la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo

Agricoltura e attività economiche nell’ultimo quarto di secolo XX

7.1. - Considerazioni generali

7.2. - Utilizzo del territorio

7.3. - Quadro della composizione e della consistenza delle aziende agricole della Val di Non con relativa superficie lavorata

7.4. - Situazione dell'irrigazione e della consistenza dei mezzi agricoli

7.5. - Allevamento: concentrazione dell'attività in poche aziende, fine del circolo virtuoso prato irriguo, bestiame, letame, frutticoltura.

7.6. - Altri aspetti economici

7.7. - Indotto della frutticoltura


7.1. - Considerazioni generali

Le tendenze di sviluppo agricolo ed economico della Val di Non, in atto nel decennio tra il primo ed il secondo Censimento generale dell’agricoltura, si accentuarono. Le ottime remunerazioni spuntate dalla vendita delle mele nei grandi magazzini, le nuove tecniche introdotte nell'agricoltura, l’irrigazione ed i moderni mezzi agricoli, indussero le aziende agricole a tempo pieno e molti operatori part-time alla coltivazione del melo a quote sempre più alte e su svariate aree dai ripidi versanti dei tanti solchi vallivi che prima erano bosco o incolto.

Furono progettati e realizzati piani di riordino e di accorpamento fondiario consistenti che trasformarono terreni grezivi e prativi in moderni impianti di meleti modellando il terreno, costruendo una nuova rete viaria interna, riunendo in un’unica particella fondiaria le frazioni di terreno possedute dalla singola azienda entro il perimetro del riordino. Il primo esperimento pilota fu realizzato a Priò, comune di Vervò, per iniziativa del locale Consorzio di Miglioramento Fondiario di Priò, alla fine degli anni 80[1]. Visto il buon esito dell’iniziativa, in seguito anche i Consorzi di Miglioramento Fondiario di Vion (1989), comune di Tres, e di Tres capoluogo (1998) effettuarono lo stesso tipo di miglioramento fondiario[2]. Ci furono altre “bonifiche” in Val di Non e nel Trentino, sostenute dagli incentivi pubblici, promosse dai Consorzi di Miglioramento Fondiario ed anche da singole aziende private.

In questo periodo furono rinnovati gli impianti di irrigazione passando dai vecchi sistemi a quelli a pioggia lenta, a quelli a goccia, a quelli sotto chioma, con distribuzione computerizzata. Furono potenziate le risorse idriche mediante bacini, stazioni di pompaggio e, in caso di siccità estiva, si raggiunse un accordo di approvvigionamento d’acqua dal lago artificiale di Santa Giustina con la società Edison. Queste innovazioni nell’attività agricola riaprirono l’interesse dei giovani all’agricoltura e svilupparono un diffuso sistema di part-time fra coltivazione del frutteto e lavoro dipendente o autonomo. Accanto ad alcune aziende agricole in espansione, permasero attive, dedite alla frutticoltura, le tipiche aziende di piccole dimensioni e frazionate sul territorio. Invece nella zootecnia si sviluppò un processo di concentrazione degli allevamenti in grosse stalle, almeno di dieci o più capi di bestiame, con una conseguente drastica diminuzione delle aziende operanti nel settore, come si vedrà dall’analisi dei dati dei Censimenti Generali dell’Agricoltura. Il buon andamento della frutticoltura creò benefici influssi sull’insieme dell’economia della valle con incremento dei depositi nelle Casse Rurali, di investimenti, di domanda di servizi. Questo fatto frenò la tendenza delle zone di montagna allo spopolamento, ed anzi nell’ultimo decennio si notò un’inversione di tendenza con una lieve crescita della popolazione in ognuna delle tre zone.

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7.2. - Utilizzo del territorio

L’osservazione attenta dei dati relativi all’utilizzo del territorio dal 1970 in avanti permette di cogliere un andamento nel tempo ormai quasi stabilizzato rispetto ai grossi cambiamenti avvenuti nel decennio precedente. Per cominciare si propongono le tabelle dei dati percentuali relativi al territorio geografico per la Val di Non e per il Trentino[3].

Tab. 7.1. - Distribuzione percentuale del territorio in relazione al tipo di coltivazione praticata negli anni 1970, 1982[4], 1990 e 2000[5]

 

Val di Non

Provincia di Trento

Annate

1970

1982

1990

2000

1970

1982

1990

2000

Terreno agrario

88,57%

88,61%

88,75%

85,88%

81,90%

78,73%

77,58%

75,60%

SAU

31,25%

27,63%

29,57%

29,08%

28,84%

23,93%

24,13%

23,66%

Seminativi

1,21%

0,46%

0,35%

0,12%

1,23%

1,06%

0,87%

0,66%

Coltivazioni legnose

10,54%

10,32%

11,22%

11,53%

3,66%

3,51%

3,61%

3,66%

Prato e pascolo

19,50%

16,85%

18,00%

17,43%

23,95%

19,37%

19,65%

19,33%

Boschi

52,29%

53,54%

54,95%

55,14%

46,78%

45,80%

47,20%

49,70%

Altro

5,03%

7,44%

4,23%

1,65%

6,27%

9,00%

6,25%

2,24%

Non agricolo

11,43%

11,39%

11,25%

14,12%

18,10%

21,27%

22,42%

24,40%

Superficie geografica

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

(fonte: rielaborazione dati Censimenti Generali dell'Agricoltura II, III, IV e V provvisorio)

Si possono evidenziare alcune differenze nella variazione del territorio nella Val di Non e di quello nella Provincia di Trento[6]. Anzitutto si può notare la maggior tenuta della superficie agraria in Val di Non che, nell’intervallo considerato, si mantenne sull’88% fino al 1990 per scendere poi di tre punti, mentre a livello provinciale continuò la riduzione di tale superficie per un totale di sette punti percentuali[7]. Anche la SAU diminuì sia a livello provinciale sia nella Val di Non, sebbene in maniera più contenuta. Nella Val di Non si ebbe un calo più accentuato dei seminativi portandosi ad un esile 0,12% di territorio contro un 0,66% della Provincia. Infine si mantenne una consistenza percentuale di colture arboree della valle più che doppia rispetto al Trentino, in costante crescita dal 1980, seppure con percentuali ristrette (da 10,32% a 11,53% per la Val di Non e da 3,51% a 3,66% per il Trentino).

In Val di Non, tra il 1970 ed il 1990, le variazioni delle aree dedicate ai vari ordinamenti colturali furono di scarsa rilevanza, a parte l’assottigliarsi dei seminativi. Rispetto al 1970 ebbero un lieve calo SAU e prato, mentre aumentò la superficie delle colture arboree e quella del bosco. Sempre nello stesso periodo le aziende che coltivavano la vite passarono da 1.328 a 84, concentrate a Ton (24), Revò (18) e Cagnò (22); la relativa superficie coltivata si ridusse da 208,08 a 36,99 ettari con un’estensione media per azienda di poco più di 4.400 mq. Pertanto la crescita da 6.287,47 ettari nel 1970 a 6.693,41 ettari nel 1990 delle coltivazioni legnose fu dovuta esclusivamente all’espandersi delle pomacee che passarono da 6.075,33 ettari a 6.656,22 con un incremento del 9,56%. La crescita maggiore prese corpo dal 1982 al 1990, periodo in cui i riordini e le bonifiche realizzate fecero diminuire gli incolti e le tare portandosi solamente al 4,23% del territorio geografico, sotto il livello del 1970 (5,03%). Dal 1990 al 2000 continuò questo aumento delle colture legnose, ormai quasi esclusivamente frutteti: con riferimento al 1970 l’aumento medio fu così del 9,4% per un’estensione finale di 6.877,68 ettari[8].

