la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

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2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 5

Lo sviluppo frutticolo fra le due guerre

5.1. - Binomio frutteto – prato stabile

5.2. - Diffusione della frutticoltura

5.3. - Importanza degli acquedotti per l'espansione della frutticoltura

5.4. - Interventi di sostegno e di promozione dell'ente pubblico

5.5. - Commercializzazione della frutta fino al 1945

5.6. - Flussi commerciali


5.1. - Binomio frutteto – prato stabile

Dopo la pausa dovuta alle vicende della Prima Guerra Mondiale, la produzione frutticola si andò ulteriormente intensificano e, con essa, anche l'allevamento. I vecchi impianti furono potati e seguiti con cura e furono messe a dimora nuove piante. Già la produzione dell’anno 1919 fu ottima benché molti frutteti fossero stati abbandonati a se stessi nel periodo della guerra appena conclusa.

Ripresero le tendenze in atto prima del 1914: l'area prativa si estese ai danni del seminativo, il vigneto subì un ulteriore restringimento a favore del seminativo arborato e, in qualche caso, del prato a causa della fillossera[1] e per la decrescente redditività dovuta alla chiusura del mercato tedesco e alla difficoltà di piazzare la produzione locale di mediocre qualità sui mercati italiani[2]. Dove poteva arrivare l'irrigazione la classica coltura del gelso, diffusa in modo estensivo nelle campagne, gradualmente, era soppiantata dalla frutticoltura[3].

Il desiderio degli agricoltori della Val di Non di ricercare modalità di lavoro sempre più remunerative li sosteneva nel dare impulso allo sviluppo della frutticoltura. Si resero conto delle potenzialità della coltura abbinata di frutteto e prato stabile irriguo per ottenere una nuova fonte di reddito senza penalizzare la zootecnia.

Questa pratica colturale fu sicuramente una caratteristica peculiare di questa fase di transizione. Il binomio prato stabile – frutteto permise di ripartire in un certo modo i rischi che sarebbero dipesi da una monocoltura e di innestare un circolo virtuoso per il quale il frutteto era concimato con il letame, l’accresciuta fertilità del terreno migliorava la resa in fieno del prato e quindi la possibilità di allevare più bovini i quali producevano latte e carne, ma anche letame. Il prato frutteto, così com'era attivato nelle zone di montagna, era un'ottima combinazione che permetteva soluzioni diverse di intensità frutticola senza menomare la produzione foraggiera[4].

In questo periodo ci fu il generale riconoscimento della frutticoltura come coltura monetizzante e quindi integrante l'economia aziendale. La frutticoltura fu il fattore che determinò il passaggio graduale da un'economia chiusa, imperniata sull'autoconsumo, ad un'economia rivolta al mercato che utilizzasse negli scambi il mezzo monetario. Infatti, il crescente bisogno di denaro per far fronte alle spese colturali (fertilizzanti, antiparassitari, utensili, ecc.) e familiari (istruzione, sanità, vestiario ed altri beni) imponeva all’aziende agricola tradizionale la trasformazione verso un modello aperto al mercato[5]. Nel contempo, com’è naturale che fosse, non mancarono forze contrastanti un indirizzo deciso verso frutticoltura, forze che si rifacevano alla tradizione ed ai pregiudizi radicati nei confronti del nuovo. In una situazione di quasi totale assenza di previdenze e difese sociali, l'agricoltore temeva le conseguenze portate dalla monocoltura in caso di mancato raccolto o in condizioni avverse di mercato. Ruatti, a proposito, ricordava che durante la prima guerra mondiale la coltivazione di cereali e di altri prodotti alimentari permisero alla popolazione di nutrirsi, mentre la frutticoltura subì una pressoché totale paralisi.[6] Come sintesi fra le due posizioni l'agricoltore preferì mantenere quelle colture necessarie all'alimentazione del proprio nucleo familiare e si dedicò alla coltivazione della frutta solo in via sussidiaria.[7] Per questi motivi il passaggio da un'agricoltura promiscua ad un'agricoltura specializzata necessitò di molto tempo e ancora verso gli anni sessanta tale processo di trasformazione non si era esaurito.

Queste lente trasformazioni colturali furono particolarmente rilevanti nelle località sulla sponda destra del Noce. Infatti, nella zona di Tuenno, Cles, Nanno e Tassullo, la coltivazione del frutteto in consociazione al prato stabile irriguo era diventata un'attività tanto importante da trasformare in modo evidente la composizione dell'area coltivata rispetto all'Ottocento. Mentre nel 1897 i seminativi in quest’area rappresentavano circa il 49% della superficie a coltura intensiva nel 1932 si erano ridotti al 45%, i prati permanenti (nudi o arborati, asciutti o irrigui) si erano accresciuti notevolmente passando dal 38% del 1897 al 45% del 1932[8]. I vigneti che nel 1932 rappresentavano ancora il 9,5% dell'area coltivata, si erano ridotti di tre punti percentuali rispetto al 1897 e il vino prodotto da essi soddisfaceva a malapena il consumo locale[9].

