la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 3

La frutticoltura dalle origini
alla prima guerra mondiale

3.1. - I primi passi della frutticoltura

3.2. - I primi acquedotti irrigui

3.2.1. - Iniziative di informazione e promozione

3.3. - Primi dati sulla produzione di frutta


3.1. - I primi passi della frutticoltura

Nel contesto agricolo della Val di Non delineato nel precedente capitolo si innesta la coltivazione frutticola che, da attività amatoriale e voluttuaria d’importanza marginale, venne ad assumere nel tempo un ruolo sempre maggiore fino a diventare attività economica fondamentale alla fine del ventesimo secolo.

Le prime notizie sull’importanza degli alberi da frutto nelle comunità di villaggio in Val di Non risalgono al quindicesimo secolo e si trovano nelle loro Carte di Regola. Le carte di regola di Nanno (1489)[1], di Dambel (1490)[2], di Ton (1562)[3] genericamente parlano di “arbores fructiferas” con divieto di essere tagliati o danneggiati. Ad esempio la Carta di Regola della Villa di Dardine dell'anno 1564[4] precisa le specie di alberi: “…quod nulla persona villae Ardeni audeat neque presumat aliquos arbores pomorum, pirorum et nucum ascendere causa colligendi fructus suos ...” precisamente meli, peri e noci col divieto di salire sull’albero per coglierne i frutti.

Nelle Carte di Regola di Tassullo, Rallo, Pavillo e Sanzenone del 1586, di Nanno e Portolo del 1590, di Arsio e Brez del 1603[5] erano sanzionati anche coloro che fossero trovati a rubare la frutta. La Carta di Regola di Vervò del 1757[6] al capitolo trentesimo include fra gli alberi da salvaguardare anche i meli ed i peri con multa di cinque lire: “… niuno ardisca tagliar nei boschi, ne' Gaggi posti nella Campagna e pertinenze di Vervò laresi, peci, pini, avezi, ne arbori fruttiferi che portano frutti di niuna sorte come noggare, pomari, perari e simili sotto pena de lire cinque per ogni larice ed arbore fruttifero e lire tre per ogni piede d'avezzo, pezo, e pino e al pagar il danno che averà dato sì verde che seco, …“. Nella Carta di Regola di Cles del 1641 al capitolo 59°[7] si legge: "Delli pomi del Faé - Che niuno debba raccoglier pomi al Faé, et altri luoghi della comunità, avanti S.to Bartolomeo; sotto pena de Rainesi doi per ogni carga, et il doppio alli forestieri"[8].

Durante il 1800 le notizie sulla frutticoltura erano fornite dal Bollettino del Consiglio Provinciale d’Agricoltura, da riviste come "L'agricoltore", il "Giornale Agrario" dei distretti di Trento e Rovereto, dagli "Almanacchi". Tali notizie, di solito, erano esposte nel contesto di comunicazioni e di rilievi economico - agrari trasmessi da informatori di vallata e commentati talvolta dal direttore del giornale[9].

Troviamo interessanti informazioni sullo sviluppo di questa coltura anche nelle pubblicazioni di alcuni fra i più noti agronomi del periodo, tra i quali Francesco de Maffei (1741-1820), Gioseffo Pinamonti di Rallo (1783-1848), e Agostino Perini (1802-1878).

Le mele e le pere venivano coltivate prevalentemente negli orti e nei giardini vicini all'abitato[10] al riparo dai numerosi ladruncoli. Di solito la produzione di frutta era limitata al consumo familiare con qualche eccezione: "… in alcuni territori di monte e specialmente [a] Revò e [ne]i villaggi vicini nella Val di Non, […] si producono in tanta copia dei frutti squisiti d'inverno da farne commercio non solo in tutta la valle, ma si spediscono anche in più lontani paesi"[11].