Analizzando i dati raggruppati delle tre fasce dal 1970 al 2000 si può notare che le variazioni significative riguardarono la Media e l’Alta Val di Non. Nella Media Val di Non, si verificò un aumento di estensione della SAU e, all’interno di questa, del prato e delle coltivazioni legnose. Da 3.987 ettari di SAU del 1970 si giunse a 4.780 del 1990 con un incremento del +19,88%, con punte massime a Brez del +80,33% e a Tres del +33,59%. Nell’ultimo decennio la SAU scese a 4.661 ettari con una contrazione del 2,5%. Dall’anno 1970 al 2000 il prato ebbe un aumento del 21% e le coltivazioni legnose (pomacee per quasi la totalità) passarono da 1.232 ettari del 1970 a 1.509,74 con un incremento del 16,46% superiore di sette punti rispetto a quello medio della Val di Non. Ciò sta a significare come questa zona abbia scoperto e sviluppato una vocazione alla frutticoltura moderna sostenuta dall’associazione delle aziende interessate ai nuovi grandi magazzini frutta per la commercializzazione dei raccolti, da nuovi cultivar, da sistemi di irrigazione, da grandi bacini di raccolta d’acqua consorziali (Tres, Coredo, - nel 2001 anche Vervò) e da piccoli bacini di aziende singole. Nella “fascia alta” della valle diminuì la superficie agricola totale e la parte SAU dei seminativi e del prato-pascolo, mentre si mantenne una stabilità finale per il bosco e le colture legnose[9], con la conseguenza di un progressivo aumento del terreno improduttivo non aziendale. In questi dati si può leggere l’abbandono progressivo della pataticoltura, la scomparsa delle stalle di ridotte dimensioni e la conseguente ristrutturazione del settore zootecnico. Complessivamente dal 1970 al 2000 le aziende dell’Alta Val di Non si ridussero ad un terzo passando da 1.252 a 407.

Per visualizzare alcuni concetti e confronti espressi sopra seguono tre grafici ad area che illustrano l’andamento della ripartizione interna della Superficie Agraria Totale nelle tre zone dal 1970 al 2000.

Grafico 7.1. Composizione della superficie agraria totale nella zona della Bassa Val di Non dal 1970 al 2000

 

(elaborazione dati I.S.T.A.T.,: II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970; III Censimento generale dell’agricoltura 24 ottobre 1982; IV Censimento generale dell’agricoltura 21 ottobre 1990, dati provvisori del V Censimento)

Grafico 7.2. - Composizione della superficie agraria totale nella zona della Media Val di Non dal 1970 al 2000

(elaborazione dati I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970; III Censimento generale dell’agricoltura 24 ottobre 1982; IV Censimento generale dell’agricoltura 21 ottobre 1990, dati provvisori del V Censimento)

Grafico 7.3. - Composizione della superficie agraria totale nella zona dell’Alta Val di Non dal 1970 al 2000

(elaborazione dati I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970; III Censimento generale dell’agricoltura del 24 ottobre 1982; IV Censimento generale dell’agricoltura 21 ottobre 1990, dati provvisori del V Censimento)

Il seminativo diventò tanto insignificante che di esso si legge soltanto l’etichetta. Merita riaffermare la diminuzione di prato e aumento di bosco nella zona bassa, il costante leggero aumento di coltivazioni legnose e di prato nella zona media e la diminuzione di superficie agraria nella zona alta. Queste variazioni, nel periodo degli ultimi trent’anni lasciano, trasparire la vocazione alla monocoltura della Bassa Val di Non, la ripresa dell’agricoltura nella zona di mezzo con indirizzo frutticolo e il progressivo rallentamento dell’attività agricola nella zona alta.

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7.3. - Quadro della composizione e della consistenza delle aziende agricole della Val di Non con relativa superficie lavorata

Nel periodo dal 1970 al 1990 continuò la tendenza alla diminuzione del numero delle aziende: tale fenomeno fu più accentuato nell’intera provincia di Trento che in Val di Non, rispettivamente -25,57% contro il -22,17% e si sviluppò più velocemente nei primi 12 anni di questo periodo[10]. Da un lato ciò fu dovuto alla quasi scomparsa delle aziende a colonia parziaria (dei proprietari cedettero la loro campagna ai mezzadri od ad altre aziende in espansione) ed alla forte diminuzione delle aziende a conduzione con salariati e/o compartecipanti (rimase lo zoccolo delle aziende di enti pubblici o ecclesiastici), dall’altro lato all’abbandono di aziende di ridotte dimensioni perché ormai non offrivano più sufficiente remunerazione e alle mutate aspettative sociali nelle giovani generazioni che preferivano l'impiego in attività secondarie o terziarie, turismo e commercio. Questo calo di aziende si sviluppò più intensamente nei comuni della fascia alta: il loro numero passò da 1.252 a 614 con una variazione del -50,96%. Nella Media Val di Non la variazione fu del -13,16% (da 1.231 aziende agricole a 1.069) e per la Bassa Val di Non del -15,98%. I paesi con le punte massime di calo furono Cavareno (-74%), Bresimo (-72%), Sarnonico (-8%), Ruffré (-63%); ebbero le minime diminuzioni Malosco (-17%) e Smarano (-23%). Nella Media Val di Non si ebbe la diminuzione più consistente a Castelfondo (-48%) e a Tres (-22%); quella minima si registrò a Vervò (-6,15%). Nell’ultima zona, a Taio (-28,54%), Nanno (-25,42%) e Cis (-25%) si registrarono le maggiori diminuzioni; Sporminore (+11,24%) e Livo (+1,81%) furono perfino in crescita.

I dati a disposizione del Censimento dell’Agricoltura 2000 indicano che in Val di Non erano 4.680 aziende agricole, in diminuzione del 7,60% rispetto al 1990. Questo abbandono riguarda le aziende dell’Alta Val di Non col 20% di calo, quella della Bassa Val di Non col -7,4%, ed in modo inferiore la Media Val di Non con un -1,1%. Non mancano i comuni con dati in controtendenza: Sfruz + 10,3%, Vervò + 15,6%, Tres + 6,1%, Castelfondo + 3,8%, Cunevo + 8,7%, Romallo + 5,7% e Taio + 2,5%. La nascita di nuove aziende agricole nella fascia media si può ritenere dovuto alla redditività della frutticoltura in espansione. Nel Trentino le aziende agricole erano 34.695: partendo dal 1990 il calo percentuale fu inferiore a quello della Val di Non, precisamente del –3,81%, ma dal 1970 la diminuzione fu del -28,41%.

Fino al 1990 la maggiore vitalità dell’agricoltura nella Val di Non rispetto a quella media della provincia è deducibile da due dati: la più lenta riduzione di aziende agricole a conduzione diretta (-16,24% in Val di Non contro -21,68% della Provincia di Trento), e l’aumento della superficie agricola totale rispetto al 1970 (+0,63%) quando la media provinciale presentava un calo del 9,19%. La tabella sotto, con i valori assoluti, riassume la situazione delle aziende suddivise per forma di conduzione.