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5.2. - Diffusione della frutticoltura

La frutticoltura era praticata in molte aree della Val di Non, dal fondovalle fino a quote anche oltre i 1.000 metri di altitudine nelle zone più riparate e soleggiate. Secondo la descrizione del Boni nel 1932 si trovavano alberi da frutto nei Comuni di Sporminore, Termon, Quetta e Denno. La zona di Cunevo, Flavon, Terres e Tuenno aveva una produzione che, negli anni migliori, raggiungeva oltre 5.000 quintali di frutta, in gran parte mele. Nanno e le Quattro Ville (Tassullo, Campo, Rallo e San Zenone) erano il cuore frutticolo della Val di Non e producevano oltre 10.000 quintali di mele (in particolare Renetta del Canada, Cosenza Gentile, Mantovane e poche altre varietà). Cles era un ottimo centro frutticolo. Più a Nord si trovava la plaga frutticola del «Mezzalone» (Livo, Preghena e Rumo)[10] dove la frutticoltura si spingeva fino ed oltre i 950 metri di altitudine sul livello del mare grazie ad un’ottima esposizione al sole, buona piovosità e alla posizione al riparo dai venti freddi provenienti da Nord. Qui erano prodotti 5.000 quintali di frutti tra i quali la Taffetà bianca d'autunno, la Cosenza, la Mantovana, i Fragoni e altre varietà minori. Anche il territorio di Vigo, Toss, Mollaro, Dardine e Segno era un'ottima zona per la coltivazione della frutta. Tuttavia le campagne di Dardine, Priò, Torra, Tuenetto e Vion erano meno adatte di quelle sulla destra del Noce ed a seguito della limitata disponibilità di acqua irrigua questi agricoltori privilegiarono la coltura del pero, meno esigente di acqua rispetto al melo. Più avanti c’era l’importante centro frutticolo di Taio che coltivava in prevalenza la Cosenza Gentile. Nel centro di Coredo, accanto ad una buona frutticoltura, si stava sviluppando il turismo. Un'altra importante plaga frutticola era quella che andava da Cloz, Revò, Romallo fino a Cagnò dove, nei fondi piani o a leggero pendio, il frutteto sostituiva la vite. Anche in Alta Val di Non la produzione frutticola era considerevole, ancorché fosse limitata alle posizioni migliori nei comuni di Fondo, Romeno e Cavareno[11].

Per rendersi conto delle aree interessate, della tipologia di coltivazioni frutticole praticate e delle produzioni raggiunte è bene citare i dati presenti nel Catasto Agrario del 1929[12] relativi ai 17 comuni della Val di Non che si estendevano su di un’area vicina a quella dell’attuale Comprensorio C6 formato da 38 comuni.

La coltivazione del pero, quasi sempre promiscua con il melo, si sviluppava su un’area inferiore a quella del melo. Cavareno, Coredo, Fondo, Rumo e Tres non presentano superficie coltivata a pereto. A Brez, Cles, Denno, Flavon, Revò, Romeno, Sanzeno, Tassullo, Ton, Taio e Tuenno l'area del pereto promiscuo era inclusa per intero nell’area di meleto. A Livo l'area promiscua con coltivazione di peri era più estesa dell'area promiscua con coltivazione di meli. Erano presenti impianti specializzati di meli e peri consociati solamente a Brez, Cles, Livo, Revò, e Sanzeno. Altrove gli impianti specializzati sono solamente di meli. La tabella delle percentuali relative alle colture legnose rispetto alla SAU complessiva di questi comuni, ordinate in modo decrescente sulla chiave dell’area coltivata a meleto specializzato, visualizza la situazione nell’anno 1929 e conferma le zone di diffusione delle coltivazioni fruttifere della Val di Non descritte da vari autori.

Tab. 5.1. - Comuni e percentuali di SAU utilizzata come coltivazioni legnose (meli, peri, e complessive con vite e gelsi)

 

Coltura specializzata

Coltura promiscua

Colture specializzate legnose

 

Integrante [13]

ripetuta

ripetuta

ripetuta

 

Meli

Peri

meli

peri

Sanzeno

4,06%

4,06%

8,77%

8,77%

6,01%

Flavon

3,00%

 

9,61%

9,61%

3,45%

Revò

2,98%

2,98%

20,06%

20,06%

14,92%

Tuenno

2,93%

 

7,74%

2,38%

3,97%

Tassullo

2,18%

 

32,10%

13,66%

8,89%

Taio

1,34%

 

25,97%

4,03%

2,69%

Denno

1,25%

 

6,35%

6,35%

1,99%

Cles

1,13%

1,13%

8,29%

8,29%

1,48%

Livo

0,64%

0,64%

1,58%

1,85%

1,13%

Brez

0,54%

0,54%

5,67%

5,67%

1,33%

Ton

0,53%

 

10,27%

10,27%

1,59%

Fondo

0,40%

 

1,58%

 

0,69%

Cavareno

0,36%

 

2,73%

 

0,36%

Coredo

0,10%

 

0,64%

 

0,15%

Tres

0,09%

 

0,89%

 

1,34%

Romeno

 

 

5,19%

5,19%

 

Rumo

 

 

0,13%

 

 

Totale

0,92%

0,40%

6,01%

4,04%

2,04%

(fonte: rielaborazione dati Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento, Fascicolo 21, Roma, 1934, pp. 7-132)

Nella voce colture legnose specializzate erano compresi meli, peri, vigneto e gelsi per un totale di 599 ettari. La superficie dedicata al frutteto intensivo era di 272 ettari con una densità media di 140 piante per ettaro. Accanto a quest’area specializzata a frutteto erano presenti 1.781 ettari consociati al seminativo e, soprattutto, al prato permanente e in gran parte irrigato con densità per ettaro inferiori (50/60 alberi da frutto per ettaro). I vigneti intensivi coprivano 307 ettari con densità di circa 6.000 viti per ettaro. Il vigneto con coltivazione promiscua era di 430 ettari con una densità da 1.000 a 4.000 viti per ettaro.