Solo negli ultimi anni del 1800 però si intuì la reale importanza di tale coltivazione per l'economia della valle come coltura che poteva integrare quella viticola, potendosi spingere su terreni e limiti altimetrici tali da essere inaccessibili alla vite[12]. Il processo di espansione di questa nuova attività economica ebbe come pionieri agricoltori particolarmente aperti all'innovazione e pronti a cogliere le indicazioni date dalle maggiori fonti di informazione agraria del tempo. I primi frutticoltori di cui si ha notizia in Val di Non furono Widmann e de Scari di Sanzeno, Keller, Viesi, Lorenzoni e Dallago di Cles, Grandi di Tuenno, de Maffei e Rossi di Revò e Sembianti di Vervò[13], i quali si preoccuparono inoltre di diffondere la frutticoltura fra gli agricoltori della zona e di insegnare loro le principali norme pratiche che regolano tale attività.

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3.2. - I primi acquedotti irrigui

Un fattore determinante per lo sviluppo frutticolo della Val di Non fu certamente la realizzazione sul territorio di numerosi acquedotti in quanto il melo e il pero necessitano di un approvvigionamento idrico assai elevato e costante. Vittorio Zanon a proposito scriveva: "Rigorose esperienze hanno potuto determinare che un albero di pero, alto 16 metri, con una corona del perimetro di 10 metri, in completa fioritura, cioè con circa 250.000 fiori equivalenti a 140 mq. di superficie fogliare, evapora giornalmente, attraverso i fiori, 45 litri di acqua e, attraverso le foglie, 255 litri di acqua. Se aggiungiamo ancora che per formare 100 g. di cellulosa vengono consumati approssimativamente 55 kg. di acqua e che 3 - 5 millimetri di acqua vengono consumati dalla superficie coltivata a prato ove sono consociati i frutteti, apparirà evidente quale peso si debba attribuire alla possibilità di regolare a volontà la somministrazione di questo vitale elemento"[14].

Tab. 3.1. - Acquedotti irrigui realizzati in Val di Non prima del 1900

Luogo

Anno di costruzione

Quantità d'acqua

Superficie in ettari

Rumo

1700

50

60

Cis

1715

100

60

Livo

1730

60

45

Preghena

1740

70

70

Fondo

1780

20

25

Cagnò

1784

85

50

Casez-Banco-Malgolo

1787

132

130

Revò

1790

95

120

Fondo (Morai)

1795

30

30

Dambel

1804

60

70

Livo (Scanna)

1810

50

40

Vasio

1840

20

25

Rumo (Lanza)

1850

60

45

Castelfondo

1850

80

100

Coredo

1851

70

90

Tuenno-Nanno - Tassullo-Cles

1852

1.000

600

Lover-Denno-Campodenno

1855

120

200

Toss

1858

60

60

Smarano

1860

40

50

Sanzeno

1860

60

30

Sfruz

1865

30

50

Romeno

1884

20

35

Don

1893

20

25

Amblar

1893

20

25

Cavareno

1894

40

80

Totale

 

2.392

2.115

(fonte: Franch L., I canali di Irrigazione nella Val di Non, in: "Strenna trentina", maggio 1931, p. 55)

Il 4 aprile 1834 Giuseppe Pinamonti sul «Giornale agrario» scrisse l'articolo dal titolo "Utilizzo degli acquedotti" nel quale auspicava la realizzazione dell'acquedotto di Tovel. Egli prevedeva con la sua costruzione: "prati più fertili di fieno, in modo da lasciare maggior parte della montagna per le piante conifere e di latifoglia, la diminuzione dell'allevamento di pecore e capre e l'aumento di quello delle bovine, argini dei canali irrigui con ontani e pioppi". Inoltre già prevedeva: "Nei prati già esistenti o nei nuovi potremo fare piantagioni di alberi da frutto, ed avere pomi, peri ecc.. in grande copia e farne anche da vendere là dove adesso bisogna o starne senza o comperarne"[15].