Tab. 7.2. Aziende agricole e superficie lavorata in Val di Non e in Provincia di Trento dal 1970 al 1990 (valori in ettari)

Anni

Numero Aziende

Superficie agricola totale

VAL DI NON

 

Cond. Diretta

Cond. con salariati

Colonia parziaria e altro

Totale aziende

Cond. diretta

Cond. con salariati

Colonia parziaria e altro

Totale superficie

1970

6.047

391

70

6.508

15.064,30

37.643,65

144,29

52.852,24

1982

5370

126

5

5.501

15.447,25

37.376,21

53,06

52.876,52

1990

4966

99

-

5.065

15.159,32

37.800,82

-

52.960,14

PROVINCIA DI TRENTO

1970

45.002

1.775

1.685

48.462

129.663,72

373.507,36

5.621,90

508792,98

1982

36.621

814

288

37.723

119.009,89

369.191,91

931,00

489132,80

1990

35.244

738

87

36.069

117.749,94

363.857,50

360,12

481967,56

(fonte: II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970; III Censimento generale dell’agricoltura del 24 ottobre 1982; IV Censimento generale dell’agricoltura 21 ottobre 1990)

Dai dati suesposti si può calcolare la superficie agricola media per azienda a seconda della forma di conduzione che risultò in aumento soprattutto per la diminuzione del numero di aziende a conduzione diretta e di aziende con salariati. Per le prime, in Val di Non, di passa dall’estensione media di 2,49 ettari/azienda del 1970 a 3,05 ettari del 1990 e per le seconde da 96,28 ettari/azienda a 381,83 ettari. L’estensione media riferita a tutte le aziende aumenta da 8,12 ettari a 10,46 ettari. Con il 4° Censimento generale dell’agricoltura del 1990 le aziende a conduzione con salariati ed altro non figurano più in Val di Non. Le medie per il Trentino mostrano lo stesso andamento, di qualche punto più alto: da 2,88 ettari/azienda a 3,34 ettari per la forma a conduzione diretta; da 210,43 ettari/azienda a 493,03 ettari per quella con salariati e/o compartecipanti; da 3,34 ettari/azienda a 4,14 per quella a colonia parziaria; media generale da 10,50 a 12,57 ettari.

Il dato della superficie agraria totale a conduzione diretta del 1982, 15.447 ettari, appare in contraddizione con il concetto di cambiamenti graduali: l’anomalia va cercata nell’andamento di questa grandezza nel comune di Campodenno in cui si legge un valore di 543,7 ettari nei dati del 1970,valore che si porta a 1077,08 ettari nel 1982, con un aumento di 661,2 ettari, e ridiscende a 533,38 ettari nel 1990. In ogni caso il saldo fra 1970 e 1990 della superficie agraria a conduzione diretta fu positivo per 95,02 ettari con questa dinamica interna: aumento nelle zone della Bassa e Media Val di Non rispettivamente di 331,39 ettari e 672,14 ettari e calo di 908,51 ettari per la zona dell’Alta Val di Non.

Si ritiene interessante cogliere le estensioni medie SAU delle aziende a conduzione diretta, relativi anche alle tre zone di suddivisione, ricavabili per la prima volta dai dati del Censimento generale dell’agricoltura del 1990 e riassunti nella tabella seguente[11] che sono:

Tab. 7.3. Medie di consistenza delle aziende con SAU in Bassa, Media e Alta Val di Non nel 1990 (in ettari)

 

Totali

Conduzione diretta

Salariati e/o compartecipanti

Colonia parziaria ed altro

 

N° az.

Superficie

Media

Superficie

Media

Superficie

Media

Superficie

Media

Bassa Val di Non

3.330

10.004,99

3,00

5.814,36

1,77

4.190,63

97,46

0

0,00

Media Val di Non

1.031

4.780,11

4,64

2.951,13

2,92

1.828,98

87,09

0

0,00

Alta Val di Non

535

2.858,72

5,34

2.124,62

4,10

734,10

43,18

0

0,00

Val di Non

4.896

17.643,82

3,60

10.890,11

2,26

6.753,71

83,38

0

0,00

Trentino

33.564

149.907,2

4,47

66.997,48

2,04

82.644,47

115,59

265,25

3,32

(elaborazione dati:I.S.T.A.T., IV Censimento generale dell’agricoltura del 24 ottobre 1990)

Trascurando la forma a conduzione con salariati e/o compartecipanti, quasi per intero di proprietà di enti pubblici, appare un’estensione media per azienda diretto coltivatrice della Val di Non di 2,26 ettari, valore in aumento rispetto a quello riportato per il 1970 di 1,72 ettari/azienda.

Le differenze di media fra le tre fasce sono notevoli (da 1,77 ettari/azienda, a 2,92, a 4,10) come era prevedibile per il diverso tipo di agricoltura praticato.

Se nel 1970, come scriveva Zunica, si poteva pensare la Val di Non suddivisa in quattro zone (frutticola, frutticola-zootecnica-pataticola, zootecnica-pataticola e solo zootecnica), nel 1990, per il cessare della pataticoltura come fattore economico, le zone possono essere ricondotte alle tre adottate da questo studio: frutticola intensiva, frutticola- zootecnica, solo zootecnica.

L’aumento di superficie media per ogni azienda diretto-coltivatrice determinò piccole variazioni alla frequenza del numero di aziende nella suddivisione in classi di estensione. Nei due grafici seguenti sono stati utilizzate le percentuali di composizione e le suddivisioni sono state ridotte a tre: da 0 a 2 ettari, da 2 a 10 e oltre 10 ettari[12].

Grafico 7.4. Aziende suddivise per classi di superficie agricola utilizzata negli anni 1982 e 1990

(fonte: I.S.T.A.T., Censimenti generali dell’agricoltura 1982,1990)

 

Si può constatare che la classe fino a due ettari continuava ed essere predominante soprattutto nella zona di frutticoltura intensiva, la Bassa Val di Non. Nelle altre due zone la classe da due a dieci ettari era più consistente ed infatti qui l’estensione della superficie media delle aziende nelle diverse forme considerate risultò sempre superiore. Il numero delle aziende con solo SAU della classe oltre 10 ettari sono marginali, ma con valori crescenti dalla Bassa all’Alta Val di Non.

Grafico 7.5.  Aziende suddivise per classi di superficie agricola totale negli anni 1970 e 1990

(fonte: I.S.T.A.T., Censimenti generali dell’agricoltura 1982,1990)

Questo istogramma riferito alle classi di estensione della superficie agricola totale serve a collegare le considerazioni fatte in precedenza parlando del periodo dal 1950 al 1975. Anche nel 1990 la prevalenza delle classi fino due ettari rimaneva tipica nella prima zona (58,96% come somma del 34,15% fino a un ettaro e di 24,81% da 1 a due ettari), mentre nelle altre due zone era tipica la classe da due a dieci ettari con una frequenza oltre il 50%, soprattutto per l’alta percentuale della fascia da due a 5 ettari (rispettivamente col 37,51% e 32,30%). Si vede che le variazioni dal 1970 al 1990 furono ridotte e permane la polverizzazione delle aziende, specialmente nella zona a più alta redditività dedita alla frutticoltura dove il calo delle aziende è più contenuto. Il fenomeno della presenza preponderante di aziende agricole di ridotte dimensioni è caratteristico per l’intera Provincia.

I dati rielaborati del IV Censimento generale dell’agricoltura del 21 ottobre 1990 ci informano che le numerose aziende delle classi fino a due ettari del Comprensorio della Val di Non coltivavano il 4,57% della superficie agricola totale e il 15,44% della SAU.