Per le produzioni furono prese in considerazione le medie annuali per ettaro ottenute in ogni comune nel sessennio precedente il 1929 e quella dello stesso 1929. Per le mele sono riferite medie massime di 45 quintali/ettaro su impianti specializzati e di 30 quintali/ettaro per gli impianti promiscui; per le pere medie massime di 12 q/ha in entrambi le situazioni[14]. L’anno 1929 diede uno scarso raccolto, inferiore alla media annua del sessennio precedente: in cui si raggiunsero circa 25.000 quintali di mele e 6.300 quintali di pere.

I dati della Cattedra Ambulante di frutticoltura riferiti all’anno 1932[15] ci mostrano uno scenario in evoluzione. La Val di Non aveva una superficie di 299 ettari coltivata a melo a coltura specializzata e 2.174 a coltura promiscua (melo consociato a prato stabile irriguo), inoltre 1.379 ettari erano dedicati alla coltura del pero a coltura promiscua.

Per quanto riguarda i dati dell'intera Provincia dell’anno 1932, la superficie coltivata a melo in impianti intensivi era di 607 ettari, mentre l'area a coltivazione promiscua era di 17.828 ettari. Per il pero, la superficie a coltivazione specializzata era di 50 ettari, mentre quella a coltivazione promiscua era di 14.803 ettari.

Le varietà di pomacee prodotte nella Val di Non erano ancora numerose. In ordine d’importanza le produzioni maggiori riguardavano la Renetta del Canada, seguita quindi dal Napoleone (o Carla), dalla Pearmaine dorata, dalla Renetta Ananas, dal Rosso Nobile, dalla Melarosa, dalla Rosa doppia, dal Fragone, dalla Renetta rugginosa, dalla Bella di Boskoop e da altre ancora.

Le varietà di pere più coltivate erano la Moscatella, il Sorbetto, la Maddalena verde, il Buon Cristiano William (Imperiale), la Buona Luigia d'Avranches, la Duchessa d'Angouleme, l'Imperatore Alessandro (Kaiser Alexander), la Butirra Clairgeau, la Butirra Diel, la Butirra di Hardenpont, Spadone d'inverno (Curato), la Bergamotta Esperen, la Passa Crassana e la Decana d'inverno.

La produzione di mele in Val di Non nell'anno 1932 raggiunse i 70.800 quintali, ma in questo periodo, mediamente, si aggirava sui 50 – 60.000 quintali[16]. Le mele rappresentavano l'83% dell'intera produzione frutticola. Il 60% di produzione di mele era costituito dalla Renetta del Canada, il che equivaleva al 50% della produzione di frutta nonesa. La coltivazione delle pere, per la loro scarsa adattabilità all'ambiente e per le difficoltà di conservazione, si ridusse notevolmente e fu mantenuta solo nelle zone dove non erano state costruite delle opere di irrigazione sufficienti per la coltivazione del melo[17].

Tab. 5.2. - Produzione di frutta in Val di Non nel 1932 in quintali

Mele

Pere

Totale

Renetta del Canada

41.500

Moscatella

1.500

 

Napoleone

7.000

Buon Cristiano William

2.100

 

Misto grosso

13.400

Buona Luigia

1.200

 

Misto piccolo

8.900

Butirra Diel

800

 

 

 

Spadone d'inverno

6.200

 

 

 

Invernali diverse

2.400

 

Totali

70.800

 

14.200

85.000

(fonte: Cattedra Ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino. Rapida rassegna delle colture e delle produzioni, Trento, Premiato Stabilimento d'Arti Grafiche, 1932, X, p. 35.)

Tab. 5.3. - Quantità e composizione percentuale della frutta prodotta nella Provincia di Trento nel 1932

Varietà

Produzione in quintali

%

Mele

110.000

52%

Pere

47.000

22%

Pesche

11.500

5%

Susine

13.000

6%

Ciliegie

7.000

3%

Noci

4.000

2%

Castagne

12.000

6%

Olivi

5.500

3%

Totale

210.000

100%

(fonte: Cattedra Ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino. Rapida rassegna delle colture e delle produzioni, Trento, Premiato Stabilimento d'Arti Grafiche, 1932, X, p. 49.)

Tab. 5.4. - Produzione di frutta in Provincia di Trento dal 1914 al 1932

Anno

1914

1919

1924

1928

1932

Produzione in q.

105.000

111.000

135.000

150.000

210.000

(fonte: Cattedra Ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino. Rapida rassegna delle colture e delle produzioni, Trento, Premiato Stabilimento d'Arti Grafiche, 1932, X, p. 49.)

Tab. 5.5. - Produzione di frutta nelle valli trentine nel 1932

 

Produzione in quintali

Percentuale

Val di Non

85.000

40,4%

Val d'Adige

66.000

31,4%

Valsugana

24.000

11,4%

Basso Sarca

22.200

10,6%

Giudicarie

5.500

2,6%

Zone varie

7.500

3,6%

Totale

210.200

100%

(fonte: Cattedra Ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino. Rapida rassegna delle colture e delle produzioni, Trento, Premiato Stabilimento d'Arti Grafiche, 1932, X, p. 49.)