Ovviamente i primi acquedotti erano modesti e costruiti con tecniche rudimentali. Nel primo periodo che va dal 1700 al 1840 le opere di presa erano costituite da semplici dighe di sassi e rami ammucchiati per deviare l'acqua nei canali di scorrimento che erano semplici fossi scavati nella terra senza protezione alcuna; anche i ponti canali, necessari per superare eventuali ostacoli, e i divisori per la distribuzione dell'acqua fra le varie zone da irrigare, erano costituiti da tronchi e assi di legno in maniera del tutto primitiva.

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3.2.1. - Iniziative di informazione e promozione

Per lo sviluppo di questo nuovo indirizzo produttivo ebbe molta importanza anche l'intensa opera di propaganda svolta su iniziativa dell’Istituto Agrario di S. Michele, fondato nel 1874, e, ancor più, del Consiglio provinciale di Agricoltura coadiuvato dai Consorzi agrari distrettuali. L'obiettivo di tali enti fu in un primo tempo quello di diffondere la frutticoltura e promuovere la messa a dimora di nuove piantagioni di fruttiferi e, in seguito, quello di insegnare le norme tecniche pratiche per una coltivazione razionale.[16] La diffusione di conoscenze agronomiche avveniva attraverso gli organi di stampa, per l’opera di insegnamento teorico e pratico dei professori e tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura e attraverso corsi istituiti presso l'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige.

A cominciare dal lontano 1850, le produzioni di frutta trentine parteciparono a diverse mostre ed esposizioni, nelle quali vennero notate per le loro caratteristiche estetiche, organolettiche e per la loro speciale serbevolezza. I riconoscimenti ottenuti alla mostra frutticola di Brunswich nel 1872 incoraggiarono i frutticoltori trentini a partecipare pure all'esposizione mondiale di Vienna avvenuta nel 1873. Il Trentino vi prese parte con un assortimento di 240 varietà diverse di uve, con 220 varietà di pere e con più di 100 varietà di mele, ottenendo la massima valutazione, vale a dire la Medaglia del Progresso e il diploma d'onore di prima classe. I frutticoltori furono presenti a molte altre manifestazioni quali l'Esposizione di frutta di Amburgo nel 1867, l'Esposizione di frutta di Bolzano nel 1873, l'Esposizione internazionale di frutta di Pietroburgo nel 1894 e quella di Amburgo nel 1897.[17] "Erano questi i primi successi che dovevano efficacemente servire a lanciare, come suol dirsi, cioè a far conoscere ed apprezzare i prodotti trentini nei paesi di grande consumo delle frutta, che erano allora gl'Imperi d'Austria, Germania e Russia. I successi commerciali si traducevano, pei coltivatori, come è ben naturale, in maggiori introiti; e questi, alla lor volta, costituivano il più potente e persuasivo degli incentivi ad estendere le piantagioni ed a coltivare sempre meglio le piante da frutto."[18]

La partecipazione a tali iniziative mise a confronto i frutticoltori della Val di Non con altre realtà frutticole, in particolare quella altoatesina che già da alcuni anni vantava una buona esperienza nella produzione di mele e di pere rivolta al mercato e che praticava una coltivazione di tipo intensivo della frutta su aree abbastanza estese.[19]

In seguito agli ottimi risultati conseguiti dalla frutta trentina nelle diverse esposizioni alle quali partecipò, il Consiglio di Agricoltura cercò di predisporre dei mezzi adatti a favorire e migliorare sia la sua coltivazione, sia la sua commercializzazione. Constatò che di fronte ad una produzione considerevole e in continuo aumento, mancavano alcuni dei presupposti principali affinché essa diventasse un'attività economica gestita in maniera razionale. In particolare la frutticoltura trentina mancava di strutture per la commercializzazione ed il frutticoltore non operava delle scelte adeguate e attente alle esigenze del mercato. Per il primo aspetto il cav. Pizzini scriveva: "… l'attendere i compratori sul luogo di produzione, equivarrebbe a dover confidare sulle brine o avverse vicende qualsiensi che colpissero la frutticoltura di altri paesi già iniziati e provetti nel commercio, e li obbligassero a ricorrere a noi onde supplire per quella volta alle richieste della clientela loro"[20]. E ancora il barone Erminio Cles parlando del frutticoltore noneso: "È un fatto innegabile che esso si trova tutt'oggi, fatte poche eccezioni, completamente nelle mani di piccoli commercianti rivenditori, i quali intendono a perfezionare l'arte di sfruttare l'ingenuità - a quanto riguarda il commercio - del contadino lasciando a costui la più piccola parte del guadagno tolto al terreno col sudore della sua fronte"[21].

