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la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 9

Le trasformazioni delle tecniche di coltivazione: produzione integrata E produzione biologica

9.1. - Il progetto "Agricoltura ecologica"

9.2. - La domanda di agricoltura biologica e le sue regole

9.3. - Aziende biologiche in Trentino e in Val di Non

9.4. - Dubbi e speranze sulla sostenibilità economica della frutticoltura biologica


Nei primi anni di sviluppo della frutticoltura fino alla seconda guerra mondiale, i metodi di coltivazione erano rimasti pressoché immutati e basati fondamentalmente su tecniche di coltivazione semplici e sull'utilizzo di prodotti presenti in natura, sia per la fertilizzazione dei terreni, sia per la lotta contro i parassiti e le malattie che colpivano le piante. Com’è stato già fatto notare il principale fertilizzante era lo stallatico (letame) ed i prodotti usati per la lotta antiparassitaria erano altrettanto semplici come la calce, lo zolfo, il solfato di rame (verderame), l'estratto di tabacco ed altri prodotti presenti in natura in unione a trattamenti meccanici di pulizia ed igiene delle piante mediante spazzole e raschiatoi.

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’avvento di una frutticoltura volta alla vendita su larga scala, le industrie chimiche misero a disposizione degli agricoltori prodotti di sintesi da utilizzare nei propri frutteti come pesticidi e come fertilizzanti. L'uso di tali prodotti non aveva particolari barriere, per cui, spesso e volentieri anche nelle campagne della Val di Non erano utilizzati prodotti molto tossici e gravemente dannosi per la salute sia del consumatore sia del frutticoltore. La maggiore intensità degli impianti, che rendeva difficile lo sfalcio e l’essiccazione del fieno, e l’introduzione di fitosanitari di origine chimica, spezzarono il connubio tra prato stabile irriguo e frutteto. Infatti, il foraggio che si produceva era dannoso per i bovini e per di più i residui di tali prodotti rimanevano nel latte con rischi non indifferenti per la salute dell’uomo. Il mercato delle mele e della frutta in generale, non aveva ancora grande consapevolezza dei rischi legati all'assunzione di determinate sostanze nell'organismo che spesso si trovavano sulla buccia o nella polpa delle mele e d'altro lato richiedeva dei prodotti che fossero perfetti sia dal punto di vista organolettico che dal punto di vista estetico.

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9.1. - Il progetto “Agricoltura ecologica”

Negli anni Ottanta tuttavia la sensibilità del consumatore aumentò notevolmente, grazie anche a diverse campagne informative, ed anche il contadino cominciò a misurarsi con i problemi della propria salute e di un’agricoltura sostenibile che rendesse duratura la capacità della terra a produrre. A questo punto soprattutto il legislatore italiano ed europeo misero dei paletti più stretti per l'utilizzo di determinate sostanze tossiche per l'organismo umano che costrinsero anche i contadini più insensibili ad usare prodotti chimici in maniera controllata. Per rispondere a queste esigenze la Provincia Autonoma di Trento nel 1986 approvò il progetto speciale “Agricoltura ecologica”, potenziato nel 1990 con l’approvazione del nuovo progetto speciale “Agricoltura biologica e per la limitazione di prodotti chimici” che indicavano azioni nel campo della produzione guidata, integrata e biologica. Erano previste:

  1. effettuazioni di monitoraggio sulle produzioni agricole trentine,
  2. raccolta e smaltimento delle confezioni vuote dei fitofarmaci,
  3. raccolta e smaltimento delle acque di lavaggio dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti suddetti e dell’acqua di lavaggio della frutta presso i magazzini,
  4.  impiego di lotte naturali ai parassiti,
  5. effettuazione di iniziative di divulgazione sul corretto uso degli antiparassitari[1].