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5.3. - Importanza degli acquedotti per l’espansione della frutticoltura

La crescita della frutticoltura fu resa possibile e venne sostenuta dall'irrigazione artificiale dei prati – frutteti, che si diffuse in molte zone dove si provvide alla costruzione di nuovi acquedotti o furono migliorate le opere già esistenti[18]. Dal 1900 in poi gli acquedotti furono realizzati secondo delle tecniche costruttive maggiormente evolute rispetto al passato. La presa d'acqua era costituita da una diga di sbarramento in muratura, con una bocca di derivazione seguita da una vasca di sedimentazione con un congegno per lo scarico delle acque e sfioratoio. Il canale principale e le più importanti derivazioni secondarie erano in muratura[19]. Nel 1932 erano presenti in Val di Non ben 40 Consorzi irrigui che fornivano ai prati - frutteti una massa d'acqua complessiva di 3.200 litri al secondo per l'irrigazione di oltre 3.000 ettari di superficie[20].

Tab. 5.6. - Acquedotti costruiti nel periodo 1900 - 1930

Luogo

Anno di costruzione

Quantità d'acqua in l/s

Superficie irrigata in ha

Note

Termon

1904

30

50

 

Terres-Flavon-Cunevo

1905

200

240

 

Vervò

1906

20

20

 

Vigo

1911

20

30

 

Malosco

1914

12

15

 

Taio-Dermulo

1922

180

200

Con acqua del rio San Romedio

Romallo-Cloz

1922

180

200

Con acqua del Pescara

Tres

1928

40

60

 

(fonte: Franch L., I canali di irrigazione nella Val di Non, in: "Strenna trentina", maggio 1931, p. 56)

Oltre agli acquedotti elencati in tabella, nel periodo dopo il 1930, furono costituiti nuovi consorzi e realizzate altre opere irrigue(ad esempio a Priò nel 1933)[21].

La trasformazione colturale permessa dall’estendersi dei terreni irrigati, accompagnata alla maggiore professionalità ed esperienza degli operatori, determinò un’accresciuta produzione e redditività del terreno agrario e si rifletté sull'ampiezza aziendale. Se, praticando le ordinarie colture del suolo, occorrevano circa tre ettari a formare un'azienda autosufficiente, cioè un’azienda con superficie tale da poter essere lavorata da una famiglia contadina e capace di assicurare il mantenimento dei suoi componenti, nelle zone di agricoltura più avanzata, divenne sufficiente un'estensione di 1,5 ettari di terreno coltivato, un ettaro a prato frutteto e mezzo a seminativo. Un chilogrammo di mele, nel 1939/40, aveva un valore che poteva arrivare alle due lire, a fronte della paga di un salariato agricolo di dieci/quindici lire giornaliere[22].

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5.4. - Interventi di sostegno e di promozione dell’ente pubblico

Anche con l’amministrazione del governo italiano fu molto preziosa l'opera di divulgazione realizzata dal Consiglio Provinciale di Agricoltura di Trento, dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura (poi Ispettorato Provinciale dell'Agricoltura di Trento) e dall'Istituto Agrario di S. Michele utilmente operanti nel periodo Austro-Ungarico.

Queste istituzioni ripresero la loro attività a pieno ritmo anzitutto per ripristinare la situazione dell'anteguerra, e quindi per raggiungere gli obiettivi che si erano poste ancora alla fine del 1800, ossia la propaganda di metodi colturali razionali e l'adeguamento delle produzioni frutticole in relazione alle richieste del mercato. Uno dei primi problemi che dovettero essere risolti fu il recupero dei mercati esteri che nel 1919 furono chiusi all'esportazione di frutta della Regione soprattutto per motivi strutturali: si lavorò al ripristino delle comunicazioni (telegrafo e ferrovia) con le aree di sbocco delle produzioni frutticole provinciali verso i paesi germanici[23]e quindi a riallacciare relazioni commerciali con tali aree.

Oltre a ciò, l'ente pubblico riprese sistematicamente l'opera di propaganda per una coltivazione più razionale del frutteto suggerendo le varietà di meli da mettere a dimora in ogni zona frutticola, i portainnesti migliori per ogni varietà, gli antiparassitari e i fertilizzanti da utilizzare e le lavorazioni da effettuare sul terreno e sulla pianta in ogni stagione. I modi utilizzati per la divulgazione restavano gli stessi: articoli sulle riviste di agricoltura, conferenze dei tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura, corsi di frutticoltura realizzati presso l'Istituto Agrario di S. Michele e la fornitura di piantine da mettere a dimora. Nell'annata agraria 1931-32 la Cattedra Ambulante tenne 17 corsi speciali di frutticoltura con 1.320 iscritti[24].

Grazie ai corsi tenuti per opera dell'ente pubblico gli agricoltori si resero conto dei diversi fattori che influiscono sulla produzione della frutta, fattori di carattere:

  1. fitobiologico: tendenza delle singole varietà e delle singole piante alla produzione, loro grado di resistenza ai parassiti, vigoria vegetativa e durata del ciclo vitale – biologico;
  2. climaterico: andamento delle stagioni, incursioni di gelate o grandinate, frequenza e violenza dei venti, piovosità ovvero siccità
  3. colturale: tecniche di esecuzione dei lavori di potatura e di innesto, dei trattamenti, delle concimazioni;
  4. ambientale: influenza del suolo e sottosuolo, dell'esposizione e giacitura, delle acque, ecc.

