la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 2

Aspetti economici alla fine del secolo XIX

2.1. - Economia della Val di Non alla fine del XIX secolo.

2.2. - Situazione dell'agricoltura in Val di Non a fine Ottocento

2.2.1. - La composizione della superficie produttiva a coltura intensiva della Val di Non

2.2.2. - Le coltivazioni in atto all'inizio del secolo XX in Val di Non

2.2.3. - L'allevamento in Val di Non.

2.2.4. - Boschi e silvicoltura

2.2.5. - Proprietà diretto-coltivatrice.

2.3. - Cenni demografici di inizio secolo XX


2.1. - Economia della Val di Non alla fine del XIX secolo.

La Val di Non si inserisce nel più ampio territorio dell'area alpina settentrionale italiana, dove il 65% della superficie è posto oltre i mille metri d’altitudine, il 22% tra i cinquecento ed i mille, e soltanto il 13% sotto i cinquecento[1]. Bertagnolli a proposito scriveva: "Purtroppo però, la parte del terreno anauniese adatta ad essere lavorata come arativo, relativamente all'area complessiva della Valle, è piccola e ciò a causa del rilievo generalmente molto accidentato e più per l'altitudine troppo spesso superiore al limite delle colture. Dell'area complessiva del bacino del Noce infatti, che oltre alla Val di Non comprende anche la Valle di Sole, in generale più alta, e la pianura di Mezzolombardo, più bassa, e che abbraccia complessivamente 1.369,42 kmq; ben 1.065,46 kmq sono sopra i 1.000 metri d'altitudine, e solo 303,96 kmq sotto i 1.000 metri e adatti perciò ad essere coltivati a coltura intensiva"[2].

Tuttavia la buona esposizione al sole permetteva di elevare di alcune centinaia di metri il limite per la coltivazione di alcune specie vegetali. Per questo motivo in Val di Non si trovavano le viti, i gelsi e alcune varietà di fruttiferi tra i quali meli, peri, noci e ciliegi fino ad altitudini considerevoli.

Nei secoli passati tali produzioni erano marginali poiché l'attività agricola era volta principalmente alla produzione delle derrate alimentari necessarie per il sostentamento della famiglia contadina. L'agricoltura era tipica di un'economia di sussistenza e quindi le principali produzioni erano costituite da cereali (frumento, orzo, segale, granoturco, grano saraceno, avena), leguminose (fagioli, piselli), patate e vari ortaggi (cavoli, rape, barbabietole, zucche), piante tessili (lino e canapa).