Talvolta accadeva addirittura che parte della produzione della Val di Non venisse acquistata dai negozianti ed esportatori bolzanini, i quali sfruttavano la migliore qualità della frutta anaune per meglio valorizzare la propria. In tal modo parte della frutta trentina veniva portata in commercio sotto etichetta bolzanina e passava sui mercati dell'Europa centrale guadagnandosi credito e simpatia sotto il nome di «Frutta da tavola tirolese».[22] L’esigenza di dare una risposta a questa situazione era sentita dai membri del Consorzio agrario di Cles che, nel 1889, proposero l'istituzione di una società per lo smercio della frutta che abbracciasse tutto il distretto capitanale di Cles attraverso una circolare inviata a 100 frutticoltori e riportata dal Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale d'Agricoltura nel febbraio 1889[23]. "La quantità di frutta del nostro distretto - diceva l'invito - va di anno in anno aumentando e di pari passo ne viene lamentata la poca ricerca e quindi il misero compenso dei coltivatori. In considerazione di ciò, e visto l'esito brillante ottenuto all'esposizione di Vienna nello scorso autunno, nella quale venne confermato una volta di più, che le frutta nostre possono competere sotto ogni aspetto colle migliori della Monarchia, sebbene fin'ora non abbiano avuto una corrispondente ricerca, questo Consorzio, di pieno accordo col locale Comizio agrario, venne nella determinazione di iniziare le pratiche per l'istituzione di una società cooperativa per lo smercio cumulativo, la quale certamente potrebbe assicurare uno spaccio facile e rimuneratore"[24]. Nella riunione dell'11 febbraio 1899 nella sala del Municipio di Cles, presenti "oltre cinquanta frutticoltori dei tre distretti di Cles, Fondo e Malé", si discusse molto se fondare una società "a base speculativa e quindi ristretta ai soli principali producenti, ovvero a base cooperativa e quindi accessibile anche ai possessori di pochi alberi". Dopo un'ampia discussione si optò per la società a base cooperativa.

L'altro problema da affrontare era quello di un numero eccessivo di varietà, tra cui molte mediocri e poco remunerative. Il Consiglio provinciale dell'Agricoltura verificò la situazione delle campagne trentine in merito a ciò effettuando delle esposizioni di frutta nei singoli distretti. Per mezzo di queste piccole mostre fu possibile avere a disposizione la mappa delle varietà prodotte in ogni zona (molti agricoltori non conoscevano ancora i nomi appropriati dei frutti che stavano coltivando) e quindi si selezionò per ogni plaga frutticola un elenco ristretto di varietà particolarmente adatte alla coltivazione che avessero un discreto valore economico. L'indagine chiarì ulteriormente la situazione: "per gli impianti […] si era proceduto un po' caoticamente, senza un'idea direttiva ben determinata: si era piantato di tutto, per ciò che riguarda la varietà, pur di piantare"[25].

Nel 1895 venne costituita dallo Stato e dalla Provincia la Società per lo smercio cumulativo di frutta trentine sotto la guida a con l'aiuto tecnico e materiale del Consiglio Provinciale d'Agricoltura. Anche se non ebbe molta fortuna (si sciolse nel 1906[26]) ebbe il merito di migliorare il mercato delle frutta, di diffondere e generalizzare sani criteri per la loro lavorazione, cernita ed imballo[27].

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3.3 - Primi dati sulla produzione di frutta

Nella tabella che segue si osserva che la produzione di mele e di pere in Val di Non era soddisfacente, nell’ambito della produzione frutticola provinciale dell’anno 1888 era in fase espansiva.