I frutticoltori dovevano fare i conti con molti problemi posti dalla coltivazione a frutteto. La produzione dei meli avveniva a cicli alternati ogni due anni. Il pero invece fruttificava quasi in pari misura in ciascun’annata, il che gli attribuiva una buona resa economica anche se i prezzi di parecchie varietà di pere erano solitamente inferiori a quelli delle mele. Inoltre si deve ricordare che esisteva fra l'una e l'altra varietà di meli, un forte divario di tempo fra il momento dell'impianto e l'epoca di iniziale produzione. La Renetta del Canada fruttificava tra il dodicesimo e il quindicesimo anno dalla messa a dimora; il Napoleone (o Carla) produceva sempre dopo il diciottesimo anno.

Superato il periodo di allevamento (di 3/5 o più anni), seguiva quello di avviamento alla produzione e quindi le piante entravano nella fase di completa produttività, nella quale permanevano per qualche decina di anni, dopo i quali subentrava la decadenza. Questa si palesava con produzione di frutta scadente, più in senso qualitativo che quantitativo, per la scemata vigoria vegetativa.

Durante l'allevamento dei fruttiferi la produzione foraggiera si manteneva costante, ma, nel momento in cui questi allargavano le ramificazioni e si intensificavano i trattamenti, scemava il prodotto del prato. L'influenza del comportamento della chioma sulla produzione foraggiera dipendeva anche dalla varietà coltivata ed evidentemente dalla maggiore o minore densità d’impianto[25].

Inoltre era necessaria la cura delle piante per preservarle dall'attacco di parassiti. Avevano ampio spazio i rimedi naturali che affiancavano quelli chimici. Ad esempio Giglio Boni nel descrivere i rimedi contro il maggiolino scriveva: "Caccia agli adulti da estendersi alle piante boscherecce circostanti ai frutteti e da organizzarsi in massa, utilizzandovi, in primo luogo, gli scolari più anziani delle elementari e dei corsi integrativi. Le larve si possono combattere con iniezioni nel terreno, in marzo, con 100 - 200 grammi di solfuro di carbonio per metro quadrato"[26]. C'erano molte altre tecniche di lotta per ogni tipo di parassita: erano praticati la cattura a mano e distruzione, la raschiatura e ripulitura dalle vecchie cortecce dei fusti, i trattamenti con estratto di tabacco, sapone o calce, l'applicazione di fasce spalmate di vischio per intrappolare gli insetti. Contro le crittogame, ed in particolare contro la ticchiolatura, venivano eseguiti trattamenti preventivi con solfato di rame e calce (miscela bordolese)[27].

Per quanto riguarda la concimazione del terreno, la principale sostanza nutritiva utilizzata e consigliata dagli agronomi era lo stallatico. Oltre a questo erano impiegati limo di deposito d'acque e il sovescio di alcune leguminose. Tra le sostanze chimiche erano usate le Scorie Thomas, perfosfato, cainite e gesso[28].

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5.5. - Commercializzazione della frutta fino al 1945

Prima del 1918 i grandi commercianti di frutta, che si occupavano dell'esportazione verso i territori austriaci e della Germania, nella maggior parte dei casi, per l’acquisto della stessa incaricavano parecchi mediatori o persone di fiducia nei vari paesi affinché prendessero contatto con ogni singolo produttore locale. Questi intermediari si occupavano dell'acquisto, dell'ammasso della merce e del pagamento del saldo al produttore trattenendo una percentuale sul prezzo di vendita, spesso elevata. Ruatti paragonava le manovre e le astuzie usate da questi intermediari alle pratiche tipiche dei mercati borsistici: "È interessante seguire i metodi di accaparramento dei prodotti: talora per piccole partite si offrono prezzi superiori alla media per distogliere gli altri acquirenti dalla compera in certe località, salvo poi tosto ribassare le offerte per il grosso della produzione; altre volte si tentarono dei monopoli, essendosi gli acquirenti locali accordati sulle plaghe e assegnata completa libertà di azione sulle medesime; infine si stiracchiano le contrattazioni per provocare il panico fra i produttori, che sono privi di magazzini e di esperienza commerciale"[29].

Per ovviare a tale problema, taluni frutticoltori cominciarono ad associarsi per stipulare i contratti di vendita in modo collettivo. Sorsero dei Consorzi di vendita che, in generale, si fondavano su semplici accordi verbali tra i produttori di un paese, senza avere una forma giuridica ben definita. I soci si obbligavano a consegnare la frutta da loro prodotta al negoziante col quale un incaricato del consorzio aveva convenuto modalità e prezzo di vendita[30].

In alcuni casi gli associati realizzarono e misero a disposizione dei commercianti dei locali per il conferimento e deposito della frutta. In questo caso il commerciante liquidava al consorzio sia la somma convenuta per l'acquisto delle mele e delle pere, sia il canone d’affitto dei locali[31].