Anche se il settore agricolo era predominante e occupava molta parte della popolazione, era presente in valle un discreto numero di attività di tipo industriale o artigianale legate alla lavorazione ed alla trasformazione dei prodotti della natura. Nell'Anaunia dell'Ottocento le industrie sviluppate e fiorenti, capaci di assorbire manodopera numerosa, erano scarse. Un discreto numero di persone era addetto a far funzionare le segherie, i mulini ed altri opifici che utilizzavano l’acqua come forza motrice. Queste attività si svolgevano quindi lungo le rive dei torrenti, distribuite su tutto il territorio della valle. All’inizio del Novecento lo sfruttamento dell’energia elettrica e di quella ottenuta con motori a scoppio era ancora in fase nascente. Le attività di lavorazione del legno per la costruzione ed il mantenimento di molte attrezzature d’uso, di parti della casa e suppellettili erano presenti in ogni paese e davano lavoro a un discreto numero di artigiani. Creava occupazione diffusa lo sfruttamento del patrimonio forestale: “È però opportuno rilevare come, se poche sono le persone che possano dirsi di professione boscaioli, non ci sia contadino nella zona montuosa che non si occupi oltre che del campo e del pascolo, anche del bosco.[3]”. In particolare era importante l’impiego del larice per la preparazione delle assicelle di copertura dei tetti, “s-ciandole” e “cògni”, e per la realizzazione di pali di sostegno delle pergole, “colomèle”, molto richiesti dai viticoltori della vicina Val d’Adige, dal lago di Caldaro alla Piana Rotaliana. C’erano poi altre ovvie figure artigianali (calzolaio, maniscalco, tessitore, bottaio, carpentiere, fabbro ferraio, falegname, sarto, …) e chi offriva i propri servizi nei trasporti o nella ristorazione. Ma il grosso delle occupazioni era di tipo casalingo agricolo e non richiedeva manodopera specializzata[4]. Altre attività degne di nota erano la lavorazione del latte in caseifici turnari, la lavorazione dei bozzoli con essiccatoi a Cles e a Denno, la filatura (tre filande per la trattura del bozzolo a Cles, una a Taio, una a Tuenno e una a Denno nel 1886[5] e la tessitura della seta in stoffe da chiesa (Viesi Domenico a Cles), la conceria Dusini. Oltre a queste iniziative si possono menzionare vari opifici artigianali per lavorazione della terracotta (“scudelari” di Cles)[6], l’attività di estrazione di scisti bituminosi per la produzione di ittiolo e altri prodotti chimici a Mollaro, la produzione di laterizi nel Comune di Vigo (alla Ceramica) e Cles, la fabbrica di cemento porlantico (da Portland) di Tassullo fondato dal capocomune di Tuenno, Vincenzo Maistrelli, in forma consortile con 17 soci della zona che occupava una trentina di operai[7]. Nel paese di Taio, a partire dal 1830, si era sviluppata una fiorente attività di lavorazione dei manici da frusta che occupò un considerevole numero di persone ed ebbe un’importanza notevole per l’economia della zona[8].

Alla fine dell’Ottocento il turismo, fino allora frenato dalle cattive condizioni del sistema viario, cominciò ad avere un’importanza crescente. A proposito si può ricordare che lo sviluppo del centro turistico del Passo della Mendola, con i grandi alberghi tra le foreste di abeti, fu reso possibile dalla costruzione, nel 1885, della strada che sale da Appiano e dalla realizzazione della funicolare Caldaro – Mendola nel 1902[9]. Ebbero grande importanza per lo sviluppo turistico della Val di Non anche la realizzazione della tramvia Trento Malé nel 1909 e la Dermulo-Mendola nel 1910[10].

inizio pagina

2.2. - Situazione dell’agricoltura in Val di Non a fine Ottocento

Per prima cosa è bene conoscere le caratteristiche fondamentali dell’utilizzazione del suolo a fine Ottocento come superficie a coltura intensiva (campo, prato, giardino, vigneto), superficie a coltura estensiva (pascolo e alpe)[11], bosco ed improduttivo. Sono disponibili i dati statistici relativi al territorio, abitanti, bestiame e utilizzazione del bosco degli anni 1890 e 1900 pubblicati sul “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo” nel 1893[12] e nel 1903-1904[13] e quelli ufficiali della Commissione Centrale di Statistica di Vienna[14] riferiti al 1900 e pubblicati nel 1907. Nell’esposizione dei dati delle due annate della prima fonte statistica furono tenute distinte le superfici di pascolo da quelle di alpe (malghe), la superficie a laghi e paludi rientrava nella parte produttiva, era riportata la consistenza delle capre (e di alveari per il 1900) oltre a quella dei bovini e di ovini, l’ambito del bosco era analizzato e rilevato in base a molteplici aspetti. I dati sui cavalli e sui suini sono disponibili soltanto in Gemeindelexikon.