Risulta poi che i valori della la superficie agricola totale e della SAU erano molto vicini per le classi fino a 5 ettari, 6.706,91 ettari per la SAU e 7.560,90 ettari per la superficie totale, divergevano tantissimo per le classi superiori (ad esempio nella Bassa Val di Non 5.504,67 ettari di SAU contro 21.474,82 ettari di superficie agricola totale) in quanto entravano in gioco le grandi proprietà pubbliche del bosco.

Le aziende a conduzione diretta al Censimento dell’Agricoltura del 1990, come in precedenza, rappresentavano quasi la forma esclusiva con una percentuale media del 98% delle aziende agricole censite totali. All’interno di questo risultato è utile specificare le tre categorie della conduzione diretta nella Val di Non e la distribuzione nelle tre zone della valle: solo manodopera con familiari, con familiari prevalente, con manodopera extrafamiliare prevalente[13].

Tab. 7.4. Ripartizione percentuale del numero e della superficie delle aziende a conduzione diretta in Bassa, Media e Alta Val di Non in relazione al tipo di manodopera impiegata

 

Con solo manodopera familiare

Con manodopera familiare prevalente

Con manodopera extrafamiliare prevalente

TOTALE

 

Aziende

Superficie

Aziende

Superficie

Aziende

Superficie

Aziende

Superficie

Bassa Val di Non

69,27%

55,46%

28,51%

42,67%

2,22%

1,86%

100%

100%

Media Val di Non

77,36%

70,87%

19,87%

24,87%

2,77%

4,26%

100%

100%

Alta Val di Non

96,76%

96,26%

2,56%

2,42%

0,68%

1,33%

100%

100%

Comprensorio C6

74,22%

69,41%

23,62%

28,21%

2,15%

2,38%

100%

100%

Provincia di Trento

91,17%

82,65%

7,52%

12,93%

1,31%

4,42%

100%

100%

(elaborazione dati:I.S.T.A.T., IV Censimento generale dell’agricoltura del 24 ottobre 1990)

Le percentuali medie della Val di Non sono molto influenzate dal peso maggiore della Bassa Val di Non rispetto alle altre due, soprattutto in termini di aziende agricole: 2.308 della prima contro 1.378 delle altre due. In ogni caso vale la pena rilevare come il numero delle aziende con manodopera solo familiare si avvicinava o superava i tre quarti del totale, rappresentando per l’Alta Val di Non ben il 96,67%. Le percentuali della Bassa Val di Non, inferiori al valore medio, ricordano che lì si praticava una frutticoltura intensiva che richiedeva un surplus di manodopera nel periodo della raccolta, cosa non ancora generalizzata per la fascia media ed inesistente per quella alta. Inoltre le stesse possono significare che svariate aziende erano condotte a part-time: siccome il conduttore era dedito ad altre attività lavorative, abbisognava di collaboratori esterni.

Le aziende che impiegavano collaboratori esterni alla famiglia erano mediamente di dimensioni più elevate rispetto a quelle lavorate esclusivamente dal conduttore e dalla sua famiglia: ciò si può desumere dal fatto che la percentuale della superficie lavorata da queste ultime (69,41%) è minore rispetto alla consistenza percentuale delle aziende stesse (74,22%).

I valori relativi ai singoli comuni sono molto diversificati e difficilmente è possibile intravedere la causa di queste grosse differenze. Nella Bassa Val di Non è da segnalare un 21,54% di aziende a conduzione solo familiare che lavorano una superficie del 10,87% a Nanno e, all’estremo opposto, un 94,09% di aziende su una superficie del 90,19% a Livo. A Flavon, Cunevo, Cis e Romallo non furono censite aziende con manodopera prevalente extrafamiliare, ma a Cagnò questa forma rappresentava il 7,50% su una superficie dell’11,68%. Cloz, Coredo e Rumo, nella fascia media, avevano indici di superficie coltivata con manodopera extrafamiliare prevalente significativi, rispettivamente 13,35%, 7,25%, 5,96%, ma solamente a Cloz è elevata la percentuale del numero di aziende di questo tipo di conduzione con il 14,17%. Nelle aziende agricole dei comuni dell’Alta Val di Non la forma a conduzione diretta solo con familiari era tipica e quasi unica; si discostava Ruffré dove, accanto al 97,50% di aziende di questo tipo, stava il 2,50% a conduzione con manodopera extrafamiliare prevalente che lavorava ben il 20,54% di superficie.

Dai dati dei censimenti considerati è possibile anche accennare all’incidenza del terreno in affitto e in proprietà. Le aziende con solo terreno in affitto diminuiscono, ma aumenta il terreno che esse coltivano passando da 1,70 a 7,55 ettari per azienda. Anche le aziende con terreno in proprietà ed in affitto sono in diminuzione.

Facendo riferimento all’Albo degli Imprenditori Agricoli[14] è possibile rendersi conto del fenomeno del part-time agricolo che si collega alla presenza di molte aziende agricole di dimensioni non sufficienti per permettere un reddito adeguato al conducente, fenomeno caratteristico delle aziende agricole operanti in Provincia di Trento e in Val di Non.

Tab. 7.5. - Iscritti e aziende della Val di Non nell'Albo degli Imprenditori Agricoli

Descrizione

1990

2000

N° aziende con almeno un iscritto in sez. I

1.678

1.422

N° aziende con solo iscritti in sez. II

1.191

1.232

N° totale aziende

2.869

2.654

N° iscritti in sezione I

2.076

1.664

N° iscritti alla sez. II

2.191

1.991

N° iscritti totale

4.268

3.655

(fonte: Provincia Autonoma di Trento - A.P.I.A.)

Si può osservare che il numero degli iscritti alla "sezione prima" (imprenditori che svolgono esclusivamente attività agricola) nel decennio 1990-2000 sono diminuiti del 20% (412 unità), mentre il numero di iscritti alla "sezione seconda" (imprenditori part-time) ha contenuto il calo al 9% con 200 unità in meno. Ancora più chiaro risulta l’andamento divergente considerando il numero delle aziende iscritte: quelle con almeno un iscritto nella "sezione prima" risultano in calo del 15%, mentre aumenta del 3,5% il numero di aziende con esclusivamente iscritti alla "sezione seconda". Ciò mette in luce un incremento del fenomeno del part-time agricolo che si può spiegare come passaggio di un certo numero di agricoltori dalla prima alla seconda sezione dell’albo ed è testimonianza di una frutticoltura trainante che poteva dare loro delle soddisfazioni economiche. Le aziende rilevate nel Censimento 2000[15] sono più numerose di quelle iscritte all’albo degli imprenditori agricoli (per la Val di Non 4.680 aziende censite contro le 2.654 dell’albo) e questo fatto, collegato al numero dei soci dei magazzini vicino ai 5.000, fa supporre la presenza di un’attività agricola a part-time anche superiore alla differenza fra le aziende della sezione uno e della sezione due.

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7.4. - Situazione dell’irrigazione e della consistenza dei mezzi agricoli>

La tavola del IV Censimento dell'Agricoltura del 21 ottobre 1990 fornisce dei dati interessanti sull'irrigazione dei terreni agricoli, aspetto fondamentale per la frutticoltura ed anche per la praticoltura.

Per prima cosa, solamente 5 comuni della zona oltre 950 metri era priva di forme di irrigazione rilevabili. Nei rimanenti la quasi totalità delle aziende usufruiva di tale servizio: 3.331 su 3.330 aziende con SAU nella prima fascia, 896 su 1.031 nella seconda e 239 su 535 nella terza.