All’interno di tali associazioni sorsero discussioni e difficoltà in quanto il ricavato della vendita era distribuito tra i soci esclusivamente in base al quantitativo consegnato da ciascuno senza considerare la qualità del prodotto. Di conseguenza accadeva che i produttori di frutta migliore si lamentassero per il ricavo unitario uguale a quello realizzato da chi aveva consegnato frutta meno pregiata[32].

I sistemi di acquisto praticati con i singoli produttori erano molteplici. Il sistema detto "al fiore", che consisteva nell'acquistare la frutta sulla base dell'entità della fioritura[33], andò in disuso dopo la prima guerra mondiale. Di ordinario la frutta era venduta sull'albero nei mesi di agosto, settembre, con due tipologie contrattuali: o "a blocco" per l'intera partita con anticipo al momento del contratto e liquidazione alla consegna del prodotto, o “a peso”, cioè a un determinato importo per ogni chilogrammo di produzione commerciabile pesata al conferimento. Il sistema di compravendita “a fiore” e quello “a blocco” avevano il difetto della difficoltà di valutare la quantità della merce effettiva al momento della raccolta in modo soddisfacente per le due parti; l'ultimo permetteva al commerciante di determinare con parametri non oggettivamente certi il limite fra merce commerciabile e non commerciabile. In ogni caso il processo di cernita, manipolazione, imballaggio e di vendita sul mercato della merce era seguito dalla parte acquirente.

Il centro di smercio frutticolo della valle era Cles. Qui si concentravano nel periodo autunnale tutte le attività legate alla vendita della frutta: circolazione di denaro tramite gli istituti di credito, trasportatori, movimento di intermediari e di acquirenti dalle principali città italiane (Milano, Genova, Roma, Torino, …), ma anche quelli francesi, tedeschi e inglesi, acquisto di cassette e gabbiette, lavoro di organizzazione e di spedizione dei prodotti[34]. Nella zona di Cles ed in altri paesi della valle nacquero dei laboratori per la preparazione di tutto il materiale necessario all'imballaggio della frutta: cassette, gabbiette, trucioli di legno, carta di avvolgimento ed ondulata, ecc. Nel 1924 era presente nel «Mezzalone» una segheria specializzata nel preparare tali manufatti[35].

Dopo la raccolta, le mele e le pere erano depositate in appositi locali a "fermentare" per circa un mese[36] e quindi venivano selezionate in base alla loro dimensione e al grado di regolarità e conservabilità e quindi confezionate per categorie (varietà, pezzatura, grado di serbevolezza). I materiali di imballaggio erano scelti in relazione alle esigenze del consumo[37]. La merce di minore qualità era immessa immediatamente sul mercato, mentre quella migliore e conservabile più a lungo veniva venduta nel periodo natalizio[38].

Nonostante le esperienze consolidate in fatto di cooperazione (nel periodo esaminato esistevano già numerose famiglie cooperative e casse rurali in valle), in campo frutticolo, in un primo periodo, i produttori non riuscirono a trovare motivi validi per associarsi in consorzi per la lavorazione e la vendita delle mele e delle pere prodotte. Secondo l’opinione del Ruatti, la cooperazione denotava una certa refrattarietà in campo frutticolo per ragioni d'ordine economico e psicologico[39], tuttavia l’autore non approfondiva questo aspetto. I sistemi di accaparramento del prodotto e le consuetudini di compravendita sopra delineate rendevano oggettivamente difficile un’organizzazione cooperativa che potesse soddisfare i soci ed interloquire positivamente con i commercianti. Solo nel 1924 tali ostacoli vennero superati. Per risolvere i problemi legati all'assenza di locali adatti, nei quali le mele e le pere potessero essere ammassate nel periodo di fermentazione e in seguito lavorate, e per far fronte all'aleatorietà e alle insidie commerciali nei paesi di Rallo, Pavillo e Campo Tassullo, vale a dire nella plaga frutticola più specializzata della valle, vennero istituiti dei magazzini cooperativi con una capienza di 5-6.000 quintali[40].

I soci non si limitarono alla costruzione degli edifici per il deposito della produzione che poteva anche essere affittato ad un commerciante, ma vollero occuparsi anche della lavorazione della merce e della vendita collettiva direttamente sui principali luoghi di consumo oppure a grossisti, valendosi di personale eletto dai membri del consorzio medesimo[41]. Per la lavorazione della frutta si avvalsero dell'opera delle ragazze locali che si erano precedentemente formate alla scelta e al confezionamento della frutta nei magazzini del bolzanino sotto la guida di abili spedizionieri[42].

Nello stesso tempo anche gli accaparratori locali e diversi commercianti adattarono a magazzini diversi edifici in precedenza destinati ad altri scopi, in particolare le cantine sociali[43].

Le prime strutture per il deposito della frutta, sia private sia consorziali, sorsero nei centri ove la frutticoltura aveva raggiunto livelli ragguardevoli per l'estensione e l'intensità delle coltivazioni. Nel periodo precedente la prima guerra mondiale erano sorti, infatti, alcuni “magazzini – locali speciali” della frutta nella zona di Cles, Tassullo, Pavillo, Nanno, Rallo e Tuenno, nella zona di Cagnò, Revò, Romallo e Cloz e nella zona di Denno.