L’insieme dei dati sul territorio di queste due fonti può essere riassunto nel seguente modo:

Tab. 2.1. - Composizione della superficie geografica della Val di Non in ettari ed in percentuale in base al tipo di utilizzo nel 1890, 1900 e 1900*[15]

 

Superficie totale

Area produttiva [16]

Campi

Prati

Giardini [17]

Vigneti

Pascoli e alpe

Bosco

Altro

Valori assoluti (in ettari)

1890

59.488,3

55.322,5

6.689,3

4.780,7

36,1

850,7

18.001,4

24.964,5

4.145,6

1900

59.653,7

55.054,2

6.440,4

4.821,9

38,4

884,5

17.679,4

25.189,6

4.599,5

1900*

59.672,0

55.071,0

6.552,0

4.766.0

38,3

861,4

17.682,7

25.172,8

4.601,0

Valori percentuali

1890

100%

93,0%

11,24%

8,04%

0,06%

1,43%

30,26%

41,96%

6,97%

1900

100%

92,29%

10,80%

8,08%

0,06%

1,48%

29,64%

42,23%

7,71%

1900*

100%

92,29%

10,98%

7,99%

0,06%

1,44%

29,63%

42,19%

7,71%

(elaborazione dati Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d'azione del Consiglio provinciale d'Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d'Agricoltura pel Tirolo“, 1893 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d'Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15, Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von December 1900 von der K.K. Statistischen Central Kommission, Wien, 1907)

Le rilevazioni del Gemeindelexikon del 1900 e quelle del Consiglio Provinciale d’Agricoltura riferite allo stesso anno si equivalgono. Gli scostamenti, come si vede, sono minimi: riguardano in particolare una diminuzione di arativo del secondo rispetto al primo con aumento di prato e di vigneto. Pertanto le considerazioni che seguono terranno conto dei dati statistici coerenti del Consiglio Provinciale d’Agricoltura anche per il 1900. Per un approfondimento più dettagliato sul quadro della situazione dell’agricoltura, come risulta dai dati statistici del Gemeindelexikon del 1900, si rimanda all’Appendice 1 “Considerazioni sui dati statistici della Val di Non contenuti nei Censimenti 1900 e 1910 della Commissione statistica di Vienna”.

La superficie improduttiva aumentò da 4.145 ettari nel 1890 a 4.600 ettari nel 1900 (dal 6,97 al 7,71% dell'intero territorio).

Nel 1900 soltanto il 20,43% della superficie territoriale era soggetto a coltura intensiva, in diminuzione rispetto al 20,77% del 1890.

Sempre nel 1900 i pascoli e alpe avevano un'estensione di 17.680 ettari e rappresentavano il 29,63% del territorio. Sotto questa denominazione venivano considerati gran parte dei terreni pascolivi adiacenti alle malghe, i cosiddetti prati di monte che venivano falciati una volta all’anno, come pure le aree comunali destinate al pascolo[18]. Facendo riferimento al dato aggregato del 1890, (30,26%), si nota una diminuzione di mezzo punto. Considerando separatamente pascolo e alpe si vede che tale diminuzione è dovuta al restringimento dell’alpe[19].

La superficie boschiva passò dal 41,97% del territorio al 42,23%.[20]

I due grafici che seguono visualizzano le variazioni degli ordinamenti colturali dal 1890 al 1900 e permettono qualche confronto fra la Val di Non e l’intera provincia di Trento sull’utilizzo del territorio.

Grafico 2.1. - Utilizzo del territorio della Val di Non nel 1890 e nel 1900 con la visualizzazione della parte a coltura intensiva

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415)

Grafico 2.2. - Utilizzo del territorio della provincia di Trento nel 1890 e nel 1900 con la visualizzazione della parte a coltura intensiva

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15)

Il fatto che più colpisce è il restringimento dell’area coltivabile da oltre il 20% della Val di Non a poco più del 15% del Trentino che sta a significare come l’area dell’attuale Comprensorio C6 fosse proporzionalmente coltivata in modo più intenso della media provinciale: soltanto i distretti giudiziari di Borgo, Levico, Pergine, Civezzano, Trento, Lavis, Nogaredo, Mori, Arco e Fondo superavano il dato medio del terreno intensamente coltivato della Val di Non (20,4%).

In particolare il territorio provinciale presentava una copertura boschiva superiore di 5 punti rispetto a quella della Val di Non, la parte di improduttivo maggiore di 6 punti e la parte di alpe inferiore di sei punti percentuali. Nonostante queste variazioni si vede che la parte a coltura intensiva era divisa circa a metà fra campo e le altre colture, vale a dire vigneto, giardino e prato di campagna. In Val di Non l’arativo raggiungeva il 53% del coltivato intensivo con il prato verso il 40%, mentre il dato medio del Trentino era del 46% sia di campo sia di prato. Nel decennio fra il 1890 e 1900 ci furono leggere variazioni dello stesso tipo di quelle riscontrate nell’utilizzo del suolo della Val di Non: in particolare un aumento dell’incolto, unito a laghi e paludi, di un punto, da 12,4% al 13,4%, e una leggera contrazione della superficie a coltura intensiva con diminuzione degli arativi da 7,2% a 6,9% e crescita del vigneto da 1,04% a 1,11%.

inizio pagina

2.2.1. - La composizione della superficie produttiva a coltura intensiva della Val di Non

Per quanto riguarda l'area a coltura intensiva è interessante analizzare la sua composizione all’interno di ognuna delle tre zone in cui si è divisa la Val di Non nel Capitolo 1. Per avere un riferimento complessivo viene premesso un grafico che affianca le barre relative agli ordinamenti colturali nelle tre zone relative agli anni 1890 e 1900.

Grafico 2.3. - Composizione percentuale dell’area coltivata nelle tre zone della di Non del 1890 e del 1900

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415)

La zona Bassa Val di Non comprende la maggior parte dei paesi della valle (18 comuni) in una fascia che va dai 250 metri a 750 metri di altitudine. Dal 1890 al 1900 la superficie a coltura intensiva passò da 6.358,6 ettari (cioè il 22,31% del totale) a 6.285,4 ettari (21,92%).

Tab. 2.2. - Valori e percentuali delle colture intensive della Bassa Val di Non

 

Valori assoluti

Percentuali di ripartizione

Anno

Arativi

Prati

Orti

Vigne

Arativi

Prati

Orti

Vigne

1890

3.529,0

2.085,1

24,2

720,3

55,50%

32,79%

0,38%

11,33%

1900

3.379,9

2.141,5

25,3

738,2

53,77%

34,07%

0,40%

11,75%

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15)

Dalla tabella appare come nella zona della Bassa Val di Non gli arativi (seminativi semplici e arborati) erano prevalenti attorno al 54% con tendenza alla di diminuzione, il prato, in parte ricoperto da fruttiferi, copriva circa un terzo della superficie con tendenza all’aumento, il vigneto superava l’11 per cento ed il giardino si attestava allo 0,40%.

Il territorio della seconda fascia d'altitudine, Media Val di Non, va da 750 metri a 950 metri e copre il territorio di otto comuni della valle sulla sinistra del Noce da Vervò fino a Rumo. Dal 1890 al 1900 la superficie a coltura intensiva passò da 3.059,5 ettari (cioè il 20,57% del totale) a 3.050,37 ettari (il 20,24%) con percentuali inferiori di oltre un punto rispetto a quelle della prima fascia.

Tab. 2.3. - Valori e percentuali delle colture intensive della Media Val di Non

 

Valori assoluti in ettari

Percentuali di ripartizione

Anno

Arativi

Prati

Orti

Vigne

Arativi

Prati

Orti

Vigne

1890

1.632,3

1.344,2

7,00

112,4

52,72%

43,42%

0,23%

3,63%

1900

1.569,7

1.344,4

7,67

128,6

51,46%

44,07%

0,25%

4,22%

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415)

Dal confronto fra la prima e la seconda fascia nel grafico, risulta che nella Media Val di Non era notevolmente inferiore l’area destinata al vigneto, il 4% rispetto all’11%. Tuttavia tale coltivazione agricola era praticata con successo anche in questa zona e dimostrava una tendenza all’espansione passando dal 3,63% al 4,22%. Anche in questo caso si manifestò una leggera contrazione di arativo ed un’espansione del prato e del vigneto.

La zona dell’Alta Val di Non comprende i territori oltre i 950 metri sul livello del mare. I dodici comuni di quest'area più elevata, da Sfruz a Ruffré con un salto a Bresimo, si inseriscono, senza grandi variazioni, nella zona alpina descritta dal Ruatti[21]. Dal 1890 al 1900 la superficie a coltura intensiva passò da 2.902,3 ettari (cioè il 18,21% del totale) a 2.849,40 ettari (il 17,90%) con percentuali in diminuzione di oltre due punti rispetto a quelle della Media Val di Non.

Tab. 2.4. - Valori e percentuali delle colture intensive dell’Alta Val di Non

 

Valori assoluti in ettari

Percentuali di ripartizione

Anno

Arativi

Prati

Orti

Vigne

Arativi

Prati

Orti

Vigne

1890

1.528,0

1.351,4

4,9

18,00

52,65%

46,56%

0,17%

0,62%

1900

1.490,8

1.336,0

5,4

17,20

52,32%

46,89%

0,19%

0,60%

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415)

L’aspetto più evidente, che risulta dal confronto con le altre due zone della valle, è la quasi scomparsa della coltivazione a vigneto, marginalmente presente a Vasio frazione di Fondo, a Malgolo frazione di Romeno ed a Smarano per un insieme di circa 16 ettari. La percentuale della coltura a prato era superiore rispetto a quella delle altre due zone e si avvicinava al 47%, mentre la superficie coltivata a campo rimaneva consistente, oltre il 50%[22].

Per concludere, è interessante visualizzare i dati delle colture intensive relativi all’area dell’intera Val di Non ed a quella di tutto il Trentino.

Grafico 2.4. - Percentuali di composizione dell’area coltivata della Val di Non e del Trentino nel 1980 e nel 1900

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15)

Le uniche differenze tra i due ambiti territoriali stanno nella maggior percentuale di arativo e nella minore percentuale di prato per la Val di Non. La tendenza alla diminuzione dell’arativo è costante nelle due realtà, come quella ad un lieve aumento del vigneto.

Per le analisi dell’utilizzo del territorio che si riferiscono alla SAU (terreno a colture intensive più pascoli ed alpe) si rimanda all’ ”Appendice 3” che illustra in particolare la dinamica dell’estensione della SAU nel tempo, dal 1890 al 1990, per avere una visione complessiva che leghi i censimenti 1890 1900 a quelli più recenti.

inizio pagina

2.2.2. - Le coltivazioni in atto all’inizio del secolo XX in Val di Non

Nell’insieme considerato della Val di Non, gli arativi costituivano gran parte del terreno agricolo e, per lo più, venivano coltivati con la tecnica della rotazione biennale con semina di frumento e cereali minori seguita da quella della patata o del granoturco. Gradualmente si andavano diffondendo avvicendamenti con colture di trifoglio ed erba medica[23].

Fra le varie colture presenti in Val di Non, la principale era quella dei cereali, essenziale per l’alimentazione. Il più importante di essi era il frumento, coltivato fino a oltre 1.000 metri d'altitudine. La maggior parte del frumento coltivato era del tipo «vernino», cioè seminato in autunno. Nel 1903 la superficie coltivata a frumento nel mandamento di Cles era di 516 ettari con una produzione di 7.160 quintali, nel mandamento di Fondo la superficie era di 299 ettari e il prodotto di 2.920 quintali. Nel 1910 la superficie coltivata a frumento era aumentata a 770 ettari nel mandamento di Cles e con essa anche la produzione (9.890 q.li). Nel mandamento di Fondo invece la superficie si era ridotta a 207 ettari, ma la produzione era cresciuta a 3.121 quintali di frumento. La produzione media per ettaro risultava di circa 13,2 quintali ed era notevolmente aumentata rispetto allo stesso dato del decennio 1880-1890 pari a 8,5 quintali per ettaro[24].

Il granoturco veniva seminato in primavera in tutta la valle, anche ad altitudini oltre i 900 metri, ed era raccolto verso la fine di settembre. Nel 1903 la produzione nel Mandamento di Cles ammontò a 5.031 quintali su una superficie di 561 ettari, mentre in quello di Fondo fu di 1.974 quintali su un'area di 169 ettari. Nel 1910 la produzione fu di 5.040 quintali su 296 ettari nel mandamento di Cles e di 850 quintali su 58 ettari nel mandamento di Fondo con una resa media per ettaro di 16,64 quintali[25].

La segale e l'orzo avevano una grande diffusione, erano coltivati fino a 1.300 metri sul livello del mare e in parte erano seminati in autunno. Nel decennio 1880-1890 la produzione media per ettaro di segale fu di 9,30 quintali, mentre quella di orzo fu di 7,60 quintali. Nel 1910 queste rese medie salirono rispettivamente a 15,8 quintali per l’orzo e 16,5 quintali per la segale. In particolare la superficie complessivamente coltivata nei due mandamenti di Cles e Fondo del 1910 fu di 235 ettari per l'orzo e 1.065 per la segale con una produzione rispettivamente di 3.726 e 17.668 quintali[26].

Grande importanza aveva il grano saraceno, o «formenton», introdotto in Val di Non all'inizio del XVIII secolo: forniva la caratteristica farina scura e per il breve ciclo vegetativo dava la possibilità di un secondo raccolto nell’arco dell’anno. Infatti questo cereale si seminava nei campi dopo la mietitura del frumento «vernino» o della segale «vernina» nella seconda decade di luglio e giungeva a maturazione a fine ottobre. Nel 1910, nel mandamento di Cles era coltivato su una superficie di 346 ettari e diede una produzione di 3.131 quintali, mentre nel mandamento di Fondo la produzione ammontò a 3.190 quintali su una superficie di 319 ettari.

L'avena aveva minore importanza, usata soprattutto come alimento corroborante per gli animali equini: nel decennio 1880-90 ogni ettaro dava una produzione di 5,4 quintali, mentre nel 1910 la produzione media era quasi triplicata (14 quintali per ettaro). In quest’annata 96 ettari furono coltivati ad avena nel mandamento di Cles e 42 ettari in quello di Fondo con una produzione rispettiva di 1.307 e 612 quintali[27].

L’impegno della popolazione per trarre dalla terra il massimo risultato, sostenuto dalla diffusione di nuove conoscenze agronomiche, riuscì ad accrescere notevolmente la produzione media di cereali, come appare dai dati esposti sopra[28]. Malgrado ciò, la produzione cerealicola era di molto inferiore ai bisogni della popolazione: il raccolto dei cereali della valle era di poco superiore a un terzo del fabbisogno degli abitanti[29].

Comune a tutta la Valle era la coltivazione della patata che costituiva un alimento di base della famiglia contadina. Venne introdotta in Val di Non nel 1780, ma fu coltivata in maniera estesa solo dopo la Rivoluzione Francese [30]. Essa veniva prodotta in tutto il territorio anche nei paesi più elevati. Era una coltivazione estremamente adatta all’agricoltura di montagna, anche perché nel campo di patate era possibile praticare contemporaneamente altre coltivazioni orticole. Per cui il campo nello stesso anno serviva per la produzione di patate, cavolo-cappuccio, verza, zucche, rape, fagioli. La sua coltivazione, più che nella Bassa Val di Non, era diffusa nel «Soratóu» (o Alta Anaunia), dove la maggiore percentuale di arativi a disposizione era utilizzata per la semina di questo tubero.

