la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 6

LA VAL DI NON NEI 25 ANNI
DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

6.1. - Aspetti economici generali della Val di Non

6.2. - Lo stato dell'agricoltura anaune dagli anni Cinquanta ai Settanta

6.3. - Nuove tendenze colturali

6.4. - Quadro delle aziende agricole della Val di Non e superficie lavorata

6.5. - L'allevamento

6.6. - Cenni demografici


6.1. - Aspetti economici generali della Val di Non

Nei primi cinquant’anni del secolo ventesimo i fattori di cambiamento furono molteplici: tecnologici e politici. L’introduzione dell’energia elettrica e dei motori a benzina o diesel, che progressivamente si sostituirono alla forza muscolare o dei mulini ad acqua, trasformò le modalità di operare nei vari settori produttivi e domestici: migliorò il sistema dei trasporti con la graduale elettrificazione delle linee ferrovie e rivoluzionò il trasporto su strada con conseguente accelerazione della mobilità di merci e persone, in agricoltura permise di svolgere con maggior velocità e con dispendio minore di lavoro muscolare le diverse operazioni colturali. L’uso dei prodotti chimici in agricoltura portò a numerosi cambiamenti: la fertilizzazione del terreno con concimi inorganici rese meno importante la rotazione agraria e gli antiparassitari di sintesi permisero un miglioramento delle produzioni. La riduzione notevole dei tempi di lavorazione, ebbe come conseguenza l’uscita dal comparto agricolo di un grande numero di persone che andarono ad occupare dei posti di lavoro nei due settori dell’economia in progressiva crescita: l’industria e il terziario. Anche il progressivo affermarsi delle radio audizioni ebbe importanza per una diffusione intensa ed in tempo reale di notizie e conoscenze e determinò la nascita della comunicazione di massa.

Come fattori di cambiamento politico si possono ricordare l’annessione del Trentino Alto Adige al Regno d’Italia, l’esperienza delle due guerre mondiali, il voto alle donne, la nascita della Repubblica Italiana, il riconoscimento dell’autonomia della Regione Trentino Alto Adige: da una democrazia ristretta si passò alla democrazia diffusa, da un’economia locale centrata sull’agricoltura si passò ad una situazione in cui prese importanza sia l’industria sia il settore terziario dei servizi.

A causa della posizione periferica le valli montane del Trentino, tra cui la Val di Non, si adeguarono con qualche ritardo ai cambiamenti di una società in profonda trasformazione.

Si può affermare che dal 1900 al 1950, in Val di Non, i cambiamenti in agricoltura furono sostanzialmente marginali[1] (sviluppo della frutticoltura nella parte centrale della valle, graduale abbandono della gelsicoltura e dell’allevamento del baco da seta, progressivo calo di peso economico della coltivazione della vite e dell’allevamento di capre e di ovini). Il sistema sociale era rimasto in gran parte chiuso, fondato su un’agricoltura di autoconsumo con attività di piccolo mercato che durava da secoli. Per integrare le insufficienti risorse interne, senza sradicarsi dalla propria terra, continuarono flussi migratori stagionali o di più lungo periodo.

Dall’inizio degli anni cinquanta l'assetto agricolo della Val di Non subì notevoli modificazioni: anch’essa si aprì ad un modello che prevedeva uno scambio fra i comparti primario, secondario e terziario. Ad esempio, con l’introduzione della meccanizzazione, la zootecnia di tutta la valle si concentrò sull’allevamento di vacche da latte adatte all’alpeggio (razza Bruno Alpina), con conseguente forte incremento nella produzione di prodotti lattiero caseari, e gli animali da tiro (buoi e muli) furono gradatamente abbandonati. Nella Bassa Val di Non i seminativi furono sostituiti dalla frutticoltura e nel resto della valle la pataticoltura subentrò alla produzione di cereali, non competitiva sul mercato. Una parte della popolazione lasciò l’agricoltura per cogliere le opportunità offerte da una società più complessa che si era messa in cammino. Si accentuò il flusso migratorio che coinvolse anche le giovani donne. Con l’affermarsi dell’industrializzazione sull’asta dell’Adige prese consistenza il fenomeno del pendolarismo operaio[2].Gli enti pubblici si adoperarono per stimolare degli insediamenti industriali anche in valle e verso gli anni Settanta tale comparto presentava una discreta vitalità. Accanto alla centrale idroelettrica di Taio (Montecatini Edison S.p.A., 1946), alle fabbriche di laterizi e tegole di Ton (I.C.L.E.A., 1952 e Valdadige S.p.A.,1959) e Termon (S.I.L.T.), al cementificio "Consorzio anaune produzione cementi" di Tassullo presente in Valle già dal 1909, alla “Miniera San Romedio” di Mollaro (1927), alle concerie "Dusini Pio", nel 1968 si insediò a Cles la "Emme Alfa" del gruppo Marzotto, nel 1969 la ditta "Lange" S.p.A. a Mollaro[3] e nel 1974 la "Nuova Stampa di Mondadori" S.p.A. a Cles[4]. Sorsero molte piccole imprese edili, altre per l’installazione di impianti elettrici e idraulici, altre di confezioni e di giocattoli e souvenir ("Bero" S.r.l. a Fondo,1969, e "Sarcletti Alfredo" a Romeno, 1959). Nel 1966 iniziò l'attività il Caseificio "Corradini S.p.A.” che si affiancò ai numerosi caseifici sociali presenti in valle. Nel 1971 le attività industriali erano ventidue (16 industrie manifatturiere, 5 di costruzioni e installazioni di impianti e un'industria elettrica) e davano impiego a 1.117 operai[5]. Erano sempre presenti attività, legate al grande patrimonio boschivo, che impiegavano manodopera per il taglio dei tronchi, addetti alle segherie ed alla confezione di imballaggi per i quali la domanda era crescente. Anche l’artigianato propose una gamma più ampia di servizi6]. Prese vigore un flusso estivo di “villeggianti” soprattutto in Alta Val di Non (Fondo, Malosco, Cavareno, Ruffré, Ronzone e Sarnonico) dove era presente la maggior parte delle strutture alberghiere della valle. In molti paesi operarono meritoriamente le Associazioni “Pro Loco” per l’abbellimento e la promozione turistica. Durante il periodo estivo nei paesi erano affittate ai turisti stanze e appartamenti da parte di molte famiglie private[7].

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6.2. - Lo stato dell’agricoltura anaune dagli anni Cinquanta ai Settanta

I dati forniti dal primo e secondo Censimento generale dell'agricoltura, rispettivamente del 15 aprile 1961 e del 25 ottobre 1970, evidenziano la profonda trasformazione del comparto agricolo, specialmente se messi in relazione a quelli relativi al periodo 1890-1900 analizzati nel primo capitolo di questo lavoro.