Tab. 3.2. - Produzione frutticola della Provincia in quintali per l'anno 1888

 

Mele

Pere

Ciliegie

Prugne

Pesche

Cotogne

Albi-

cocche

Castagne

Noci

Val d'Adige

8.000

6.500

4.000

2.500

2.000

300

150

500

900

Anaunia

3.000

1.500

80

50

80

40

10

-

200

Valsugana

2.300

780

250

80

240

50

15

1.500

150

Totale

13.300

8.780

4.330

2.630

2.320

390

175

2.000

1.250

(fonte: Relazione del cav. Pizzini sui conchiusi del Comitato nominato per istituire e proporre i mezzi adatti a favorire l'incremento del commercio delle frutta, in "Bollettino della sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, n. 3, marzo 1889, p. 60)

In particolare, nel periodo 1882 – 1888, la produzione frutticola nel distretto di Cles si era quasi triplicata, passando da 1.729 quintali a 4.960 quintali (variazione del 187%).

Tab. 3.3. - Produzione frutticola del distretto capitanale di Cles nel periodo 1882-1888

Anno

1882

1883

1884

1885

1886

1887

1888

Quantità (quintali)

1.729

1.448

1.566

3.630

3.618

3.449

4.960

(fonte: Relazione del cav. Pizzini sui conchiusi del Comitato nominato per istituire e proporre i mezzi adatti a favorire l'incremento del commercio delle frutta, in "Bollettino della sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, n. 3, marzo 1889, p. 60)

Tab. 3.4. - Produzione di frutta a granella (mele e pere) in quintali negli anni 1882 e 1888

Distretti

1882

1888

Variazione percentuale

Trento

4.050

9.700

139,5%

Rovereto

3.170

6.500

105,0%

Borgo

1.900

3.080

62,1%

Riva

1.050

2.600

147,6%

Tione

380

800

110,5%

Cles

1.530

4.500

194,1%

Cavalese

120

50

-58,3%

Primiero

100

115

15,0%

Totale

12.300

27.345

122.3%

(fonte: Relazione del cav. Pizzini sui conchiusi del Comitato nominato per istituire e proporre i mezzi adatti a favorire l'incremento del commercio delle frutta, in "Bollettino della sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, n. 3, marzo 1889, p. 60)

In questi sei anni l’incremento di mele e pere fu del 194% e fu il più alto nei vari distretti trentini. Con ogni probabilità tale incremento va, almeno in parte, ridimensionato giacché i dati considerati non sono medi ed ogni annata produttiva era soggetta a variazioni considerevoli in relazione a condizioni ambientali diverse.

Fu proprio questo il periodo in cui la frutticoltura promiscua, circoscritta ai muriccioli ed alle palizzate vicini all'abitato, cominciò a rinnovarsi: gradualmente gli alberi da frutto si estesero nelle campagne circostanti, insediandosi in prati e campi, pascoli ed arativi, mescolandosi spesso con i gelsi e con le essenze arboree, e non di rado sostituendosi ad esse[28].

Dall’iniziativa di pionieri, gli agricoltori si resero conto che, in zone irrigate o naturalmente resistenti alla siccità, era possibile coltivare alberi da frutto e contemporaneamente allevare bestiame, rimovendo gli antichi pregiudizi riguardanti la diminuzione foraggiera dovuta all'ombra delle chiome degli alberi da frutto. Nasceva così un nuovo ordinamento colturale, la promiscuità fra frutteto e prato stabile irriguo.

I meli ed i peri cominciarono a sostituire i gelsi che venivano gradualmente abbandonati in seguito alle vicende economiche che resero più aleatorio il reddito legato alla bachicoltura[29]. Anche la coltivazione della vite, non più competitiva rispetto ad altre zone, si restrinse gradatamente ai versanti ben esposti poco adatti ai sistemi di irrigazione di quei tempi, cedendo alla frutticoltura i terreni più comodi. Invece aumentò la percentuale di terreni coltivati a prato a spese degli arativi e l’allevamento di bovini assunse il ruolo di attività integrativa dell'economia aziendale in attesa che la frutticoltura assumesse quello di coltura monetizzante.