Il sistema di irrigazione quasi esclusivo era quello ad aspersione usato dal 96% delle aziende con irrigazione. Tuttavia figuravano ancora sistemi a scorrimento usato rispettivamente nelle tre zone da 127, 86 e 94 aziende, e quelli con altre modalità con 120, 3 e 4 aziende rispettivamente.

La forma dipendente di approvvigionamento significa che il servizio di irrigazione è gestito in forma associata nei Consorzi irrigui con concessioni d'acqua da sorgenti o derivazioni dai tanti torrenti della Valle. Ben 4.397 aziende si servivano di questa forma, mentre 148 si erano rese indipendenti con concessioni private individuali: dai valori riportati risulta che 69 irrigavano le loro coltivazioni in modo indipendente esclusivo. Mediamente venivano irrigati 1,71 ettari per ognuna delle aziende della valle.

L’esame comparato dei dati riguardanti le aziende che utilizzano i principali mezzi meccanici di uso agricolo del III e IV Censimento generale dell’Agricoltura[16] confermano il cambio colturale, la diminuzione delle aziende e la crescita della meccanizzazione.

La categoria trebbiatrici-mietitrici, che nel 1982 interessava ancora cinque aziende nei comuni di Sarnonico, Sfruz, Smarano, Revò e Livo, non compare a conferma dell’abbandono di colture cerealicole.

All’interno del fenomeno di contrazione delle aziende agricole in generale ci fu la diminuzione di aziende che utilizzano trattrici, motocoltivatori e apparecchi per irrorazione e lotta antiparassitaria, ma i mezzi utilizzati crebbero aumentando la dotazione media per azienda. Va segnalato che nella zona della Media Val di Non si verificò per queste tre categorie anche un aumento di aziende, da 752 a 802 per le trattrici, da 764 a 780 per i motocoltivatori e da 547 a 545 per apparecchi per l’irrorazione.

La concentrazione dell’allevamento in poche aziende e la presenza più accentuata nei comuni oltre i 750 metri che sfruttano direttamente coltivazioni a prato è sottolineata dai rilevamenti che riguardano le macchine raccoglitrici- trinciatrici come si può constatare da questa tabella.

Tab. 7.6. - Numero delle aziende che fanno uso di macchine raccoglitrici - trinciatrici e numero totale di macchine raccoglitrici - trinciatrici presenti in Bassa, Media e Alta Val di Non nel 1982 e nel 1990

 

Bassa Val di Non

Media Val di Non

Alta Val di Non

Totale

 

aziende

n° mezzi

aziende

n° mezzi

aziende

n° mezzi

aziende

n° mezzi

1982

126

143

150

197

228

346

504

686

1990

7

7

64

68

147

374

218

449

(elaborazione dati I.S.T.A.T., Censimento generale dell’agricoltura del 1982 e del 1990)

Di fronte a sette aziende della Bassa Val di Non con sette raccoglitrici-trinciatrici stavano 150 aziende con 215 mezzi nella restante parte a quota sopra i 750 metri. Sembrerebbe che l’allevamento della Bassa Val di Non fosse sostenuto da foraggio acquistato e da mangimi. L’analisi degli stessi dati sulla meccanizzazione agricola della Provincia di Trento porta a conclusioni analoghe.

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7.5. - Allevamento: concentrazione dell’attività in poche aziende, fine del circolo virtuoso prato irriguo, bestiame, letame, frutticoltura.

I valori della tabella che segue illustrano il fenomeno del notevole ridimensionamento dell’allevamento bovini nel complesso della Val di Non e nel Trentino, specialmente dopo l’anno 1982[17].

Tab. 7.7. - Numero di aziende e capi di bovini dal 1970 al 2000

 

1970

1982

1990

2000

 

Aziende

N° capi

Aziende

N° capi

Aziende

N° capi

Aziende

N° capi

Alta Val di Non

557

2.598

271

3.283

193

3.311

95

3.062

Media Val di Non

768

3.538

371

3.238

213

2.713

93

1.915

Bassa Val di Non

1.802

7.625

647

5.219

235

2.973

72

1.693

Totale C6

3.127

13.761

1.289

11.740

641

8.997

260

6.670

Trentino

15.428

70.791

6.435

61.446

3.441

53.997

1.742

45.149

(elaborazione dati I.S.T.A.T. del II, III e IV Censimento dell’Agricoltura)

L’evolversi dell’allevamento dei bovini in Val di Non nel periodo 1970-2000 fu caratterizzato dal decremento dei capi allevati da 13.761 a 6.670 con una percentuale del -51,5% risultante da un aumento nell’Alta Val di Non del 17,9%, una riduzione del -45,9% nella Media Valle e una caduta verticale del -77,8% nella Bassa Val di Non in cui si passò da una base robusta di 7.625 capi nel 1970 a 1.693 nel 2000[18].

Ancora più drastico fu il decremento del numero delle aziende con allevamento bovini: dal 1970 al 2000 si ridusse a meno di un decimo (- 91,7%): con il massimo del -96% nella Bassa Val di Non, il -88% nella Media e il -83% nell’alta. Se nel 1970 le aziende con allevamento bovini interessavano ancora il 51,71% delle aziende a conduzione diretta, nel 1990 la percentuale scese a uno scarso 12,91% delle stesse ottenuto come risultato di un misero 7,06% della Bassa Val di Non, un 20,66% della Media e un onorevole 36,07% dell’Alta (non sono ancora disponibili i dati dell’anno 2000 delle aziende a conduzione diretta). Di conseguenza aumentò il numero di capi per azienda da una media di 4,40 nel 1970 a 14,04 nel 1990 e 25,6 nel 2000, con il massimo valore per l’Alta Val di Non di 17,16 capi nel 1990 e 32,23 nel 2000. Osservando la situazione nei singoli comuni, si nota poi che nel 1970 la media di capi per azienda variava di poco attorno al valore medio di 4,40. Nel 1982 le oscillazioni attorno al dato medio di 9,11 capi/azienda erano molto forti, da minimi sui tre capi ai massimi delle tre zone di 21,65 a Sporminore, 13,69 a Dambel e 33,08 a Cavareno. In modo simile, nel 1990 la media generale era di 14 capi/azienda ed il minimo riguardava Bresimo con 4,11 bovini per azienda ed i massimi erano 29,47 a Campodenno, 21,74 a Dambel e 47,64 a Cavareno. Nel 2000 la media per azienda del Comprensorio C6 fu di 26,56 capi/azienda col minimo di 3,7 capi/azienda di Bresimo ed il massimo di 81,8 capi/azienda di Cavareno.

L’analisi delle variazioni del rapporto di composizione dei bovini allevati nelle tre zone riportate dalla tabella che segue mette in mostra che l’allevamento si consolidò nella fascia alta, mentre si restrinse altrove.

Tab. 7.8. - Rapporto di composizione dei bovini in Bassa, Media e Alta Val di Non negli anni 1970, 1982, 1990 e 2000

 

Bassa Val di Non

Media Val di Non

Alta Val di Non

Comprensorio C6

1970

55,41%

25,71%

18,88%

100%

1982

44,45%

27,58%

27,96%

100%

1990

33,04%

30,15%

36,80%

100%

2000

25,38%

28,71%

45,91

100%

(elaborazione dati I.S.T.A.T. del II, III e IV Censimento dell’Agricoltura)

Il rapporto fra vacche da latte e l’insieme dei bovini si mantenne su circa due terzi con qualche variazione di lieve peso. Il ridimensionamento dell’allevamento procurò dei cambiamenti nel settore caseario. Il Caseificio sociale di Segno, che operava nell’ambito dei paesi limitrofi, fu chiuso dopo il 1982 e la struttura fu ampliata ed adattata a magazzino di stagionatura del Grana Trentino con annesso spaccio di vendita di prodotti caseari. I suoi soci da allora conferiscono il latte al Caseificio Sociale “Tovel” di Tuenno o a quello di Coredo, ricostruito a nuovo. Furono chiusi anche i caseifici sociali di Cles e di Cloz.

L’allevamento dei suini subì un tracollo. Nel 1982 era ancora un allevamento diffuso e familiare, praticato in tutti i comuni del comprensorio. Il totale dei capi ammontava a 1.963 maiali, ma scese a soli 122 al censimento del 1990; i comuni interessati erano appena diciotto. È interessante segnalare che nel 1982 a Cloz furono censiti 504 suini in due aziende, ed a Campodenno 641 suini in 16 aziende. Certamente si tratta della presenza di porcilaie che all’epoca avevano suggerito un’attività complementare alla lavorazione del latte. La distribuzione nelle singole aziende risultante dal Censimento del 1990 e del 2000 conferma il carattere di allevamento familiare: la media per azienda non raggiungeva i due capi ed il numero massimo di capi per azienda era di quattro.

Merita di essere ricordata la Stalla sociale di Lover, un’interessante iniziativa di tipo cooperativo realizzata in Val di Non nell’ambito dell’allevamento dei bovini.

All’inizio degli anni Sessanta la frutticoltura in determinate zone era diventata l'attività decisamente predominante, mente in molte aree della valle rimaneva di importanza primaria la zootecnia che però era caratterizzata da piccoli allevamenti di tre o quattro capi per famiglia. In generale tale l'attività imponeva un grosso peso sulle famiglie in quanto richiedeva un impegno giornaliero lungo tutto l’arco dell’anno. Nel paese di Lover alcuni agricoltori - allevatori decisero di riunire in un'unica stalla il loro bestiame in modo da poter sfruttare le risorse dei prati di loro proprietà, mantenere l'entrata legata al latte ed allo stesso tempo alleviare le singole famiglie da quest'onere.

La società cooperativa allevatori di Lover venne istituita il 24 ottobre 1964 ad opera di 20 soci fondatori che si impegnarono a costruire la stalla e a fornire alla società tutto il foraggio che producevano nelle loro aziende. La società, attraverso varie vicende, ebbe una durata ventennale. I maggiori problemi incontrati furono legati alla difficoltà di trovare operai disposti a lavorare in una stalla. Inoltre dal 1983, le restrizioni imposte dal Mercato Comune Europeo in relazione alle "quote latte" impedirono una gestione economica. Nel 1985 la società venne sciolta in quanto mancavano ormai gli stimoli dei soci a impegnarsi in tale attività. Questa iniziativa di cooperazione si propose come modello molto innovativo, ebbe visitatori interessati, ma in Val di Non rimase unica.

Il periodo attorno agli anni 70 era prolifico di suggerimenti e iniziative legate al mantenimento dell’allevamento di mucche e della lavorazione del latte anche in presenza della frutticoltura che riduceva le superfici a prato in campagna. Per favorire l’alpeggio di bovine da latte in alcune malghe del Trentino si pensò di portare direttamente il latte dalla malga al caseificio di fondo valle per mezzo di lattodotti. Accanto a molti progetti ci furono poche realizzazioni. I due inconvenienti maggiori riguardavano la necessità di un’accurata pulizia delle tubature dopo ogni mandata di latte verso il basso e la inevitabile battitura e compressione dello stesso che provocava la rottura delle molecole alterando le sue caratteristiche organolettiche e mettendo a rischio la sua qualità. Questo fatto rendeva il latte inadatto a una sicura trasformazione in formaggio tipo “grana” e così in Val di Non, dove i caseifici erano orientati per lo più verso la produzione di “grana”, non furono realizzate tali strutture[19].

A questo punto la diffusa coltivazione del melo, che esige diserbi e irrorazioni frequenti, rese impossibile l’approvvigionamento del foraggio necessario a sostenere l’allevamento e si interruppe il ciclo valido per la frutticoltura del passato, allevamento – letame – concimazione dei meleti – produzione di frutta e di erba per alimentare il bestiame[20].

Inoltre, la frutticoltura dopo il 1980 era diventata ormai predominante e dava soddisfazioni economiche nettamente superiori rispetto a qualsiasi altra attività agricola. La zootecnia mantenne un ruolo importante nella zona dell'Alta Val di Non, ma gli allevamenti si ridussero notevolmente di numero e crebbero di dimensioni. Anche nel resto della valle, chi decideva di continuare a operare in questo settore lo faceva su dimensioni elevate e con metodologie industriali[21].

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7.6. - Altri aspetti economici

Dopo il 1990 si assisté alla ripresa dell’allevamento di cavalli per maneggi e trekking fatto come hobby e/o come offerta turistica. Ultimamente vengono prese delle iniziative per integrare l’attività agricola col turismo mediante manifestazioni storico-culturali, offerta di prodotti agroalimentari locali e agriturismo. Tuttavia la forte stagionalità del turismo anaune, dovuto alle difficoltà ambientali per lo sviluppo di centri sciistici invernali, non assicurava prospettive economiche buone e, così, nella Bassa e Media Val di Non questa attività perse mordente rispetto ai precedenti 20 anni. Le varie iniziative di miglioramento dei centri abitati, di viabilità, di momenti di incontro sociali e culturali erano più rivolte al benessere della popolazione locale, che intese a favorire un turismo familiare attento ai modi di far gustare agli ospiti le bellezze dell’ambiente naturale e storico presenti in abbondanza nella Val di Non. Negli ultimi anni, a fronte di esiti meno positivi della commercializzazione delle mele il discorso del turismo viene ripreso e discusso alla ricerca di sinergie per un equilibrato sviluppo della Val di Non.

Nel campo industriale si chiusero le fornaci di Termon (S.I.L.T.) e di Ton (I.C.L.E.A.), come pure lo stabilimento "Emme Alfa" della Marzotto ed il caseificio "Corradini S.p.A.” di Cles, continuarono l’attività gli stabilimenti della “Mondadori Printing S.p.A.” di Cles e della "Rossignol Lange S.p.A.” di Mollaro, "Dalmec S.p.A." di Cles, la conceria “Dusini Pio”, il cementificio "Consorzio Anaune Produttori Cementi" di Tassullo che acquistò lo stabilimento "San Romedio" di Mollaro. Sorsero nuovi insediamenti come lo stabilimento giapponese per la costruzione di pompe in acciaio "Ebara Pumps Europe S.p.A." di Cles. Nell’Alta Val di Non sono operanti numerose segherie ed altre aziende legate alla lavorazione del legno e la società “Elettronica Trentina S.p.A.” (fondata nel 1963) che produce apparecchiature elettromedicali. Naturalmente si rinnovò anche il comparto artigianale (marmi, falegnameria, edilizia, impiantisti), quello dei servizi e del commercio. Nel 1995 le attività industriali erano 29 e davano lavoro a 1.299 persone.[22]

A Cles fu potenziata l’offerta degli istituti di scuola superiore e di istruzione professionale[23] e sorsero iniziative culturali: il centro studi della Val di Non alla Associazione Culturale “Monsignor Celestino Eccher” di Smarano (organo), la Scuola Musicale “Monsignor Celestino Eccher” di Cles, la nascita di cori polifonici accanto ai tradizionali cori della montagna e di parrocchia, la diffusione delle biblioteche, di riviste e di radio locali. Le società sportive svolsero un’attività crescente e bene organizzata rivolta al calcio, ciclismo, pallavolo, atletica e, ultimamente, al tiro dell’arco.

L’ultimo periodo preso in esame presenta profondi mutamenti sociali che riguardano i modi di vita delle persone e l’operare degli enti commerciali ed economici della valle con un denominatore comune: processi di allargamento dell’orizzonte al di là del singolo centro abitato, di unione e di aggregazione. Molte piccole società sportive si aggregarono in strutture maggiori aumentando l’offerta di servizi; nel campo della distribuzione sorsero supermercati e hard-discount. Le Cassa Rurali e le Famiglie Cooperative operarono delle fusioni a gradi successivi per estendere il raggio di azione e per realizzare economie di scala. Similmente si procedeva ad una riorganizzazione negli organismi cooperativi dell’agricoltura come si vedrà più avanti.

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7.7. - Indotto della frutticoltura

In questi ultimi anni la frutticoltura ha un peso preponderante nell'economia della valle: può essere considerata la principale fonte di reddito per se stessa e per l’effetto di trascinamento di molte attività industriali, artigianali e terziarie che sono a supporto e a servizio della stessa.

Già nel periodo remoto della frutticoltura praticata in modo marginale e amatoriale, le attività collegate a questo settore economico erano significative (ovviamente in relazione alla frutticoltura praticata allora).

Verso il 1920, quando la coltivazione di pere e mele iniziò a sostituire la gelsi-bachicoltura e la viticoltura in crisi, furono avvertibili i primi riscontri di attività economiche indotte. Le ceste di vimini foderate di juta o altri semplici contenitori furono sostituiti dalle gabbiette in legno. Servivano edifici nuovi o adattamenti delle vecchie cantine e filande, per ammassare le pere e le mele e per svolgere in loco alcune attività di selezione. Si rese necessaria la disponibilità di personale stagionale per la lavorazione della frutta e per le operazioni di carico e scarico. La richiesta dei frutticoltori di prodotti anticrittogamici e concimi cominciava a prendere consistenza. Per il trasporto della frutta dai paesi alle stazioni ferroviarie servivano carri speciali, forniti di molle per ammortizzare gli scossoni nel percorso sulle strade dissestate di allora onde evitare le ammaccature.

Dopo il 1950 i cambiamenti si susseguirono in rapida successione: meccanizzazione agricola, irrigazione a pioggia, tecniche di concimazione e di lotta antiparassitaria, nuovi più ampi edifici, introduzione dei grandi cassoni in legno per il conferimento - poi in plastica -, utilizzo del cartone pressato come imballaggio, automazione nel campo della pesatura, della selezione e cernita, della gestione aziendale. Ognuno di questi cambiamenti determinò delle attività indotte che fecero sorgere delle opportunità occupazionali.

La preparazione dell’imballaggio si diffuse capillarmente nei paesi della valle interessando ditte che gestivano segherie e semplici famiglie che avessero spirito d’iniziativa e un locale dove mettere la sega circolare elettrica e, in seguito, la sega a nastro (bindella). Il momento di massima diffusione di questa attività fu fra gli anni 50 ed 80. L’operazione di inchiodatura delle gabbiette era occupazione riservata anche agli adolescenti per un compenso forfetario sui pezzi preparati. L’introduzione delle macchine inchiodatrici affidò questo lavoro ai più grandi e limitò il lavoro a ditte artigianali. Alcune ditte produssero i cassoni in legno ed i pallet per il carico e scarico veloce della frutta in gabbie. L’introduzione dei cassoni di plastica, dei contenitori in cartoni e delle padelle di PVC causarono una forte riduzione del numero di artigiani che preparavano gli imballaggi per la frutta.

La meccanizzazione in agricoltura favorì lo sviluppo di alcune ditte meccaniche per l’assemblaggio di trattori, di “bilici”, di portapallet, di sollevatori ed altre macchine agricole (ad esempio la ditta Paoli a Tuenno, e la ditta Tonini a Taio). Servivano trivelle ed altri dispositivi per i nuovi impianti, atomizzatori-nebulizzatori per le irrorazioni, rotanti per sminuzzare erba o i resti della potatura, compressori e forbici pneumatiche per la potatura, scale ed altri accessori per la raccolta. Aumentava l’esigenza di officine per manutenzione e riparazione degli svariati mezzi agricoli utilizzati in modo crescente.

Parecchie sono state le ditte idrauliche che si occuparono della costruzione di acquedotti a pioggia (ad esempio Mendini di Tassullo e Tecnoimpianti S.n.c. di Taio) e delle successive sostituzioni con sistemi più moderni e computerizzati. Non è da trascurare l’implicito lavoro di progettazione e di direzione lavori da parte di vari professionisti e studi tecnici e l’assistenza per la gestione informatizzata, sia degli acquedotti irrigui sia dei magazzini.

Per il funzionamento degli acquedotti era richiesta l’assunzione di diversi operai "acquaioli" stagionali che curassero una corretta distribuzione dell’acqua irrigua trasportando i pesanti irrigatori da un’asta all’altra. Il numero di addetti in questa occupazione si ridusse con l’introduzione degli irrigatori fissi ed ancora più con l’automazione della distribuzione dell’acqua irrigua, ma l’operatore attuale deve avere più competenze e, spesso, ha un rapporto di lavoro fisso.

L’uso crescente di fertilizzanti, diserbanti e di antiparassitari suggerì la costruzione di vasche di miscelazioni comuni e, in seguito, la costituzione di cooperative per l’acquisto cumulativo dei prodotti necessari in agricoltura con conseguente assunzione di personale per la distribuzione e per la contabilità.

Per collaborare con gli agricoltori servirono tecnici che dessero indicazioni precise sui tempi ed i modi di coltivazione, dalla concimazione, alla potatura, agli interventi di difesa antiparassitaria. Anche la necessità di alleviare i danni provocati dalle calamità naturali, quali gelate e grandinate, richiesero e richiedono azioni di monitoraggio, di lotta attiva con posa di reti antigrandine (l’uso dei cannoni antigrandine è ormai superato) e di lotta passiva mediante la sottoscrizione di polizze presso le compagnie assicuratrici.

Il prolungamento del periodo di conservazione della frutta e lo scaglionamento sull’arco di quasi un anno per la vendita della stessa determinarono l’assunzione di operai e impiegati di magazzino con contratto a tempo indeterminato ed un’occupazione prolungata e meno precaria delle cernitici. Ultimamente, scarseggiando le cernitici locali, i magazzini danno lavoro a personale straniero che si è stabilito in valle.

A seguito dell’enorme aumento della produzione, l’azienda agricola familiare non riusciva più a far fonte alla raccolta della propria frutta, neppure con la collaborazione di conoscenti o persone disponibili in valle. Dal 1990 si verificò la necessità di assumere persone extracomunitarie per la raccolta: si parla di numeri che arrivano a 6.000 raccoglitori stagionali.

In questi anni l’accresciuto reddito della frutticoltura portò in Val di Non un notevole benessere economico che favorì investimenti vari (per lo più risparmio o acquisti immobiliari come impiego del capitale) e maggiori spese per un aumentato benessere personale con gli indotti che ne derivavano.

C’è da rilevare che gli ottimi risultati economici ottenuti con la frutticoltura, divenuta monocoltura, frenarono le iniziative turistiche nella prima e seconda fascia della Val di Non anche in luoghi tradizionalmente vocati al turismo, come Coredo, perché erano sentite come meno remunerative e più incerte. Solo negli ultimi anni si avverte un’esigenza di stabilire sinergie fra turismo ed agricoltura.

Si sta discutendo, poi, della possibilità di sfruttare in loco la parte di prodotto da avviare all’industria con iniziative dipendenti dalla stessa cooperazione che gestisce i magazzini frutta. Fino ad ora si è assistito a qualche iniziativa privata di trasformazione industriale delle mele con la preparazione di mele secche, di aceto di mele, di succo di mele. Al momento tale attività assorbe un'esigua percentuale di prodotto non vendibile come frutta fresca.


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Note:
[1] Gobbi D., Il romano Vervassium Storia e civiltà, Saturnia, Trento, 1994, pp. 196 – 200.
[2] Cfr. Capitolo 12, p. 163.
[3] Siccome i dati del V Censimento dell’Agricoltura 2000 sono disponibili solamente in parte (utilizzo del territorio, numero di aziende totali, dati sull’allevamento), spesso le riflessioni ed analisi riguardano solamente il periodo 1970, 1990, in particolare per quanto riguarda la forma di conduzione, la suddivisione delle aziende e delle superfici in classi.
[4] Per il Censimento generale dell’agricoltura 24 ottobre 1982 fu adottato il criterio di escludere dalla SAU i terreni delle aziende pubbliche (in gran parte prato e pascolo). Nei precedenti censimenti e nel successivo la parte non bosco delle aziende pubbliche rientra nella SAU regolarmente. Questo fattore determinò una visibile diminuzione della SAU rilevata nel 1982 rispetto a quella relativa all’anno 1970 e, di converso, un aumento di SAU dal 1982 al 1990 più consistente nei dati numerici di quanto fosse nella realtà. (da Provincia Autonoma di Trento, Risultati più significativi del 4° Censimento Generale dell’Agricoltura, p. 6,)
[5] Una particolarità del V Censimento dell’Agricoltura 2000, da tenere presente per il confronto con le rilevazioni censuarie precedenti, è che una parte prevalente di terreno agrario non utilizzato dei precedenti censimenti è passato a improduttivo extra agrario determinando, in gran parte, la riduzione della superficie agricola totale dell’ultimo decennio.
[6] Vedi grafici dell’Allegato 2. per una visualizzazione dell’utilizzo del territorio estesa a tutto il secolo, e dell’Allegato 3 per il periodo 1970 – 1990.
[7] La riduzione di superficie agricola totale dell’ultimo decennio è dovuta principalmente a criteri diversi di rilevazione statistica, come ricordato nella precedente nota.
[8] L’aumento della superficie con colture legnose, cioè del frutteto, è avvenuto anche con il recupero di aree soggette a vincolo forestale, come è documentato all’appendice 4 – “Cambio di coltura – Ispettorato forestale di Cles”.
[9] Dal 1970 al 2000 le superfici con coltivazioni legnose e di bosco nella zona alta subirono modificazioni contrapposte rimanendo, alla fine, quasi immutate:

[10] I.S.T.A.T., III Censimento generale dell'Agricoltura, 24 ottobre 1982, Volume II – Tomo 1°.
[11] I dati relativi ai numeri delle aziende per forma di conduzione sono stati calcolati perché il dato esatto non era rilevabile direttamente dagli elaborati del IV Censimento generale dell’agricoltura. Infatti, nei dati disaggregati di suddivisione per classe o per una forma di conduzione dei singoli comuni non era registrata le presenze di una sola azienda, per motivi di privacy.
[12] Il fatto di non avere usato gli stessi anni di riferimento per i due grafici dipende dalla mancanza di dati omogenei relativi ai tre Censimenti presi in considerazione.
[13] Vedi il grafico dell’Allegato 4 per visualizzare i dati dei censimenti generali dell’agricoltura della Val di Non e della Provincia di Trento relativi alle aziende a conduzione diretta e alla loro superficie agricola lavorata.
[14] L’albo degli imprenditori agricoli fu istituito con Legge Provinciale n. 39 del 26 novembre 1976, al fine di limitare o diversificare gli interventi di sostegno all’agricoltura e veniva gestito dal E.S.A.T.. L'Albo, diviso in due sezioni prevede l'iscrizione alla prima sezione dei coltivatori diretti, dei mezzadri e/o coloni e dei coadiuvanti familiari, dei datori di lavoro agricolo, dei concedenti a mezzadria e/o colonia i quali si dedichino all'attività agricola in forma stabile e permanente, che siano di età compresa fra i 18 e i 65 anni, siano dotati di sufficiente capacità professionale, svolgano l'attività agricola a titolo principale e da essa traggano più del 50% dei propri redditi. Hanno diritto di essere iscritti alla seconda sezione i coltivatori diretti, i mezzadri e/o coloni ed i coadiuvanti familiari, i datori di lavoro agricolo, i concedenti a mezzadria e/o colonia che posseggano una sufficiente capacità professionale e, pur non svolgendo l'attività agricola a titolo principale, dedichino alla stessa almeno 300 ore l'anno. Le aziende annoverate nella prima sezione sono quelle con almeno un iscritto nella stessa prima sezione; la seconda sezione annovera aziende con solo iscritti in seconda sezione. All’interno di queste categorie sono evidenziati i giovani iscritti.
[15] La differenza tra il numero di aziende iscritte all'Albo degli imprenditori agricoli e quello rilevato dal censimento è dovuto principalmente a tre motivi: l'iscrizione all'albo non è obbligatoria, le aziende di piccolissime dimensioni (meno di 300 ore dedicate all'attività agricola) non entrano nell'Albo, il censimento rileva le unità aziendali con un’ottica patrimoniale, ciò implica che ogni persona che possiede un appezzamento, anche di piccole dimensioni, costituisce un’azienda agricola. Ad esempio, i proprietari di piccoli terreni prativi, spesso, li affittano sulla parola ad aziende zootecniche
[16] I.S.T.A.T., III Censimento generale dell’agricoltura, 24 ottobre 1982, Volume II -Tomo 1°, Dati Comunali PROVINCIA DI TRENTO; I.S.T.A.T., IV Censimento generale dell’agricoltura, 21 ottobre 1990. Volume II, TRENTO.
[17] Nell’ultimo decennio la diminuzione fu generalizzata: anche i comuni della fascia alta videro una diminuzione di 249 capi di bovini pari al –7,2%
[18] Il netto calo dei bovini allevati nella fascia bassa rende comprensibile la contemporanea riduzione dell’area a prato riscontrata all’inizio di questo capitolo.
[19] E.S.A.T. (dr. Pecile)
[20] Oikos Ricerche Provincia Autonoma di Trento Comprensorio Val di Non, Programma di sviluppo comprensoriale, parte prima, Provincia Autonoma di Trento Comprensorio Val di Non, 1989, p. 42.
[21] Vedi Allegato 1 per le tabelle con dati riassuntivi relativi ai Censimenti generali dell'Agricoltura degli anni 1961 e 1970, 1982, 1990
[22] C.C.I.A.A. di Trento, L'industria nei comprensori…, cit., p. 269.
[23] Faustini G., Le Valle del Noce …, cit., p. 255.