Per visualizzare le variazioni intervenute dal 1890 al 1970 in campo agricolo è utile proporre un grafico a linee che riassume l’utilizzo del territorio per la Provincia di Trento e per la Val di Non. I dati relativi al Comprensorio della Val di Non del Censimento generale dell’agricoltura 1961 sono approssimati8].

Grafico 6.1. - Andamento della composizione della superficie geografica secondo l’utilizzo del territorio in Provincia di Trento dal 1890 al 1970

(fonte: Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15; Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento; I.S.T.A.T. Censimenti generali dell’Agricoltura del 1961, 1970, 1982 e del 1990)

Grafico 6.2. - Andamento della composizione della superficie geografica secondo l’utilizzo del territorio in Val di Non dal 1890 al 1970

(fonte: Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15; Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento; ISTAT Censimenti generali dell’Agricoltura del 1961, 1970, 1982 e del 1990)

Appare evidente che le variazioni più consistenti delle aree dedicate ai vari tipi di colture avvennero nel decennio 1961–1970.

La tabella seguente espone i dati dell’utilizzo del territorio in Val di Non relativi ai due censimenti. Accanto alla superficie improduttiva appare quella degli incolti e tare di terreno agricolo (riuniti nella legenda del grafico in “altro”).

Tab. 6.1. - Ripartizione della superficie geografica per tipo di coltura in Val di Non negli anni 1961 – 1970 (valori in ettari)

Anno

1961

1970

Superficie geografica

59.674

59.674

Superficie agricola totale [9]

53.244,90

52.852,24

Seminativi

2.584,47

721,98

Colture legnose

2.075,54

6.287,47

Pascoli e alpe

20.862,00

11.636,75

Bosco

26.965,00

31.206,15

Incolto e tare

757,89

2.999.89

Improduttivo

6.429,10

6.821,76

(elaborazione dati I.S.T.A.T. Censimento generale dell’agricoltura del 1961 e del 1970)

Le percentuali calcolate in relazione al territorio geografico chiariscono i cambiamenti in atto. Fra il censimento del 1961 e quello del 1970, la superficie a seminativi si ridusse a un quarto, dal 4,33% al 1,21%, mentre le colture legnose triplicarono la loro consistenza, dal 3,48% al 10,54%. Si ridusse l’estensione del prato e del pascolo dal 34,96% al 19,50%, in parte sostituito dalle colture legnose e per altro verso dal bosco[10].

La riduzione della superficie agricola totale fu limitata, mentre si restrinse di oltre dieci punti la superficie agricola utilizzata che passò dal 42,77% del territorio (25.522,01 ettari) al 31,25% (18.646,2 ettari); fu consistente l’aumento del bosco, dal 45,19% al 52,29%. Nel 1970 fu rilevata un’area interna al terreno aziendale dichiarata “incolto e tare” (5,03%), categoria non registrata nel censimento di inizio secolo.

È utile cogliere qualche differenziazione nelle tre fasce in cui si è inteso suddividere la Val di Non presentando la tavola dei dati sull’utilizzo del territorio agricolo rilevati nel Censimento generale dell’agricoltura del 1970 (dati ufficiali, non approssimati) in modo da permettere un confronto con quelli del 1900.

Tab. 6.2. - Ripartizione della superficie agricola per tipo di coltura nella Bassa, Media e Alta Val di Non nell’anno 1970 (valori in ettari)

Valori in ettari

Superficie agricola

Arativi

Legnose agrarie e altre

Prati permanenti e pascoli

Totale SAU [11]

Boschi

Altra superficie

Bassa Val di Non

26.745,8

124,34

4.791,89

6.197,80

11.114,03

14.118,07

1.513,74

Media Val di Non

13.030,5

168,65

1.231,56

2.587,17

3.987,38

8.403,75

639,37

Alta Val di Non

13.075,9

428,99

264,02

2.851,78

3.544,79

8.684,33

846,78

Totale della Val di Non

52.852,24

721,98

6.287,47

11.636,75

18.646,20

31.206,15

2.999,89

(fonte: rielaborazione dati I.S.T.A.T. Censimento generale dell’agricoltura 1970)

Tab. 6.3. - Ripartizione percentuale della superficie agricola con riferimento alla superficie geografica nelle tre zone nell’anno 1970

 

Superficie agricola

Arativi

Legnose agrarie e altre

Prati permanenti e pascoli

Totale SAU

Boschi

Altra superficie

Bassa Val di Non

93,49%

0,43%

16,75%

21,66%

38,85%

49,35%

5,29%

Media Val di Non

86,11%

1,11%

8,14%

17,10%

26,35%

55,53%

4,23%

Alta Val di Non

82,09%

2,69%

1,66%

17,90%

22,25%

54,51%

5,31%

Totale Val di Non

88,57%

1,21%

10,54%

19,50%

31,25%

52,29%

5,03%

(fonte: rielaborazione dati I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970)

La prima considerazione riguarda la superficie totale agricola che è diminuita in modo considerevole rispetto al 1900 passando dal 92,3% all’88,57%, specialmente nella seconda e terza fascia (rispettivamente dal 94,96% all’88,11% e dal 97,97% all’82,09%). La grossa riduzione della SAU nelle due zone della Media ed Alta Val di Non determinò la contrazione della stessa al 31,25% della superficie geografica sull’intero Comprensorio C6, mentre la SAU della Bassa Valle si manteneva ancora al 38,85%[12].

I seminativi vanno da un insignificante 0,43% della superficie geografica nella Bassa Valle, ad un 1,11% nella Media e 2,69% nell’Alta Val di Non, mentre le percentuali delle coltivazioni legnose (frutteti) mostrano andamento inverso partendo da un debole 1,66% nell’Alta Valle, a un 8,14% nella Media Valle e un consistente 16,75% nella prima fascia. L’alta percentuale del prato e del pascolo della Bassa Val di Non, superiore di quattro punti a quello delle altre due zone, può essere messa in relazione all’utilizzo molto intenso delle malghe di alta montagna nel gruppo Brenta in questo periodo in cui era praticata la coltivazione frutticola congiunta ad un consistente allevamento. Nella parte nord orientale della seconda e terza zona, il bosco aumenta a scapito del prato in proporzione maggiore che nella prima zona.

Gli aspetti più significativi dei cambiamenti dell’utilizzo del territorio agricolo di questo periodo riguardano una tendenza all’allargamento consistente delle colture legnose agrarie (33,72% della SAU), vale a dire della frutticoltura, limitato alla prima fascia (43,11%) e seconda fascia (30,88%), e ad una riduzione crescente dei seminativi.

