“Mi sembra che da noi questo non succeda” - dice il cappellano Lodovico e anche gli altri confermano le sue parole.

La rivolta dilaga

Il papa Leone X condannò il pensiero che stava sviluppando Martin Lutero e molte di queste tesi, cercò di farlo ritrattare inutilmente e infine lo scomunicò con una bolla pontificia del 1521. In Germania, però, la riforma proposta ebbe grande diffusione e seguito. Il potere aristocratico e del clero era insopportabile oltre che per i contadini anche per gli artigiani, la borghesia e i nobili minori. Accanto a una riforma religiosa era sentita l’esigenza di una riforma sociale. Alla testa di questo movimento si mise Thomas Müntzer, prete riformatore. Il movimento agiva in concreto per reclamare le loro richieste di giustizia trovando giustificazione nelle sacre scritture per l’abolizione delle disparità fra le classi sociali. Scoppiarono in breve azioni violente di rivolta contro nobili, clero e conventi, ma l’esercito dei signori riuscivano a reprimerle nel sangue (Lega Sveva). Alcuni capi o ispiratori della ribellione, prepararono delle richieste per giungere a una pacificazione ed evitare ulteriore spargimento di sangue.

Martin Lutero era interessato soprattutto alla riforma religiosa delle coscienze e riteneva normale che il popolo accettasse il principio di autorità. In alcuni scritti del maggio 1525, di fronte allo spargimento di sangue, saccheggi e incendi, pur condividendo i motivi del dissenso, si dissocia pubblicamente condannando l’arcidiavolo (Thomas Müntzer) che ne è l’ispiratore. Ricordando, fra altre argomentazioni, le parole «date a Cesare quello che è di Cesare e date a Dio quello che è di Dio» invita i rivoltosi a piegarsi alle disposizioni dell’autorità. In caso contrario ritiene giusta e doverosa la repressione con la forza.

Tuttavia i promotori della ribellione ritengono fermamente di essere fedeli alla religione che predica fratellanza e non divisione di classe. Ricordando alcuni passi della Bibbia che narrano le lotte per la conquista della Palestina, ritengono giustificata anche la propria violenza per liberarsi dal giogo feudale.

Nei primi mesi del 1925 anche da noi si diffondono le notizia delle rivolte nei villaggi dell’Alto Reno, dell’Alto Danubio e della Foresta Nera. Ebbe grande diffusione la lettera dei 12 articoli ai nobili e al clero che riassume le rimostranze e le richieste che salgono dal basso.



Nota: Rifacendosi alle idee di Müntzer, il predicatore Christofer Schappeler e il pellicciaio Sebastian Lotzer riassumono in una lettera di 12 articoli le richieste del loro movimento e le pubblicano a Memmingen



All’inizio di maggio Un gruppetto di uomini si ritrova sul sagrato della chiesa di santa Maria.

Leonardo de Gottardis dice: “Corrono voci che già dallo scorso anno in Germania i contadini negano l’obbedienza alle autorità di villaggi e di città, assaltano e depredano chiese, conventi e le dimore dei signori.”
Curioso, Baldassare Bertolini si domanda: “Sento parlare di una lettera con richieste per trovare un accordo fra popolo e autorità. Cosa contiene?”.
Il notaio Antonio Fume, che era stato a Cles per i suoi impegni, risponde: "È vero che gran parte dei contadini della Germania è in rivolta. Per fermare le violenze è stata scritta alle autorità una lettera di rimostranze con delle precise richieste. In riassunto sono queste: