la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 4

L’economia agricola tra le due guerre

4.1. - Utilizzo del territorio

4.2. - La coltivazione della patata: il caso di Sfruz

4.3. - Allevamento

4.4. - Numero di aziende e popolazione agricola


Per fissare la situazione dell’agricoltura anaune negli anni appena prima del 1930 e le trasformazioni avvenute rispetto agli inizi del secolo, si è fatto riferimento ai dati statistici della zona agraria XIV (ex circondario di Cles), riportati nel Catasto Agrario del 1929[1]. Dai dati disaggregati è stato possibile estrarre quelli riferiti ai paesi della Val di Non, che erano stati accorpati e ridotti a diciassette comuni dal governo fascista, ma non si è tenuto conto di quelli del comune di Spor[2]. C’è da tener presente, poi, che il Comune di Fondo comprendeva anche il territorio di Senale e S. Felice e che nel Comune di Rumo erano inclusi i territori di Lauregno e Proves. La superficie totale della Val di Non, presa in considerazione in quest’analisi, raggiungeva così 63.952 ettari pur in mancanza del territorio di Sporminore. Mancando la descrizione distinta per singola frazione dei dati disponibili dei diciassette comuni, non si sono formati i raggruppamenti nelle tre fasce d’altitudine perché sarebbe stata una vera forzatura.

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4.1. - Utilizzo del territorio

L’esame dei dati del Catasto Agrario 1929 permette di fare qualche considerazione sulla composizione del territorio e, malgrado qualche differenza degli ambiti territoriali, un raffronto con la situazione di inizio secolo[3]. Una caratteristica importante è quella della distinzione operata fra seminativo semplice (7,19% del territorio) e seminativo con piante legnose (2,65%), tra prato permanente con indicazione della percentuale di irrigato[4] (6,45% del territorio) e prato con piante legnose (2,67%). Si scopre che l’area del prato permanente con 6.293 ettari supera quella dei seminativi che era di 5.837 ettari. Il grafico che segue illustra la ripartizione tra le varie colture del territorio geografico isolando, nel grafico a torta a destra, la suddivisione all’interno della SAU.

Grafico 4.1. - Composizione della superficie territoriale della Val di Non nel 1929 e delle colture praticate.

(fonte: rielaborazione dati Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento, Fascicolo 21, Roma, 1934, pp. 7-132)

Dalla lettura delle tavole dei dati dei singoli comuni risulta stimolante la registrazione di colture legnose specializzate (599 ettari) e quella dei valori di dettaglio delle varie specie di piante riguardanti area coltivata e produzione in quintali.

Per far risaltare le variazioni intervenute dall’inizio del secolo è possibile mettere a confronto le percentuali di composizione del territorio geografico risultanti dai dati di allora e quelli del 1929.

Tab. 4.1. - Percentuali di composizione del territorio geografico del 1900 e del 1929

Val di Non

 

seminativi

arborati

prati

bosco

altro

non agrario

territoriale

1900

10,80%

1,55%

37,72%

42,23%

 

7,71%

100%

1929

9,13%

0,94%

35,94%

44,93%

2,10%

6,98%

100%

Trentino

1900

6,91%

1,32%

31,08%

47,29%

 

13,40%

100%

1929

6,93%

1,34%

28,51%

48,23%

2,48%

12,52%

100%

(fonte: rielaborazione dati Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15; Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento, Fascicolo 21, Roma, 1934, pp. 7-132)

In merito alle singole coltivazioni si verificò una contenuta diminuzione del seminativo, che passò da 10,80 a 9,13%, e una riduzione del prato (compresi pascolo ed alpe) di due punti percentuali: tuttavia il prato permanente aumentò dall’8,1% al 9,8%. Un aspetto rilevante riguarda la riduzione dell’area con piante legnose specializzate che, con ogni probabilità, dipese dal progressivo abbandono del vigneto non compensato da un aumento di frutteto specializzato. Infatti, è bene ricordare che molti impianti di fruttiferi erano realizzati sul prato stabile irriguo con coltura estensiva e quindi non rientravano nella categoria delle piante legnose specializzate. Il vigneto occupava oltre la metà delle colture legnose ed era presente con 307 ettari in coltura specializzata e 430 in coltura promiscua consociata al campo, specie nei comuni di Taio, Tassullo, Denno e Ton. Continuò ad essere coltivato nelle particelle fondiarie dei versanti bene esposti e ripidi inadatti per altre colture. Comunque, da questo momento, la produzione vitivinicola si limitava al consumo locale poiché potevano giungere ottimi vini e buone uve a prezzi vantaggiosi da dalla Val d'Adige e da altre regioni italiane[5]. I gelsi erano ancora una coltivazione molto diffusa in tutta la valle; a quote inferiori ai 1.000 metri ricoprivano una superficie di 1.551 ettari, ma sempre consociati ad altre produzioni: spesso si trovavano lungo i confini dei campi o nei prati stabili non irrigui. Fa eccezione il comune di Sanzeno dove vi era un ettaro di gelseto specializzato.

La superficie a bosco aumentò di due punti percentuali e fu registrato l’incolto agrario: ciò determinò la riduzione della SAU dal 50% del 1900 al 46% nel 1929. La superficie a coltura intensiva (seminativi, prati permanenti, piante legnose) cambiò di poco, dal 20,45% al 20% della superficie territoriale. Le variazioni riguardanti l’intero Trentino sono marginali: ebbe qualche rilievo la diminuzione del prato, l’aumento del bosco e la presenza dell’improduttivo agrario.

Secondo i dati catastali del 1929, i seminativi utilizzavano il 19,84% della SAU ed erano composti principalmente da due voci: i cereali e le patate. Tra i cereali, le coltivazioni di frumento tenero, segale, orzo, avena, grano saraceno e granoturco occupavano mediamente una percentuale del 45,38% dei seminativi. Nei paesi più elevati non era coltivato il granoturco e le produzioni prevalenti erano segale e orzo: infatti il frumento, come il mais, a quote alte dava produzioni scarse. Il grano saraceno era una coltura da intercalare con le semine della successiva primavera e si seminava nel mese di luglio, dopo la mietitura del frumento, in tutta la valle. Erano presenti coltivazioni minori spesso consociate ad altre, come i fagioli, piselli e altri ortaggi, che erano seminati nei campi con le patate o con il mais.

Si propongono le produzioni principali dell’arativo, delle viti, del gelso e di foraggi dell’anno 1929 e quelle della produzione media annua del sessennio 1923/28 nella tabella seguente.

Tab. 4.2. - Produzioni agrarie del sessennio 1923 – 1928 e quelle dell’anno 1929 in quintali

 

Frumento

Mais

Cereali minori

Patate

Foraggi

Uva

Gelsi

Mele

Pere

1923-28

16.363

2.199

22.567

220.159

478.631

5.294

18.466

24.975

6.334

1929

17.790

1.644

23.952

156.099

428.749

6.825

19.017

11.108

5.155

(fonte: rielaborazione dati Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento, Fascicolo 21, Roma, 1934, pp. 7-132)

L’annata agraria 1929 appare difficile per il mais, la patata, foraggio mele e pere. Fra i quantitativi dei foraggi espressi in quintali di fieno normale sono incluse le produzioni aggiuntive di foraggio ottenute da:

Da ciò si può capire come fosse importante procurarsi foraggio per l’allevamento senza diminuire l’area a seminativo. Gli anziani dei paesi della valle ricordano il ritorno dai campi delle donne con un carico d’erba avvolto nel “gromiàl da l’erba” portato in equilibrio sulla testa.

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4.2. - La coltivazione della patata: il caso di Sfruz

La coltivazione della patata merita un approfondimento in quanto, oltre ad essere un elemento fondamentale dell’economia agricola di montagna, cominciò proprio in questo periodo ad assumere delle caratteristiche particolari in Val di Non. Tale ordinamento colturale dalla fine del secolo XIX al 1930 subì poche trasformazioni: quasi metà della produzione veniva consumata per l'alimentazione umana; il resto serviva per l’alimentazione del bestiame e per le semine; solo una piccola parte era oggetto di commercio[6]. La coltivazione della patata era praticata sul 38%[7] del seminativo e quasi sempre ad essa si associava la coltivazione di fagioli, piselli, lenticchie, zucche ed altri ortaggi. Buona parte degli agricoltori seguivano l'antica consuetudine di cambiare ogni anno la semente[8]. Solo in alcuni casi la produzione era specializzata e rivolta al mercato: è il caso dei produttori di Sfruz che furono i primi del Trentino a presentare sul mercato nazionale patate da semina qualificate.

Nel 1937 venne introdotta a Sfruz una nuova varietà di patata, la Majestik Stock. Nel 1938 la sua eccezionale produzione fu nettamente superiore ai bisogni dei produttori che si trovarono del tutto impreparati a commercializzare il prodotto in eccesso. L’anno successivo, sotto la guida di Giulio Catoni, organizzarono la produzione in maniera razionale e contattarono i mercati ortofrutticoli di pianura spuntando un prezzo finale di 115 lire al quintale. Secondo Dorigatti la notizia suscitò un notevole clamore: “un alveare in fregola di sciamare non presenterebbe un subbuglio più grande di quello che si diffuse nella valle. Com'era possibile che le stesse patate potessero valere 35 lire e 115 lire?”. Così iniziarono l'attività i centri di moltiplicazione di patate da semina nel Trentino, organizzati subito dopo dal settore della Ortofrutticoltura[9]. La patata, che finora ebbe valore quasi esclusivamente alimentare assunse una notevole importanza anche dal lato commerciale[10] come patata da semina.