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6.3. - Nuove tendenze colturali

Per approfondire l’utilizzo del territorio riportiamo la seguente tavola:

Tab. 6.4. - Ripartizione percentuale del territorio geografico della Val di Non nel 1970

Anno 1970

Ettari

% della superficie totale

% della superficie agricola totale

% della Superficie Agricola Utilizzata

Superficie territoriale

59.674

 

 

 

Superficie agricola totale

52.852

88,57%

 

 

Superficie Agricola Utilizzata

18.646

31,25%

35,28%

 

Seminativi

722

1,21%

1,37%

3,87%

Coltivazioni legnose agrarie

6.287

10,54%

11,90%

33,72%

Prati permanenti e pascoli

11.637

19,50%

22,02%

62,41%

Superficie a bosco

3206

52,29%

59,04%

 

Altra superficie (incolti e tare)

3.000

5,03%

5,68%

 

(fonte: I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970)

La superficie agricola totale, comprese anche le aree del bosco, era l'88,57% della superficie geografica del Comprensorio della Val di Non. I terreni destinati alla coltivazione erano soltanto il 35,14% della superficie agricola totale (31,28% della superficie geografica). Tale area era costituita da 722 ettari di seminativi (3,87% della SAU), 6.288 ettari di coltivazioni permanenti (il 33,72%) e 11.637 ettari di prati permanenti e pascoli. I comuni con aziende agricole maggiormente dedite alla coltivazione di seminativi erano: Romeno (il 25,74% della superficie agricola utilizzata), Sfruz (20,08%), Amblar (19,91%), Smarano (19,61%) e Ruffré (18,56%). Nelle coltivazioni legnose agrarie prevalevano, nell’ordine, le aziende dei comuni di Cles (546,23 ettari), Tassullo (482,99 ettari), Campodenno (461,20 ettari), Taio (450,90 ettari), Tuenno (378.48 ettari), Sanzeno (353,42 ettari) e Ton (295,52 ettari) con valori percentuali che andavano dal 39,19% di SAU per Cles al 96,11% di Sanzeno. Nei comuni di Amblar, Bresimo, Malosco, Ronzone, Ruffré e Sarnonico non erano presenti aziende con colture legnose agrarie.

Per capire la situazione e le precedenti o successive variazioni, è senza dubbio utile riportare in tabella il rapporto fra seminativo e arborato nelle tre zone in cui è stato suddiviso il territorio del Comprensorio in base all’altitudine:

Tab. 6.5. - Rapporto tra seminativo e arborato in Bassa, Media e Alta Val di Non nel 1970

Bassa Val di Non

Media Val di Non

Alta Val di Non

Totale Val di Non

Provincia di Trento

0,026

0,139

1,625

0,115

0,337

(fonte: rielaborazione dati Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970)

La distinzione fra le tre fasce è netta, come pure quella fra la Val di Non e il territorio della Provincia di Trento nel quale i seminativi sono ancora un terzo delle colture arborate. La variazione di questo indice all’interno della prima fascia va dallo 0,0031 di Tassullo al 0,134 di Livo. Nella seconda fascia gli estremi sono: 0,0453 di Cloz e 44,477 di Rumo le cui colture legnose erano minimali (0,65 ettari). Nella terza fascia, dopo i sei comuni privi di colture legnose agrarie, si comincia dal 0,351 di Fondo per arrivare al 18,063 di Cavareno. Il massimo di seminativo spetta a Romeno col 25,74% della SAU per complessivi 159 ettari, seguito da Sfruz, Smarano, Amblar e Ruffré (18,56% di SAU per 27,77 ettari).

I seminativi, in progressivo abbandono come pratica economica, furono sostituiti dalle colture legnose agrarie (frutteti) e da un’espansione del prato per sostenere l’allevamento di bovini diffuso in tutta la vallata.

La seguente descrizione della valle, desunta dal testo di Zunica del 1974, dà uno spaccato della situazione di questo periodo. Secondo gli orientamenti colturali il territorio della valle poteva essere suddiviso in quattro zone:

La zona più redditizia dal lato economico era la prima, dove la frutticoltura veniva praticata in maniera intensiva e con un alto grado di specializzazione.

Nella suddivisione effettuata da Zunica si dà per scontata una totale scomparsa delle aziende che praticano l’allevamento nei Comuni a maggiore intensità frutticola. Ciò non è del tutto corretto in quanto in questo periodo la zootecnia costituiva ancora un’importante attività integrativa dell’azienda agricola tanto che Tuenno divenne sede del nuovo Caseificio Sociale “Tovel” nel quale veniva lavorato il latte conferito da soci di vari comuni della valle. L’allevamento dei bovini permetteva di sfruttare i prati e i pascoli che costituivano la parte più consistente della superficie agricola utilizzata (62,4%), il letame serviva come fertilizzante nei terreni a frutteto, e forse gli agricoltori mantenevano una qualche remora per la monocoltura integrale ed in ogni caso l’azienda agricola, fondata su frutticoltura ed allevamento che si integravano a vicenda, dava buoni risultati economici e maggiore tranquillità. Ciò è confermato dai dati del Censimento dell’agricoltura del 1970 analizzati più avanti nel paragrafo riguardante la zootecnia[14].

Negli anni cinquanta era ancora molto importante la coltivazione della patata, soprattutto nelle aree tra i 500 ed i 1.000 metri di altitudine; “in queste zone la patata diventava la produzione tipica e dominante dell’azienda agricola, nonché un complemento alla zootecnia”[15]. In tali zone la patata era una coltura obbligata e difficile da sostituire. La produzione media per ettaro aumentò notevolmente passando da 83,6 quintali per ettaro nel 1939[16] a 118,9 nel 1961, grazie all’uso della concimazione chimica, ma soprattutto alla introduzione di specie di provenienza nordamericana che garantivano un miglior rapporto semina raccolto e una maggiore resistenza agli agenti patogeni[17]. Alcuni paesi della Val di Non (Sfruz, Smarano, Salter, Tres, Tavon, Romeno), si specializzarono nella produzione di patate da semina, in particolare la varietà Majestic Stock Seed importata dalla Scozia[18]. Per sottolineare il ruolo che in quegli anni aveva la pataticoltura basti pensare che venne istituito un comitato per il potenziamento della pataticoltura provinciale, il Comitato tecnico Majestic Stock Seed, che si occupava delle attività connesse alla coltivazione razionale e alla distribuzione di prodotto qualificato e inoltre eseguiva dei controlli e certificava la qualità della semente prodotta[19].

La viticoltura era ormai irrilevante; ad essa si dedicavano ancora le aziende di 25 comuni sui 38 del comprensorio, ma la superficie interessata a questa coltivazione era di appena 208 ettari, l’1% della superficie agricola utilizzata[20].

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6.4. - Quadro delle aziende agricole della Val di Non e superficie lavorata

Se all’inizio del 1900 la grande maggioranza delle famiglie della Val di Non praticava e viveva di agricoltura con circa 10.800 aziende[21] a fronte di 8.671 famiglie, nel 1961 abbiamo il dato certo di 7.155 aziende agricole per le quali la forma predominante, quasi esaustiva, di conduzione era quella diretta. Da questo momento, il numero di aziende agricole tese a diminuire, mantenendo una composizione interna delle forme di conduzione pressoché stabile. Un certo numero di famiglie alienava le proprietà terriere o lasciava i terreni incolti.

Tab. 6.6. - Aziende agricole e superficie lavorata della Val di Non e della Provincia di Trento (valori in ettari)

 

Numero Aziende

Superficie agricola totale

 

Cond. diretta

Cond. con salariati

Colonia parziaria e altro

Totale

Cond. diretta

Cond. con salariati

Colonia parziaria e altro

VAL DI NON

 

1960

6.685

438

32

7.155

15.273

37.787

184,57

1970

6.047

391

70

6.508

15.064,3

37.643,65

144,29

PROVINCIA DI TRENTO

 

1960

52.258

2.464

2.227

56.949

13.3537

378.496.00

8.648,71

1970

45.002

1.775

1.685

48.462

129.663,72

373.507,36

5.621,90

(fonte: I.S.T.A.T., I Censimento generale dell’agricoltura 16 aprile 1961; II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970)

Dai dati del Censimento generale dell’agricoltura 1961 riguardanti la forma di conduzione, aggregando quelli comunali del Comprensorio Val di Non, si evince che il 93,4% delle aziende (6.685) erano a conduzione diretta. La superficie di tali aziende era pari a 15.273 ettari (il 28,68% della superficie agricola totale). Le aziende con salariati e/o compartecipanti erano 438 e rappresentavano il 6,12% delle aziende presenti in valle, con una superficie di 37.787 ettari (il 70,97% della superficie totale agricola). Essendo trascurabile in numero delle altre forme (mezzadria ecc.) con lo 0,45%, tali dati mettono in evidenza l'assoluta predominanza della conduzione diretta. Le percentuali riguardanti la forma di conduzione nel 1970 rimangono quasi immutate pur notando che le aziende a colonia parziaria raddoppiarono di numero ma diminuirono l’estensione della loro superficie.

Il dato riguardante la superficie relativa a ciascuna forma di conduzione, tanto sbilanciato a favore della conduzione con salariati, è comprensivo della presenza dei terreni di proprietà dei Comuni e delle A.S.U.C. che concorrono in modo consistente a formare la superficie agricola totale a conduzione di salariati e di conseguenza riduce la percentuale di superficie a conduzione diretta del coltivatore. Secondo un’estrapolazione fatta in uno studio della DC[22] le aziende pubbliche (Comuni o A.S.U.C.[23]) nell’anno 1970 erano quantificate in 69 e la superficie ammontava a 37.389 ettari di cui bosco 27.594 ettari e SAU 7.413 con i suoi prati e terreni pascolivi. Questi ultimi rappresentavano un'essenziale fonte integrativa di foraggio per le numerose aziende zootecniche della valle[24]. Per questo aspetto i dati della Val di Non sono in linea con quelli dell’intero Trentino, tenuto presente che, anche a livello provinciale, le aziende pubbliche incidono per quasi il 98% della superficie dei terreni condotti con salariati.

Come ci si poteva attendere, i dati dei singoli comuni si discostano in modo macroscopico. Nel 1961 Nanno e Romallo avevano più del 93% di superficie condotta in forma diretta e Tuenno la percentuale più bassa del 10,92%. Interessante un 7,17% di superficie con mezzadri per Cunevo e 3,85% per Flavon. Un certo scostamento si nota anche nella fascia dell’Alta Val di Non dove nel 1961 la forma a conduzione diretta raggiungeva il 96,71% di aziende con il 31,63% della superficie e nel 1970 il 97,60% di aziende con una superficie che arriva a 34,72%.

Riflettendo perciò sulle aziende diretto-coltivatrici, che per molti aspetti costituiscono la chiave con la quale interpretare in modo coerente l'effettiva situazione del settore, possiamo descrivere la loro consistenza media di superficie agricola totale. Dal 1961 al 1970, esse hanno accresciuto la rispettiva superficie media da 2,28 a 2,49 ettari, con un incremento del 9,21%; conseguito da una diminuzione delle unità aziendali (-647) più che proporzionale alla perdita di superficie (-393 ettari), rispettivamente un - 9,04% contro un -0,74%. Il calo del numero delle aziende lascia intendere una diversificazione dei ruoli svolti dalla popolazione attiva, non più esclusivamente contadina. Si rileva che nel 1970 la consistenza media di una singola azienda, nelle tre fasce, varia da un 1,94 ettari nella Bassa Valle e 2,91 nella Media a un 3,72 ettari della Alta Val di Non con la media sull’intera valle di 2,49 ettari/azienda.

Per quanto riguarda le aziende con salariati i dati del 1970 vanno da 63,16 ettari/azienda della Bassa Val di Non a 284,52 ettari/azienda dell’Alta Val di Non con una media di comprensorio di 96,28 ettari per azienda. Dal precedente censimento si è realizzato un aumento di 10 ettari/azienda determinato da una superficie complessiva stabile e da una diminuzione di aziende.

Come si vede dalla tabella che segue, la tendenza della Provincia di Trento è in linea con quella della Val di Non; solamente è da notare che la diminuzione di aziende è più consistente e che la dimensione media di superficie agricola totale è leggermente maggiore.

Considerando la superficie agricola totale del 1970, che come abbiamo visto è di 52.882 ettari, la superficie media aziendale del comprensorio risultava pari ad 8,14 ettari, ma questo dato non riesce ad esprimere un quadro rispondente alla realtà della consistenza delle aziende agricole private della Val di Non, in quanto sono comprese nella superficie agricola totale le proprietà boschive e prative gestite dalle A.S.U.C. o dai Comuni.

Tab. 6.7. - Quadro riassuntivo delle forme di conduzione e superficie media per azienda negli anni 1961 e 1970

 

1961

1970

Variazioni percentuali

Forme di conduzione

Numero aziende.

Superficie in ha

Numero aziende

Superficie in ha

Totali

Medie unitarie

Totali

Medie unitarie

Aziende

Superficie

Medie unitarie

Diretta del coltivatore

6.685

15.273,28

2,28

6.047

15.064,30

2,49

-9,54%

-1,37%

9,04%

Con salariati

438

37.787,05

86,27

391

37.643,65

96,28

-10,73%

-0,38%

11,60%

Altre forme

32

184,57

5,77

70

144,29

2,06

118,75%

-21,82%

-64,26%

Totale C6

7.155

53.244,90

7,44

6.508

52.852,24

8,12

-9,04%

-0,74%

9,13%

Totale PAT

56.949

520.682,16

9,14

48.462

508.792,98

10,50

-14,90%

-2,28%

14,83%

(fonte: I.S.T.A.T., I Censimento generale dell’agricoltura 15 aprile 1961; II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970)

Dallo studio della Democrazia Cristiana, già citato, si ricava che la superficie agricola utilizzata nel 1971 è pari a 18.729 ettari, dei quali 10.453 (55,8%) spettano alle aziende a conduzione diretta, 7.413 (43,5%) ai Comuni e alle ASUC ed i restanti 871 ettari ad aziende di altro tipo e che le aziende a conduzione diretta con SAU erano 6.064 per una conseguente consistenza media di 1,72 ettari per ognuna di esse. Lo studio di Rossi e Musio[25], con altre deduzioni, arrivava ad una media per azienda di molto vicina (1,6 ha/azienda).

Per approfondire il dato dell’estensione media aziendale, che risulta in lieve espansione, si riportano alcuni valori della suddivisione per classe d’estensione delle aziende. Per il 1961 si riportano soltanto come percentuali perché il fascicolo della regione agricola Val di Non copre solo i quattro quinti del territorio del comprensorio (mancano Cles ed i paesi del Mezzalone).

Non viene analizzato il dato generale perché riunisce le molte aziende private di piccole dimensioni, con le poche aziende pubbliche con notevoli estensioni. Infatti, per quanto riguarda le aziende non condotte direttamente il dato è scontato: ci sono poche aziende private con varie consistenze di terreno e il grosso dei terreni pubblici (96%) che superano i 100 ettari. Più significativa è la ripartizione in classi all’interno delle aziende a conduzione diretta che aiutano meglio a capire la dinamica del fenomeno della polverizzazione fondiaria. La tabella seguente riassume la situazione rilevata nel I Censimento generale dell’agricoltura dell’anno 1961:

Tab. 6.8. Ripartizione percentuale delle aziende a conduzione diretta del coltivatore per classi di superficie agricola e della loro superficie coltivata

 

Conduzione diretta del coltivatore

Classi di superficie

Aziende

Superficie

Senza terreno agrario

0,04%

0,00%

Fino a 1 ettaro

30,77%

7,05%

Da 1 a 2

27,46%

17,97%

Da 2 a 5

33,16%

45,48%

Da 5 a 10

7,44%

21,97%

Da 10 a 20

1,09%

6,15%

Da 20 a 50

0,04%

0,33%

Da 50 a 100

0,07%

0,96%

Oltre 100

0,02%

0,41%

Totale

100%

100%

(fonte: rielaborazione dati I° Censimento dell’agricoltura 16 aprile 1961)

Si vede che ben il 30,77% di queste aziende non superano l’ettaro di estensione, ma il nucleo più consistente è quello da 2 a 5 ettari che coinvolge un terzo delle aziende a conduzione diretta (33,16%). La prima e la seconda classe coprono il 57,23% delle aziende con il 25,02% della superficie agricola a conduzione diretta, ma soltanto l’8,10% della superficie agricola totale.

Nel censimento del 1970 la ripartizione per classi di superficie totale, non raffrontabile direttamente con la tabella sopra che ha permesso di isolare la categoria “conduzione diretta”, mette in evidenza una situazione simile alla precedente per quanto riguarda il numero delle aziende. La classe che va da zero a un ettaro comprendeva 2.036 aziende, pari al 31,35% del totale; le aziende di questa classe e la successiva fino a due ettari erano 3.641, corrispondenti al 56,05% del totale. Ciò significa che oltre la metà delle aziende, aveva a disposizione non più di due ettari di superficie, occupando nel complesso 3.442,33 ettari, equivalenti appena al 6,51% della superficie agricola totale del comprensorio per un valore medio di azienda di 0,95 ettari.

Questi dati mettono in evidenza il fenomeno della polverizzazione fondiaria, ben noto e dibattuto per i gravi riflessi economici negativi che ne derivano. A questo poi si aggiungeva anche il problema della frammentazione perché non era raro il caso di aziende di due ettari costituite da 20 o più appezzamenti sparsi in località diverse e tra loro diverse[26] con notevole aggravio dei costi e con la difficoltà di organizzare razionalmente ed economicamente l’espletamento delle varie operazioni colturali.

La gravità della polverizzazione fondiaria risulta più evidente se si considera che la superficie media delle 2.036 aziende comprese nella prima classe si aggirava intorno al mezzo ettaro, con valori minimi di ettari 0,25 per il comune di Bresimo, 0,31 per Cavareno, 0,38 per Smarano e 0,39 per Ruffré. Anche nei comuni in cui si è riscontrata la maggiore concentrazione aziendale – e cioè Cles, Taio, Tassullo e Tuenno – gran parte delle aziende apparteneva alla prima classe con una superficie media di mezzo ettaro o poco meno (per Cles e Tuenno significava oltre la metà delle aziende operanti).[27]

Dal censimento del 1970, si rileva che la proprietà era il titolo di possesso nettamente prevalente e copriva il 96,49% della superficie agricola totale[28], col rimanente 3,50% in affittanza.

Per quanto riguarda la provincia di Trento, nel 1961 il plafond aziendale era di 56.974 unità e si suddivideva in 52.278 aziende diretto-coltivatrici (91,76%), in 2.469 aziende in economia (con salariati e/o compartecipanti) (4,33%), in 601 aziende a colonia (1,05%) e in 1.626 aziende classificabili in altre forme di conduzione (2,86%). La superficie agricola utilizzata (212.244 ettari) era appannaggio per il 39,3% delle aziende diretto coltivatrici (70.521 ettari), per il 58,6% delle aziende in economia (105.151 ettari), dei quali 101.063 ettari ascrivibili ai patrimoni comunali e delle A.S.U.C.) e per il restante 2,1% delle aziende gestite in altra forma (5.111 ettari), ivi comprese quelle a mezzadria.

Nel 1970 il numero complessivo delle aziende della provincia era di 48.462 unità suddiviso in 45.002 aziende diretto-coltivatrici (92,86%), in 1.775 aziende in economia (con salariati e/o compartecipanti) (3,66%), in 344 aziende a colonia (0,71%) e in 1.341 aziende classificabili in altre forme di conduzione (2,77%). La superficie agricola utilizzata (179.183,42 ettari) era posseduta per il 39,3% dalle aziende diretto-coltivatrici (70.521 ettari), per il 58,6% dalle aziende in economia (105.151 ettari) e per il restante 2,1% delle aziende gestite a mezzadria o altre forme (5.111 ettari).

Il confronto con i dati del 1900[29] evidenzia il permanere di alcuni elementi basilari dell'economia agricola anaune: la proprietà diretto coltivatrice, la presenza di aziende agricole di piccole dimensioni e la frammentazione di queste in più corpi fondiari. D'altro lato risulta evidente la riduzione della superficie destinata ai seminativi e di quella destinata alla viticoltura ed emerge chiaramente l'importanza che venne ad assumere la frutticoltura come attività principale di tutto il comparto agricolo della Val di Non con prevalenza assoluta della coltura del melo.