Da parte loro gli agricoltori della Val di Non, per far fronte alle mutate condizioni della domanda di prodotti sufficientemente sicuri per la salute, croccanti ed esteticamente perfetti, commercializzarono le proprie mele con il marchio Melinda (nome di fantasia che fonde i due vocaboli mela e linda). Nel 1989, in tempi rapidi, tutti gli agricoltori trentini del comparto frutticolo e viticolo decisero di sottoporsi a un rigido disciplinare, riconosciuto a livello europeo, per la produzione integrata. Esso fu predisposto e sottoscritto dalla categoria ed ogni agricoltore aderente ad una cooperativa era tenuto a seguirlo. Il protocollo d'intesa è l'insieme delle tecniche che, correttamente eseguite dagli agricoltori, permettono di ottenere una produzione di mele e pere di qualità: in particolare tali tecniche associano l'uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari di sintesi a prodotti naturali. Vengono spesso usate delle pratiche colturali che rendono possibile la riduzione della chimica nel frutteto intervenendo con tempestività e con quantitativi bilanciati alle esigenze del momento e che contribuiscono a favorire gli equilibri ambientali e la biodiversità. L'uso di fitofarmaci deve essere limitato al minimo indispensabile in modo da limitare gli effetti perturbatori sull'entomofauna utile e ridurre, per quanto ragionevolmente possibile, l'eventuale presenza di residui sulla frutta e sull'ambiente. L'obiettivo della difesa è mantenere la popolazione dei fitofagi a livelli di densità, quindi di danno sopportabili. Per questo motivo si eseguono dei controlli che hanno lo scopo di verificare la presenza e la densità dei diversi fitofagi e dei loro antagonisti oltre che stabilire il superamento della soglia di tolleranza.

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9.2. - La domanda di agricoltura biologica e le sue regole

Dagli anni ottanta, la sensibilità di un numero crescente di persone per il consumo di cibi naturali creò la domanda di produzioni agricole biologiche, incluso il comparto della frutta, e per questo i clienti erano disponibili a pagare un prezzo maggiorato. Alcuni agricoltori d’avanguardia, consci che un’agricoltura sostenibile doveva seguire con rispetto le leggi della natura, sostenuti da ricercatori e sperimentatori, cercarono di rispondere a tale domanda con passione, trovando nuovi metodi di coltivazione che ristabilissero equilibri biologici naturali, con prove ed errori. L’argomento venne (e viene) studiato in tutto il mondo nelle università ed in istituti agrari con sperimentazioni scientifiche. Molto consistente è la documentazione proveniente dagli Stati Uniti d’America.

Le regole stabilite della produzione biologica, che per molti versi rispecchiano le tecniche utilizzate nei primi momenti della frutticoltura ricordati nel Capitolo 5[2], derivano da quanto previsto dai regolamenti CEE 2092/91 alle cui normative occorre richiamarsi per avere un riferimento legislativo. Per tali normative gli obblighi ed i principi a cui un'azienda con una produzione biologica deve sottostare sono:

L'agricoltura biologica non punta a eliminare le pratiche colturali ed alla semplificazione e suddivisione dei vari settori che convergono nell'attività agricola, ma tende a guardare alla complessità di tutti gli aspetti che vi sono coinvolti. Occorre gestire le risorse naturali, senza forzature per raggiungere un equilibrio che è fatto di convivenza degli esseri dell’habitat[3]. Le conseguenze “sul campo” di tali normative nel sistema di una monocoltura, portano alla assoluta necessità di favorire la formazione di un eco-sistema in cui tutto si mantenga il più possibile in equilibrio. Per gli insetti questo equilibrio dipende da un controllo continuo delle varie popolazioni per decidere la soglia di tolleranza oltre la quale intervenire a contenerne la popolazione con i mezzi di origine naturale a nostra disposizione. Per le patologie fungine tutti i trattamenti ammessi sono soltanto di tipo preventivo ed anche questi mirano a creare una situazione nella quale la vegetazione sia aiutata a non venire aggredita dalla patologia.

L’azienda che coltiva i terreni con metodo colturale biologico e che desidera vendere i suoi prodotti con un'etichetta che dichiari questa provenienza, deve farsi controllare da uno degli organismi preposti a tale compito, riconosciuto dal Ministero dell'Agricoltura[4]. Dovrà mantenere aggiornati ed a disposizione degli organi competenti i registri degli acquisti, carico e scarico dei fitofarmaci, prodotti utilizzati dall'azienda. Dovrà anche avere i registri di acquisto e vendita di quanto prodotto, nonché un registro dove saranno indicati tutte le operazioni colturali, le date, i fitofarmaci utilizzati. Dovrà inoltre permettere in ogni momento l'accesso in azienda agli addetti ai controlli e consentire loro tutti i prelievi che siano ritenuti necessari per effettuare le analisi di verifica.