La guerra mondiale bloccò in parte lo sviluppo frutticolo di tutto il Trentino, sia perché le vicende belliche si svolsero anche sul territorio provinciale, sia perché le famiglie contadine rimasero sprovviste della manodopera maschile impegnata nel conflitto. Molti frutteti furono ridotti in condizioni misere: le piante giovani si coprirono di muschio con un'infinità di succhioni cresciuti lungo il fusto e i rami principali, i tronchi e i rami degli alberi vecchi furono ricoperti di licheni e di scorza vecchia e, sotto di questa, albergavano numerose larve, il terreno era pieno di erbacce, di muschio e di sassi[30].


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Note:
[1] Giacomoni F. (a cura di), Carte di Regola e Statuti delle Comunità Rurali Trentine, Edizioni Universitarie Jaca, 1991, Vol. I, p. 229.
[2] Giacomoni F. (a cura di), Carte di Regola e Statuti …, cit., Vol. I, p. 242.
[3] Giacomoni F. (a cura di), Carte di Regola e Statuti …, cit., Vol. I, p. 526.
[4] Giacomoni f. (a cura di), Carte di Regola e Statuti …, cit., Vol. I, p. 539.
[5] Giacomoni F. (a cura di), Carte di Regola e Statuti …, cit., Vol. II, pp. 98, 243, 371.
[6] Cit. tratta da: Copia di Carta di regola della Magnifica ed Honoranda Comunità di Vervò del 1757, (presente nell’archivio comunale di Vervò), s.d.
[7] Cit. tratta da: Parrinello L., Storia della frutticoltura …, cit., p. 4.
[8] Anche altre Carte di Regola documentano la presenza di alberi da frutto in Val di Non: la Carta di Regola di Ma losco, Ronzone, Sardonico e Seio del 1598, di Casez del 1632, quella di Livo del 1671 e di Castelfondo del 1736 (Giacomoni F. (a cura di), Carte di Regola e Statuti …, cit., Vol. II, pp. 285, 614, Vol. III, pp. 29, 280).
[9] Zanon V., Cenni storici sulla evoluzione della frutticoltura trentina, in: “Frutta del Trentino” n. 11 - 12, 1978, p. 12.
[10] A proposito di Revò Perini scrive: "Vi si trovano alcune case signorili, all'intorno sono ombreggiate dagli alberi da frutto, i quali vi sono così abbondanti e le specie coltivate così squisite, che si fa un notevole commercio di frutta in tutta la valle, e si conducono di fuori della stessa" (Perini, A., Statistica del Trentino, Trento, Perini, 1852, II).
[11] Perini, A., Statistica del Trentino, Trento, Perini, 1852, II. Nel 1829, Don Gioseffo Pinamonti nel ritrarre la zona di Revò scrive: "Chi arrivato a Revò si troverà ad aver sete, beva poco di quel vino, perché è gagliardo come gli uomini e le donne che quelle viti coltivano, ed assapori invece delle frutta che ivi e nelle altre terre che sono su la destra della Novella maturano in grande quantità e di gusto squisito" (Pinamonti G., La Naunia descritta al viaggiatore, Trento, Monauni, 1829).
[12] Leonardi A., Depressione e ‘risorgimento economico’…, cit., p. 33.
[13] Zanon V., "Cenni storici sulla evoluzione …,cit., pp. 15, 16.
[14] Zanon V., L'acqua elemento di sviluppo della frutticoltura in Val di Non, in: "Almanacco Agrario", 1938, p. 136
[15] Pinamonti G., Utilizzo degli acquedotti, in: "Giornale Agrario", 4 aprile 1834.
[16] Boni G., La frutticoltura nella Venezia Tridentina, Milano, Vallardi, in: "Terre redente e l'Adriatico. Il Trentino", 1932, pp. 550-551
[17] Zanon V., Cenni storici sulla evoluzione …, cit., p. 18.
[18] Boni G., La frutticoltura nella Venezia …, cit., p. 553.