Era sempre consistente e diffuso l’allevamento del bestiame per la produzione di latte. Ci fu un esperimento di introduzione di stalle sociali a Lover[30] per utilizzare le proprietà a prato di famiglie che ormai avevano abbandonato l’agricoltura o che desideravano sfuggire all’impegno dell’annata intera per accudire al bestiame. L’azione meritoria della Federazione Provinciale Allevatori introdusse l’albo genealogico dei bovini, promosse una selezione della razza bruno alpina per migliorare le rese di latte e realizzò numerose altre attività a servizio della zootecnia trentina sia nel campo della sperimentazione sia nel campo della commercializzazione[31]. Furono operate delle aggregazioni e i caseifici turnari si trasformarono in caseifici sociali che lavoravano il latte proveniente da diversi paesi. Queste nuove strutture avevano la possibilità di una migliore organizzazione del personale e si specializzarono nella produzione di formaggio grana e di altri prodotti di qualità[32]. Si svilupparono anche delle iniziative private in questo campo.

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6.5. - L’allevamento

Nel 1970 l’attività zootecnica era di primaria importanza per l’economia agricola a cui forniva considerevole apporto: la Val di Non, infatti, era al primo posto nella provincia per il numero dei capi bovini, per la quantità di latte conferito annualmente ai caseifici sociali ed anche per la quantità di prodotti derivanti dall’utilizzo industriale del latte.

Tra il 1900 e il 1970, il patrimonio bovino crebbe del 23%, passando da 11.212 capi a 13.761. Dalle rilevazioni illustrate nella Tabella 6.9. si evidenzia tale aumento ed anche la maggiore prevalenza del numero delle vacche da latte rispetto al totale[33]. Questo sta a significare che l’importanza dell’allevamento per la produzione di latte, già alta, tendeva ad aumentare mentre cominciavano a diminuire le altre funzioni dei bovini (carne ed energia per il traino)[34].

Tab. 6.9. - Numero bovini ogni 100 persone nel 1900 e nel 1970

 

Bovini

Vacche

1900

31,11

15,5 [35]

1951

34,68

21,89

1970

38,25

25,41

(fonte: K.K. Statistischen Central Kommission, Ergebnisse der Landwirtschaftlichen Betriebszählungen von 3. Juni 1902, Wien, 1908, 3 Heft; Mattedi A., Aspetti demografici ed economici della provincia di Trento, Ufficio provinciale di Statistica, Trento, 1952, p. 106.; I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970).

L’aumento di sette punti nella densità dei bovini ogni cento abitanti, dal 1900 al 1970, è reale in quanto la variazione della popolazione in questo periodo fu minima (36.087 contro 35.980). Gli scostamenti interni nei vari Comuni sono notevoli: il valore massimo di questo indice nel 1970 era raggiunto a Flavon con 84,5 bovini ogni 100 abitanti, seguito da Cloz con 78,2 e il minimo toccava a Cles 12,7, seguito da Nanno con 14,1, e da Cavareno con 18,0. Nella seconda fascia l’indice era di 55,5 mentre nelle altre due rimaneva sotto la media della Valle, 33,6 per la Bassa Val di Non e 37,5 per l’Alta Val di Non. Gli indici bovini/kmq che mettono in relazione i bovini con la SAU confermano questa maggiore presenza di bovini nella seconda fascia.

Tab. 6.10. - Numero dei bovini per kmq di superficie in Bassa, Media e Alta Val di Non nel 1970

1970

Superficie geografica

Superficie agricola

Superficie agricola utilizzata

Bassa Val di Non

26,65

28,51

68,61

Media Val di Non

23,38

27,15

88,73

Alta Val di Non

16,31

19,87

73,29

Comprensorio C6

23,06

26,04

73,80

(fonte: rielaborazione dati I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970).

Per lo più l’allevamento dei bovini era praticato in tutti i comuni da circa metà aziende a conduzione diretta: il rapporto d’incidenza fra il numero di aziende con bovini ed il numero di quelle a conduzione diretta è 0,52. In diciassette questo indice è inferiore a 0,50, col minimo di 0,27 per Nanno, e nei restanti paesi va oltre la metà con un massimo di 0,82 di Cis. Si può desumere che le aziende più piccole cominciavano ad abbandonare l’allevamento.

Il numero medio di bovini per azienda che praticava l’allevamento era di 4,4 capi. I valori delle tre fasce si discostavano debolmente dal dato medio: nella bassa Val di Non 4,2 capi per stalla, la Media Val di Non 4,6 e l’Alta Val di Non 4,7. Le variazioni tra i singoli comuni erano più consistenti: il comune con la densità di bovini per stalla più elevata era Cloz con 7,2 unità ogni azienda, mentre quello con la densità più bassa era Nanno con 2,5, l’unico paese della Val di Non che aveva scelto un indirizzo marcatamente frutticolo (solo il 20,9% delle aziende agricole praticava l’allevamento).

L’allevamento di ovini e caprini ormai non costituiva più un fatto economico: la loro consistenza non era rilevata dai censimenti dell’agricoltura dopo il 1961. Nel 1930, nelle Valli di Non e di Sole le pecore erano ancora 1.198 e le capre ammontavano a 3.046 capi. Confermando la tendenza alla diminuzione, dal 1900 al 1930, il numero di ovini passò da 4 a 2,3 capi ogni cento abitanti e il numero delle capre da 10 a 6[36]. Nel 1951, in Val di Non (compresa la zona di Molveno), la densità delle pecore era di 2,75 capi ogni cento abitanti e quella delle capre di 3,66[37].

La zootecnia si componeva di un numero ancora elevato di piccole unità produttive, la cui dimensione non permetteva la specializzazione, ma al contrario, prevedeva necessariamente, come complementari, altre attività agricole come la cerealicoltura, la pataticoltura e la frutticoltura[38]. Il binomio frutticoltura - zootecnia (bovini) costituì un cardine portante per l'economia agricola della Val di Non degli anni 1950 – 1970[39], per l’intraprendenza degli operatori del settore che sfruttarono una spiccata vocazione ambientale, resa più accentuata ed esclusiva dalla difficoltà ad intraprendere altre scelte colturali od iniziative alternative [40]. Tuttavia stavano mutando notevolmente le condizioni per la coesistenza di tali attività legate alla consociazione di prato stabile irriguo e frutteto. L’intensificarsi della concorrenza in ambito frutticolo portò gli agricoltori, che fino allora avevano operato in condizioni favorevoli senza problemi per il collocamento delle produzioni, ad accrescere la produttività adottando dei nuovi impianti a distanze ravvicinate sui filari e tra i filari ed a usare in maniera massiccia trattamenti anticrittogamici velenosi: in questo modo veniva del tutto esclusa la possibilità di produrre foraggio per l’alimentazione del bestiame. Di fronte alla necessità di tempestivi interventi per salvare la frutta dagli attacchi parassitari accadeva di dover trattare le piante in prossimità della maturazione del fieno o addirittura con il fieno tagliato sul campo: in questi casi si portava in fienile un foraggio gravemente inquinato. Problemi poi sorgevano per la qualità dell'erba cresciuta sempre all'ombra, per lo svilupparsi nei prati di erbe infestanti e di poco valore, per la difficoltà dell'essiccamento del foraggio a causa dell'ombreggiamento. Come conseguenza nel bestiame alimentato esclusivamente con questi fieni si avevano diarree croniche, ritardi di mesi e mesi nell'apparizione dei calori dopo i parti, aborti, produzioni scarse, ecc.[41]. La zootecnia e la frutticoltura divennero incompatibili ed iniziò il processo di abbandono dell’allevamento nelle zone a più alta vocazione frutticola, mentre iniziarono a specializzarsi in tale settore le aziende agricole site in luoghi sfavoriti alla coltivazione del melo, ossia i territori più elevati in alta Val di Non. Tale processo di abbandono della zootecnia si protrasse a lungo nel tempo, interessando dapprima la Val di Non Bassa e quindi quella Media.

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6.6. - Cenni demografici

Nonostante l’intensificazione della frutticoltura e il maggiore dinamismo dell’economia della valle, l’andamento della popolazione tra il 1961 e il 1971 presentò un calo di 1.818 abitanti, quasi il 5%: 1.316 unità di questi derivavano dal numero della popolazione attiva. I paesi di fondo valle limitarono questa diminuzione al 2,45%, ma altrove, specie nella seconda fascia dove la frutticoltura ancora non si era ancora espressa in modo consistente, la diminuzione si fece sensibile superando il 9%. Solamente tre comuni presentavano un aumento del numero di abitanti: Cles (+457), Cunevo (+18) e Coredo (+34). Il calo del numero degli abitanti era dovuto principalmente all’emigrazione che, cessata completamente con l'inizio della seconda guerra mondiale, riprese verso la fine del 1945; dapprima lentamente e con carattere di temporaneità - diretta per lo più verso la Svizzera, l'Austria, la Francia ed il Belgio - e dopo il 1951 con ulteriore intensità, anche oltre oceano.

La popolazione attiva del comprensorio era il 40,2% della popolazione residente al censimento 1951, il 40,3% nel 1961, il 38,8% nel 1971. La distribuzione della popolazione attiva in condizione professionale nelle varie classi di attività economiche - all'epoca dei censimenti del 1951, 1961 e 1971 – mise in evidenza i notevoli cambiamenti in atto nella struttura economica della valle anche se in modo non uniforme in ogni singolo comune.

Dal 1951 al 1971 gli addetti all'agricoltura in Val di Non accusarono una notevole contrazione, passando dal 61% della popolazione attiva del 1951 al 35% nel 1971. Tale diminuzione fu compensata dall’aumento della popolazione impiegata nell’industria e nel terziario.

Alla data dei tre censimenti la composizione della popolazione attiva risultava la seguente:

Tab. 6.11.   Percentuali di composizione della popolazione attiva dal ’51 al ‘71

 

Agricoltura

Industria

Altre attività

1951

61%

21,5%

17,5%

1961

49%

27,0%

24,0%

1971

35%

33,5%

31,5%

(fonte: I.S.T.A.T. – 9°, 10° e 11° Censimento generale della popolazione del 1951, 1961 e 1971)

I valori provinciali degli addetti al settore agricolo erano nettamente inferiori e seguirono una tendenza al decremento assai più accentuata: 40% nel 1951, 26% nel 1961 e 14% nel 1971.

A livello comunale gli attivi in agricoltura registrarono sensibili differenze fra un comune e l'altro ed altrettanto notevoli variazioni da un decennio a quello successivo. Al censimento del 1951 soltanto in otto comuni (Cavareno, Cles, Fondo, Ronzone, Ruffré, Sarnonico, Taio e Ton) essi erano di poco inferiori al 50%, mentre in tutti gli altri superavano di gran lunga tale valore, fino a raggiungere punte elevate dell'80-90% (Bresimo, Brez, Castelfondo, Dambel, Livo).

Nel 1961 i valori più elevati furono registrati a Sfruz (81%), Brez (75%), Dambel (73%) e Nanno (71%); gli addetti all’agricoltura scesero sotto il 50% anche nei comuni di Malosco, Romallo, Sporminore e Tuenno: il minimo fu registrato nel Comune di Ruffré con il 15%.

Tra il 1961 e il 1971 il comprensorio accusò un'ulteriore contrazione degli addetti al settore primario; i singoli comuni si possono raggruppare, grosso modo, come segue:

I valori estremi erano dati da Ruffré con l'8% e Cloz e Nanno con il 63%.

La contrazione degli attivi in agricoltura rispetto agli altri due settori potrebbe far pensare, a prima vista, ad un radicale cambiamento degli indirizzi economici del comprensorio. In realtà essa fu dovuta al nuovo indirizzo quasi esclusivamente frutticolo dell'agricoltura che in parte era esercitata a part-time ed alla politica perseguita in questo campo per raggiungere un giusto equilibrio tra forze di lavoro e superficie dell'azienda[42].