Se tutta questa prassi viene seguita senza che siano riscontrate delle difformità, all'azienda viene data di anno in anno una certificazione che conferma quanto sopra, e viene rilasciata l'autorizzazione alla stampa di etichette con i dati necessari, inclusa la dicitura che il contenuto è stato prodotto con metodo di agricoltura biologica.[5]

Come incentivo al diffondersi di questa pratica colturale, il Regolamento CEE 2078/92 prevede un aiuto compreso fra 250 e 700 ECU/ettaro per gli agricoltori che si impegnino per cinque anni a coltivare i propri fondi secondo i dettami dell’agricoltura biologica.

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9.3. - Aziende biologiche in Trentino e in Val di Non

Con la legge provinciale n. 13/91, “Norme in materia di agricoltura biologica” sono stati istituiti la Commissione provinciale per l’agricoltura biologica e l’Albo delle aziende biologiche. Nell’anno 1995 erano iscritte a detto albo 82 aziende di cui 46 orticole, 20 frutticole, 9 zootecniche, 3 viticole 2 frutticolo-orticole, 1 piccoli frutti, 1 azienda di trasformazione site in maggioranza nella Val di Gresta, in Val Rendena e in Val di Non[6]. Nel 1996 la superficie complessiva delle aziende biologiche era di 550 ettari di cui 86,5 era coltivato a frutteto. Nel 2000 la superficie è quasi triplicata passando a 1518,19 ettari (206,82 a frutteto).

Anche in Val di Non sono presenti alcune aziende agricole che operano in base alle regole della produzione biologica: nell’anno 2000 la superficie agricola a coltura biologica ammontava a 49,38 ettari coltivati da 19 aziende[7]; di questa superficie la parte coltivata a frutteto era di 38,73 ettari.

Una delle importanti aziende biologiche nonese si trova a Sporminore. Si tratta dell’Azienda Agricola Bonetti Anna che dal 1985 opera su 12 ettari in un unico appezzamento e che produce mele biologiche. La produzione dell’azienda viene commercializzata attraverso grossisti (Italia, estero) e la grande distribuzione ed è venduta a clienti privati. Oltre alla fornitura diretta a clienti l’azienda offre un servizio di vendita on-line tramite il sito internet, www.biomela.com, su tutto il territorio nazionale. Il sito propone informazioni generali sulla struttura aziendale, sulla localizzazione, sui modi di coltivazione, offre ricette per l’uso delle mele e la visione di fotografie del luogo e della Val di Non, spiega gli aspetti positivi per la salute delle diverse varietà di frutta coltivate. Le difficoltà maggiori incontrate da questa azienda riguardano la commercializzazione poiché individualmente non può disporre di una forza contrattuale adeguata nei confronti dei distributori. Secondo la conduttrice, le esperienze associative tra produttori biologici in Trentino non hanno avuto fino ad ora molto successo. La grande distribuzione richiede anche per il biologico un prodotto standardizzato, confezionato e con buone caratteristiche estetiche. Questo ultimo aspetto risulta penalizzante per l’azienda in quanto aumenta la quantità già elevata di prodotto non di prima scelta. La merce destinata all’industria di trasformazione, tuttavia, dà buoni risultati economici[8].

A Cles, nella zona di Maiano, il signor Alberto Rossi, coltiva sette ettari di frutteto con il metodo biologico: anche per questa azienda il problema maggiore è costituito dalla commercializzazione. Dopo aver venduto per un periodo la sua produzione attraverso il consorzio C.F.C. di Cles, con scarsi risultati, ha scelto di costruire celle di conservazione autonome e di vendere direttamente la produzione occupandosi anche della consegna ai clienti[9]. Altre aziende che praticano la coltivazione biologica delle mele si trovano a Tuenno, Sanzeno, Dambel, Campodenno, Flavon, Denno e Coredo.

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9.4. - Dubbi e speranze sulla sostenibilità economica della frutticoltura biologica

Le aziende frutticole biologiche presenti in valle hanno fin ora commercializzato in maniera autonoma le loro produzioni, anche perché il Consorzio Melinda non si è occupato di questo settore, adducendo motivazioni diverse. Ad esempio si temeva che la commercializzazione della produzione biologica interferisse negativamente sulla bontà della lotta integrata portata avanti con decisione in questi anni. La maggioranza degli agricoltori associati era dubbiosa, incerta del risultato economico possibile. Come dato di fatto, si può affermare che lo spezzettamento delle proprietà (una media di due o tre ettari di frutteto per azienda distribuito in svariate particelle fondiarie) rende difficile la scelta della località in cui realizzare un impianto di produzione biologica soggetto a precise disposizioni.