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4.3. - Allevamento

Per documentare la situazione dell’allevamento l’Annuario Agrario 1929, pubblicato nel 1934, riporta alcuni dati del censimento agricolo 10 – III – 1930 –VIII.

Confrontandoli con quelli del 1900[11] si vede che il numero di bovini si mantiene costante nel Trentino sui 100.000 capi e in Val di Non ha un lieve incremento da 11.227 a 13.484, mentre cala il numero dei suini in entrambi le realtà.

Il cambiamento più appariscente è il dimezzamento del numero delle capre e delle pecore in Val di Non e la forte diminuzione di questi animali in tutto il Trentino: può essere un segnale che l’agricoltura di sussistenza, che sfruttava tutto il possibile territorio di pascolo con questi due tipi di allevamento, stava per essere superata. In particolare ne risentì l’allevamento delle pecore che non aveva più la grande importanza del passato per la produzione di lana ed era limitato ai comuni di Fondo, Livo, Rumo, Tres e Ton. Invece l’allevamento delle capre era diffuso in tutti i comuni della valle.

Tab. 4.3. - Numero dei capi di bestiame allevati nel 1900 e nel 1930

Val di Non

Bovini

Suini

Ovini

Caprini

1900

11.227

4.177

1.053

3.451

1930

13.484

3.220

474

1.312

Trentino

 

1900

102.337

22.407

33.539

35.305

1930

101.457

19.551

16.238

25.484

(fonte: rielaborazione dati Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von December 1990 von der K.K. Statistischen Central Kommission, Wien, 1907; Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII - Compartimento della Venezia Tridentina – Provincia di Trento, Fascicolo 21, Roma, 1934, pp. 7-132)

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4.4. - Numero di aziende e popolazione agricola

Un’ultima annotazione presa dal Catasto Agrario 1929 riguarda la popolazione agricola con occupazione agricola principale che, in numero 14.463, rappresentava il 41% della popolazione residente: unito a un 18% di popolazione occupato in agricoltura in modo secondario si arriva ad un 60% della popolazione che opera nel mondo agricolo con punte massime del 75% a Flavon e Livo e col minimo del 37% di Cles. Il numero delle aziende censite era di 7.476, non molto discosto da 7.155 aziende che saranno censite nei comuni del Comprensorio C6 nel 1961. Queste erano ripartite in base alle classi di estensione come segue:

                    da  0  fino a  1 ettaro                il        40,9%

                    da  1  fino a  3 ettari                 il        42,4%

                    da  3  fino a 10 ettari                il        14,48%

                    da 10 fino a 50 ettari                il          1,7%

                             oltre a 50 ettari               il          0,5%

Considerando che la gran parte delle aziende contadine non possedeva più di tre ettari di terreno e che la metà di queste non superava l’ettaro, si può capire come la vita in quel periodo non fosse facile per tante famiglie ed, infatti, la popolazione della valle in quel tempo continuava a diminuire.


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Note:
[1] Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 – VIII …, cit., pp. 7-132.
[2] Sono stati esclusi dall’analisi i dati del Comune di Spor, in quanto riguardano in prevalenza i comuni di Spormaggiore e Cavedago non facenti parte del Comprensorio C6.
[3] I confronti fra i dati del 1900 e del 1929 esposti in questo capitolo, non sono sovrapponibili come territorio per i motivi chiariti sopra (manca il territorio di Spor Minore e sono presenti in più i paesi di lingua tedesca.). Pertanto tali confronti sono indicativi e non scientificamente corretti.
[4] I comuni con maggiore percentuale di prato stabile irrigato sono Tuenno (97,5%), Tassullo (96,9%), Revò (94,2%), Sanzeno (90,2%), Cles (87,7%); seguono Ton, Taio; Livo sopra al 50% per una media complessiva sull’intero territorio del 55,66%.
[5] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo Cles, …, cit., p. 31; Boni G., La frutticoltura nella Venezia …, cit., pp. 549,550.
[6] Catoni G., Un problema di studio. Risultati dell'inchiesta istituita dall'osservatorio per le malattie delle piante del Consiglio Provinciale dell'Economia sulle varietà di patate coltivate in trentino e sulle cause della progressiva diminuzione del raccolto, Trento, 1932, p. 2.
[7] Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario 1929 …, cit., pp. 7-132.
[8] Catoni G., Un problema di studio…, cit., p. 5
[9] Dorigatti R., Con la Majestic Stock Seed Scozzese si è ripresa nel Trentino la produzione della patata da semina qualificata, Saturnia, Trento, 1951, p. 14.
[10] Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo di Cles, …, cit., p. 17-19.
[11] Vedi nota 3 di questo capitolo.