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Note:
[1] Vedi Capitolo 4. Economia agricola fra le due guerre.
[2] Rossi L., Musio C., Proposta per il documento preliminare per il Comprensorio della valle di Non, Comprensorio della Val di Non, Cles, 1975, pp.333 – 335. (Per ulteriore approfondimento vedi Appendice 6 – “Fenomeno del pendolarismo”).
[3] Rossi L., Musio C., Proposta per il documento preliminare …, cit., pp. 192-199.
[4] C.C.I.A.A. di Trento, L'industria nei comprensori della Provincia di Trento, Trento, 1979, pp. 106-109.
[5] C.C.I.A.A. di Trento, L'industria nei comprensori della Provincia di Trento, Trento, 1995, p. 269.
[6] Faustini G., Le valli del Noce …, cit., p. 251.
[7] Rossi L., Musio C., Proposta per il documento preliminare …, cit., pp. 218 – 223.
[8] Dal Censimento generale dell’agricoltura 1961 sono rilevabili solamente i dati della superficie agricola totale nei vari comuni, mancano i valori distinti della composizione degli ordinamenti colturali in atto del territorio della Val di Non. Pertanto si è provveduto a elaborare con approssimazione i dati della composizione del territorio calcolando le variazioni percentuali registrate nei dati provinciali di utilizzo del territorio fra il 1900 e il 1961 e fra il 1961 ed il 1970 e si sono applicate ai dati della Val di Non disponibili del 1900 e del 1970. Si ritiene accettabile quest’approssimazione perché gli andamenti e le variazioni dei dati della Provincia e quelli della Val di Non procedono in modo parallelo.
[9] La superficie agricola totale comprende l’insieme dei terreni posseduti da tutte le aziende censite, compresi i terreni demaniali, comunali e frazionali (A.S.U.C.). Praticamente consiste nell’estensione dell’intero territorio geografico ad esclusione dei i terreni sterili e improduttivi, di quelli per fabbriche, infrastrutture, occupati dalle acque e quelli di piccole proprietà abbandonate, orti familiari, parchi e giardini. Con il II Censimento generale dell’agricoltura del 1970 essa comprende terreni nella categoria “incolto e tare” che riguardano le proprietà dichiarate improduttive o abbandonate o tare quali le strade poderali, aree occupate da fabbricati, cortili ecc …
[10] Giova ricordare che i dati di partenza riferiti al 1961 sono stati calcolati con approssimazione e che in particolare il dato delle colture legnose in Val di Non è il meno in linea con l’andamento dell’intera provincia di Trento. Il valore di 2.075,54 ettari di colture legnose è da ritenersi sottostimato, forse riferibile ad un decennio precedente viste le iniziative di costruzione di magazzini e di ammodernamenti dei sistemi di irrigazione attuati dal 1950 al 1960.
[11] La SAU dal Censimento del 1970 comprende seminativi, coltivazioni legnose agrarie, prati permanenti e pascoli. Nel Censimento del 1961 si manteneva una distinzione fra erbai - prati avvicendati e prati permanenti e pascoli. Per valutare e comprendere la situazione e l’evoluzione del comparto agricolo di un territorio i dati riferiti alla SAU sono sicuramente elementi di primaria importanza, specialmente in ambiente montano in cui i terreni improduttivi o coperti da bosco sono estesi.
[12] Vedi Tab. a.3.1 in Appendice 3 – “Utilizzo del suolo all’interno della SAU dall’anno 1890 all’anno 1990”.
[13] Zunica M., La frutticoltura nonesa: fisionomia di una valle, in: “Aspetti geografici del Trentino – Alto Adige occidentale”, a cura dell’Istituto di Geografia dell’Università di Padova, XI, 1974, p. 141.
[14] Vedi paragrafo 6.5. L’allevamento
[15] Cit. tratta da: “Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica. Il caso della zootecnia del Trentino”, relatore: Rauzi P., a. acc.: 1997-98, p. 47.
[16] Dal Catasto agrario 1929 si evince che la media annua di produzione di patate nei 17 comuni della Val di Non fu di 99,13 q per ettaro nel sessennio 1923-1928, e di 70 q/ettaro nel 1929.
[17] Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica. Il caso della zootecnia del Trentino, relatore: Rauzi P., a. acc.: 1997-98, pp. 49-50.
[18] Dorigatti R., Con la Majestic Stock Seed Scozzese si è ripresa nel Trentino la produzione della patata da semina qualificata, Saturnia, Trento, 1951, p. 16.
[19] Dorigatti R., Con la Majestic Stock Seed Scozzese si è ripresa nel Trentino la produzione della patata da semina qualificata, Saturnia, Trento, 1951, p. 20.
[20] I.S.T.A.T., II Censimento generale dell’agricoltura 25 ottobre 1970. Dati sulle caratteristiche strutturali delle aziende. Provincia di Trento, Fascicolo 18, Volume II, Roma, 1972.
[21] Il dato è stato ricavato con approssimazione mettendo in proporzione i valori certi riguardanti le aziende e le famiglie: 13.950 aziende agricole (K.K. Statistischen Central Kommission, Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von December 1900 von der K.K. Statistischen Central Kommission, Vienna, 1907), 11.134 famiglie del distretto capitanale di Cles e 8.671 famiglie della Val di Non – C6 (Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415).
[22] Ufficio agricoltura - Democrazia Cristiana, Rapporto sull’agricoltura, Trento, febbraio 1972
[23] In Val di Non, come nel restante Trentino, una parte consistente del territorio è di proprietà comunale e viene gestita a favore delle popolazioni residenti dalle A.S.U.C. (Amministrazioni Separate Usi Civici) che proseguono l’attività delle “Magnifiche Comunità di Vicini” risalenti all’Alto Medioevo. Il territorio in dotazione dei Comuni e delle A.S.U.C. è costituito in prevalenza da boschi e da prati di montagna.
[24] Vedi Appendice 2 – “Aziende silvopastorali dei Comuni e delle A.S.U.C.”.
[25] Rossi L., Musio C., Proposta per il documento preliminare …, cit.
[26] Pisano A., Marri R., La Val di Non, cit., p. 1145.
[27] Pisano A., Marri R., La Val di Non, cit., pp. 1145 - 1150.
[28] Pisano A., Marri R., La Val di Non, cit., p. 1150.
[29] Il confronto con i dati del 1929 del Catasto Agrario sarebbe incompleto perché non si riferisce allo stesso ambito ed è incompleto sui molti aspetti aziendali. In ogni caso i cambiamenti dal 1900 al 1929 erano contenuti e riguardavano fondamentalmente le colture legnose e l’aumento dell’area a bosco.
[30] Cfr. Capitolo 7 p. 116.
[31] Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica. Il caso della zootecnia del Trentino, Tesi di Laurea, relatore: Rauzi P., a. acc.: 1997-98, p.117-118.
[32] Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica..., cit., p.117.
[33] La tendenza alla crescita del numero dei bovini è confermata dai dati del Ruatti riferiti all’Ex Circondario di Cles (Valli di Non e di Sole) per l’anno 1930. Egli riporta 23.659 bovini con una densità di 20 capi per kmq e un indice di 46,9 per 100 abitanti (Ruatti G., Note sulla consistenza zootecnica nel Trentino, da: “Quaderno della rivista Trentino”, n. 6-7, Trento, 1934, p. 3).
[34] Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica..., cit., p.58.
[35] Questo dato è stato ottenuto applicando la percentuale delle vacche da latte rispetto a tutti i bovini del distretto politico di Cles nel 1900 alla densità di bovini per cento abitanti dello stesso anno.
[36] Ruatti G., Note sulla consistenza zootecnica …, cit., pp. 4, 5.
[37] Mattedi A., Aspetti demografici ed economici della provincia di Trento, Ufficio provinciale di Statistica, Trento, 1952, p. 106.
[38] Rauzi A., Crisi di identità e problemi di bioetica. Il caso della zootecnia del Trentino, Tesi di Laurea, relatore: Rauzi P., a. acc.: 1997-98, p. 69.
[39] Salvaterra T., La zootecnia nelle aziende frutticole delle valli del Noce, in: “La frutticoltura delle valli del Noce: atti della «giornata frutticola delle valli del Noce Cles, 29 giugno 1967», Assessorato Regionale per l'Agricoltura e Commercio Regione Trentino Alto Adige (a cura dell'), 1967.
[40] Ufficio agricoltura - Democrazia Cristiana, Rapporto sull’agricoltura, Trento, febbraio 1972
[41] Salvaterra T., La zootecnia nelle aziende frutticole delle valli del Noce, in: “La frutticoltura delle valli del Noce: atti della «giornata frutticola delle valli del Noce Cles, 29 giugno 1967», Assessorato Regionale per l'Agricoltura e Commercio Regione Trentino Alto Adige (a cura dell'), 1967.
[42] Pisano A., Marri R., La Val di Non …, cit., p. 930.