[19] Già all'inizio del diciannovesimo secolo la frutticoltura in Alto Adige, in particolare nelle zone di Bolzano e Merano, aveva raggiunto una certa importanza sia per quanto riguarda il consumo in loco che per l'esportazione. A seguito delle forti richieste si ebbe una forte intensificazione delle colture e nel 1860 si giunse alla costituzione della Società degli orticoltori di Bolzano. In quest'epoca vennero costituite numerose ditte commerciali che si occupavano dello smercio e dell'esportazione della frutta a granella. La Società per l'esportazione delle frutta in Bolzano fu fondata nell'anno 1859. Nella seconda metà del secolo diciannovesimo l'apertura della Ferrovia del Brennero (1867), la costruzione della ferrovia Bolzano - Merano (1881), la sistemazione dell'Adige e l'attività divulgativa della Scuola agraria provinciale e Stazione sperimentale di S. Michele all'Adige, del Consiglio Agrario provinciale e dei Consorzi agrari distrettuali diedero ulteriore impulso alla frutticoltura altoatesina. Nell'epoca dal 1899 al 1914 si passò alla frutticoltura intensiva e in particolare nella zona di Merano gli agricoltori si focalizzarono sulla Calvilla bianca d'inverno. Il Consiglio provinciale di Agricoltura di Innsbruck cercò di incrementare la frutticoltura anche nelle valli laterali. Il maggior risultato del programma fissato dal Consiglio Provinciale di Agricoltura si constatò nella Val Venosta. (Meier L. La frutticoltura industriale nell'Alto Adige nelle sue varie fasi di sviluppo, in: "Atti del Congresso Pomologico di Trento con Appendice sulla Esposizione Nazionale di Frutta ed Uva da Tavola 20-30 settembre 1924", Trento, Scotoni, 1926, pp. 288-295; Battisti C., Trentino. Scritti …, cit., p. 697).
[20] Pizzini A., Relazione del cav. Pizzini sui conchiusi del Comitato nominato per istituire e proporre i mezzi adatti a favorire l'incremento del commercio delle frutta, in: "Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale di Agricoltura pel Tirolo dei consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 8, 9, 10, agosto - ottobre 1886, pp. 61-62.
[21] Cles E., Cenni sulla frutticoltura dell'Anaunia, in: "Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale di Agricoltura pel Tirolo dei consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto agrario provinciale di S. Michele", n. 3, marzo 1904, p. 119.
[22] Boni G., La frutticoltura nella Venezia , cit., p. 553.
[23] Dal Consorzio Agrario distrettuale di Cles. Società per lo smercio delle frutta., in: "Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale di Agricoltura pel Tirolo dei consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 2, febbraio 1889, p. 47.
[24] AA.VV., Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale d'Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, 1889
[25] Boni G., La frutticoltura nella Venezia…, cit., p. 554.
[26] Cfr. Scioglimento della Società per lo smercio cumulativo delle frutta trentine, in: "Almanacco agrario", 1907, p. 458.
[27]Boni G., La frutticoltura nella Venezia…, cit., p. 554.
[28] Cfr. Boni G., La frutticoltura nella Venezia…, cit., pp. 552, 553, 555.
[29] Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico”... ,cit., p. 80.
[30] Note di Frutticoltura, in: "Bollettino del Consiglio Provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 6, 5 aprile 1919, p. 1; a Revò «le piantine, danneggiate seriamente dall'eccezionale nevicata 1914-15, furono lasciate da potare ed abbandonate completamente a loro stesse negli ultimi quattro anni di guerra per l'assenza dei proprietari causata dalla guerra; esse crebbero quindi irregolarmente a guisa di cespugli informi, perdendo quasi del tutto la primiera forma e cordone cui erano state educate.» (Propaganda Frutticola, in:" Bollettino del Consiglio Provinciale d'Agricoltura dei Consorzi agrari e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele", n. 11, maggio 1919, pp. 3- 4).