5.6. - Flussi commerciali

L’esito della prima guerra mondiale, con il passaggio del Trentino - Alto Adige all’Italia, mutò considerevolmente la situazione per quanto riguarda i mercati di sbocco della frutta. Prima del 1918 i mercati principali per la frutta trentina erano l'Austria, la Germania e la Russia, e per piccoli quantitativi la Svizzera, la Francia e gli altri Paesi europei. Il miglioramento delle vie di comunicazione con la costruzione delle ferrovie aveva migliorato il commercio della frutta e quindi i quantitativi esportati sui mercati esteri. Nel 1919 lo spostamento del confine fra Italia e Austria al Brennero causò un grave contraccolpo per l'esportazione della frutta in quei paesi che fino a poco prima erano stati i principali luoghi di smaltimento delle produzioni della regione. Il 1920 fu un’annata di ottimo raccolto in Trentino, mentre la produzione europea fu assai scarsa. Ciò determinò un facile collocamento della nostra produzione nei Paesi Scandinavi, nel Belgio, Olanda e Gran Bretagna. L'anno successivo questo binomio non si ripeté e i produttori furono costretti a ricercare un collocamento per la loro frutta sul mercato nazionale. Nel 1922, tre quinti della produzione trentina venne venduta in Italia. Già nel 1925 si era instaurata una florida corrente di esportazione di mele e di pere verso la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, la Germania e l'Egitto.[44]

Il mercato delle mele della Val di Non era molto ampio: la Renetta del Canada era richiesta principalmente sui mercati di Milano, Genova, Roma e Parigi, il Napoleone (o Carla) su quelli di Genova e Vienna. Inoltre ogni specifico paese dava la preferenza ad alcune varietà di mele: la Germania prediligeva la frutta con la buccia rossa, Roma le pezzature grosse della Renetta del Canada, Genova la varietà Carla, la città di Il Cairo i Pearmaine dorati, mentre Milano assorbiva ogni qualità di frutta invernale, pur consumando una notevole quantità di Renetta[45].

L trasformazione dei mercati di sbocco delle mele determinò il cambiamento delle varietà richieste. Mentre i principali mercati dell'anteguerra prediligevano le «Melerose», il mercato italiano dimostrò il massimo favore per la Renetta del Canada, in primo luogo, e quindi per altre varietà appariscenti ed a frutto grosso. Molte delle varietà apprezzate dai mercati qualche anno prima (Rosmarino rosso e bianco, Rosso nobile, Mantovane, ecc.) o non venivano più consumate o il loro valore commerciale si era ridotto notevolmente. Spesso le richieste del consumo, se si eccettua la Renetta, mutavano velocemente e le tendenze avevano breve durata. I produttori quindi si trovavano a dover reinnestare interi frutteti per adeguarsi alle richieste del consumo, ma senza avere alcuna certezza di poter vendere a buon prezzo qualche anno dopo le mele prodotte dalle piante reinnestate. Inoltre, accadeva che talvolta il soggetto non si adattasse bene al portainnesto e che quindi la qualità delle mele prodotte fosse scadente.

La richiesta di frutta era comunque in continua espansione e le produzioni della valle non trovarono particolari difficoltà ad essere piazzate sui diversi mercati a prezzi remunerativi. Oltre che per l'aumento del numero dei consumatori, il mercato si stava ampliando per l’aumento del volume di frutta acquistato da ogni singolo consumatore.