Spinto da sollecitazioni varie[10], da due anni però il Consorzio Melinda sta dibattendo il problema e valutando le possibilità offerte da questo mercato in crescita in quanto per il consorzio le mele biologiche potrebbero essere un elemento di diversificazione della gamma di prodotto offerta e si verrebbe incontro a quei produttori associati che guardano con interesse alla produzione biologica di mele. Da convegni e dalla stampa sembra che si stiano per realizzare due grandi impianti di produzione biologica su di un’area di trenta ettari a Vervò ed una di dieci ettari a Denno.

A favore della sostenibilità economica della produzione biologica è apparso un articolo sulla stampa internazionale e locale di un esperimento portato avanti dall’Università di Washington (USA)[11].

Questi studiosi, dopo un ciclo di sperimentazione comparata fra coltivazione di mele convenzionale, integrata ed organica (biologica), giunsero alla conclusione che i rispettivi impianti davano risultati positivi dopo il sesto anno, tenendo conto che le mele biologiche venivano collocate sul mercato americano per un valore di un 50% in più rispetto alle mele convenzionali. Stimarono che con le mele biologiche si raggiunge un break-even di entrate totali e uscite totali dopo 9 anni, mentre per le convenzionali si deve attendere fino al diciassettesimo anno e per quelle con lotta integrata fino al quindicesimo. Per di più il sapore delle mele biologiche è giudicato più croccante e dolce per il maggiore equilibrio di principi nutritivi delle piante di melo, e l’impatto ambientale è ridotto di cinque o sei volte rispetto agli altri due sistemi di produzione. Secondo questi studiosi, lo scetticismo che si accompagna all’agricoltura organica (biologica), a causa di probabili redditi inferiori a quelli che si possono raggiungere con la tradizionale, è giustificato nella generalità dei casi, ma per la produzione di mele il quadro è più roseo ed i redditi sono sicuramente comparabili favorevolmente.


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Note:
[1] Provincia Autonoma di Trento, Dipartimento Agricoltura e Alimentazione, Rapporto Agricoltura 1995; Trento, 1995
[2] Vedi Capitolo 5, p. 76.
[3] Per approfondire le tematiche dell’agricoltura biologica in Italia si può accedere al sito dell’Associazione Italiana per un’Agricoltura Biologica, www.aiab.it e al sito della Provincia Autonoma di Trento www.provincia.tn.it/agricoltura/biold/libretto.htm.
[4] Nella provincia di Trento l’attività di vigilanza sulle aziende biologiche è demandata all’Associazione Trentina per l’Agricoltura Biologica.
[5] http://www.biomela.com/Pages/metodo.html
[6] Provincia Autonoma di Trento, Dipartimento Agricoltura e Alimentazione, Rapporto Agricoltura 1995; Trento, 1995, pp. 50, 51.
[7] Provincia Autonoma di Trento, Dipartimento Agricoltura e Alimentazione, Rapporto Agricoltura 2000; Trento, 2000, pp. 66, 67.
[8] Informazioni raccolte da un incontro con la titolare dell’azienda, Cristina Bonetti.
[9] Smadelli G., Maso Rossi, da nove anni «bio», in "L'Adige", 25 ottobre 2001, p.42.
[10] Pinamonti V., Servono nuove idee …, in: “N.O.S. Magazine”, Nitida Immagine,Cavareno, febbraio 2000; Rossi A., La questione è anche morale, in: “N.O.S. Magazine”, Nitida Immagine, Cavareno, febbraio 2000.
[11] Lo studio del professore di scienza del suolo John Reganold dell’Università dello stato di Washington coadiuvato dal prof. Associato per l’orticoltura Preston Andrews, dal prof. in economia Herbert Hinman e dallo studente Jerry Glover è pubblicato sul numero della rivista di scienze Nature del 19 aprile 2001 ed è presente in rete al sito http://cahenews.wsu.edu/RELEASES/2001/01024.htm.