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Note:
[1] Ruatti G., La irrigazione nel Trentino Alto Adige, Regione Trentino Alto Adige Assessorato Agricoltura e Foreste (a cura di), Trento, 1952, p. 6.
[2] Menapace L., Cles – Venticinque secoli di storia, Trento, Saturnia, 1987.
[3]. Ruatti G., L'economia agraria nel Trentino   , cit., p.46; Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo Cles, …, cit., p. 16. Dal 1920 al 1923 il prezzo di vendita dei bozzoli passa da 3 lire al chilogrammo a lire 1,5, rendendo sempre meno remunerativo l’allevamento del baco da seta. (Menapace L., Cles – Venticinque secoli di storia, Trento, Saturnia, 1987).
[4] Ruatti G., Fatti e problemi di Frutticoltura, in: "Quaderno della rivista «Trentino»" ,Trento, n. 9, 1933, XI, pp. 7, 8.
[5] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo Cles …, cit.,. p. 18 nota 1; Zanon V., "Cenni storici sulla evoluzione …, cit., p. 26.
[6] Ruatti G., Fatti e problemi di Frutticoltura …, cit., p. 4.
[7] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo Cles, …,cit., pp. 17-19.
[8] I dati del Catasto agrario riferiti alla Val di Non confermano l’aumento del prato permanente che supera la superficie del seminativo (6.297 ettari di prato a fronte di 5.837 ettari di seminativi).
[9] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo, Cles, …,cit., pp. 15-16
[10] Lo sviluppo della frutticoltura in questa zona fu dovuto soprattutto al commercio delle pere Cristofolini, le quali venivano trasportate attraverso la Mendola a Bolzano per la trasformazione in conserve e marmellate. (Stanchina V., La frutticoltura nel Mezzalone, in: "Bollettino del Consiglio provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 9-10, settembre - ottobre 1924, p. 200).
[11] Boni G., La frutticoltura nella Venezia …, cit., pp. 556, 557; Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 9.
[12] Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII …, cit., pp. 7-132
[13] Con integrante si intende un’area che serve per costituire il totale delle utilizzazioni; ripetuta invece significa che essa rientra in aree con altre coltivazioni.
[14] La bassa produttività dei peri non sorprende perché essi stavano in proporzione minore in frutteti comprendenti anche meli, promiscui o specializzati. La loro media va a sommarsi alla media per ettaro delle mele.
[15] Cattedra ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino…, cit.,. p. 30.
[16] Confrontando i dati del 1932 con quelli del Catasto Agrario 1929 sopra citati si vede la produzione di mele e pere si era più che raddoppiata.
[17] Il pero infatti superava meglio i periodi di siccità in quanto le sue radici andavano più in profondità; per questo motivo inoltre la coltura del pero poteva essere consociata al seminativo in quanto l'aratura non arrecava danno alla parte radicale delle piante. (Stanchina A., Uno sguardo alla frutticoltura di Val di Non, in: "Bollettino del Consiglio provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 9-10, settembre - ottobre 1924, p. 196).
[18] A proposito G. Ruatti scriveva: «La Valle di Non nel Trentino, profittando di numerosi acquedotti già costruiti per l’irrigazione dei prati, si avviò fra le prime zone verso la nuova economia (frutticoltura) sradicando gelsi e trasformando larghi tratti di seminativo in prati fruttetati irrigui; poiché le piantagioni frutticole abbisognano in tali ambienti di notevoli quantità d’acqua durante il periodo estivo e ciò in particolare per la Renetta del Canada; …» (Ruatti G., La irrigazione nel Trentino …, cit., p. 6). Allo stesso modo V. Zanon argomentava: «Nelle valli del Noce uno specifico importantissimo fattore di produzione dà tono alla locale industria frutticola: l'acqua di irrigazione, che il frutticoltore è in grado di poter mettere a disposizione delle piante nel momento e nella quantità da esse desiderata, svincolando così questa fortunata industria dalle restrizioni imposte altrove dalla quantità e distribuzione delle precipitazioni»; e ancora: «tutta l'economia delle due Valli è impostata sull'irrigazione e da essa si ha foraggio e frutta, le due principali forme di vita». (Zanon V., L'acqua elemento di sviluppo …, cit., pp. 134, 138).
[19] Franch L., I canali di irrigazione nella Val di Non, in "Strenna Trentina", maggio 1931, p. 56.
[20] Franch L., I canali di irrigazione …, cit., p. 56; secondo le rilevazioni della Cattedra Ambulante di Agricoltura i litri al secondo distribuiti dagli acquedotti della Val di Non erano ben 3.500 e irrigavano una superficie di 5.000 ettari (Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Trento, La frutticoltura nel Trentino …, cit., pp. 32, 33).
[21] P.A.T. Servizio vigilanza e promozione dell’attività agricola, Elenco Consorzi in data 12/06/2001.
[22] Testimonianza orale
[23] Pilati A., Lunelli F., Barbera R., Per l'esportazione delle nostre frutta, Trento, in: "Bollettino del Consiglio Provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 9-10, 26 aprile - 3 maggio 1919, p. 6.
[24] Cattedra ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino ..., cit., pp. 48, 49.
[25] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles ,…, cit., pp. 34, 35.
[26] Boni G., Norme di frutticoltura pratica, Torino, Paravia, 1926, p. 121.
[27] Boni G., Norme di frutticoltura …, cit., pp. 118 – 142.
[28] Boni G., Norme di frutticoltura …, cit., pp. 108 – 117.
[29] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles, …, cit., pp. 37, 38 nota 1
[30] Stanchina C., I consorzi cooperativi per la vendita delle frutta, in: "Bollettino del Consiglio provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 9-10, settembre - ottobre 1924, pp. 184-185.
[31] Cattedra ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino …, cit., pp. 52, 53.
[32] Stanchina C., I consorzi cooperativi…, cit., p. 184.
[33] Parrinello L., Storia della frutticoltura …, cit., pp. 8, 9.
[34] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles, …, cit., pp. 38, 39.
[35] Stanchina A., Uno sguardo alla frutticoltura …, cit., p. 196.
[36] Nei primi tempi, le mele, portate al magazzino in ceste di vimini imbottite di juta erano disposte sull’assito in basse piramidi (Leonardi E., Anaunia - Storia della Valle di Non, Trento, Temi, 1985).
[37] Per la Renetta del Canada erano distinte sei pezzature principali e otto secondarie.
[38] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles,…, cit., pp. 37, 38, 39.
[39] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles,…, cit., pp. 37, 38 nota 1
[40] Cattedra ambulante d’Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino …, cit., pp. 51-57.
[41] Stanchina C., I consorzi cooperativi…, cit., p. 184.
[42] Stanchina A., Uno sguardo alla frutticoltura …, cit., p. 195.
[43] Ruatti G., La irrigazione nel Trentino Alto Adige, cit., p. 6; In Trentino si verificava la stessa cosa: "E così diverse cantine sociali delle località dove la filossera aveva falcidiato la produzione viticola, vecchie filande, essiccatoi di bozzoli, macere del tabacco inoperose, case civili disabitate, si tramutarono in discreti ambienti per la raccolta, manipolazione e conservazione di mele e pere" (Cattedra ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino …, cit., p. 32).
[44] Cattedra ambulante d'Agricoltura, La frutticoltura nel Trentino …, cit., pp. 57, 58; Bertagnolli L., Appunti sull’economia …., cit., pp. 16-20
[45] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles,…, cit., p. 39.