Nella Bassa Val di Non invece gli arativi erano sfruttati preferibilmente a cereali. In tutta la zona che va dalla Rocchetta a Cles, sulla destra e sinistra del Noce, aveva fondamentale importanza la vite coltivata a filari. Inoltre la viticoltura era praticata molto proficuamente sulla destra della Novella, nel territorio che si estende da Cagnò a Brez. La coltivazione della vite raggiungeva quasi gli 800 metri di altitudine (Livo 741 m.; Cloz 794 m; Brez 792 m.) e sporadicamente arrivava fino ad un'altezza oltre gli 850 metri (Vasio 827 m. e i terreni a valle dell’abitato di Fondo). Anche la produzione vinicola però era di molto inferiore al consumo; quasi la metà del vino consumato nell'Anaunia era importato.

All'inizio del 1600 si diffuse la gelsicoltura che ebbe il massimo sviluppo nella prima metà del XIX secolo e si protrasse fino al periodo della II Guerra Mondiale. Era praticata nella Bassa e Media Val di Non: il gelso era coltivato ad alto fusto, di solito in file lungo i confini dei campi e ai margini dei prati[31]. Nel quadro dell’economia agricola locale, per lungo tempo, i bozzoli rappresentarono una delle fonti di entrata in denaro più importanti se non quella più importante e remunerativa.

inizio pagina

2.2.3. - L’allevamento in Val di Non.

In un sistema prevalente di agricoltura equilibrata di sostentamento non poteva mancare l’allevamento del bestiame. Anche in questo caso sono stati presi in considerazione i dati statistici pubblicati nel “Bollettino del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo” per gli anni 1890 e 1900 che riportano la consistenza del bestiame da pascolo, cioè bovini, ovini e capre e, limitatamente al 1900, di alveari. Nei dati del 1890 è pure riportato il numero dei possessori del bestiame da pascolo[32].

Per mostrare la consistenza e le tendenze dell’allevamento del bestiame da pascolo dal 1890 al 1900 si riassumono i valori numerici per la Val di Non e per il Trentino, con le percentuali di variazione e con il numero di animali per 100 abitanti.

Tab. 2.5. - Consistenza degli animali da pascolo della Val di Non e del Trentino negli anni 1890 e 1900

 

 

Bovini

Capre

Ovini

 

Anno

Numero

% variaz.

per 100 abitanti

Numero

% variaz.

per 100 abitanti

Numero

% variaz.

per 100 abitanti

Bassa Val di Non

1890

5.192

 

26,8

2.052

 

10,6

587

 

3,0

 

1900

5.814

12,0

28,9

2.035

-0,8

10,1

123

-79,0

0,6

Media Val di Non

1890

2.556

 

31,4

875

 

10,7

531

 

6,5

 

1900

2.730

6,8

35,0

732

-16,3

9,4

497

-6,4

6,4

Alta Val di Non

1890

2.412

 

26,7

861

 

9,5

720

 

8,0

 

1900

2.668

10,6

32,6

648

-24,7

8,4

446

-38,1

5,4

Val di Non

1890

10.160

 

27,8

3.788

 

10,4

1.838

 

5,0

 

1900

11.212

10,4

31,1

3.451

-8,9

9,6

1.066

-42,0

3,0

Prov. di Trento

1890

87.522

 

25,1

31.832

 

9,1

42.022

 

12,0

 

1900

102.337

16,9

28,4

35.305

10,9

9,8

33.489

-20,3

9,3

(elaborazione dati Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893, pp. 300, 312, 362, ; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15)

Di fronte ad un aumento generalizzato e consistente del numero dei bovini e ad una diminuzione decisa degli ovini, la Val di Non vedeva un calo del numero delle capre (-8,9%) in contrasto con il loro incremento (+10,9%) in atto nell’intera provincia di Trento.

In particolare l’aumento dei capi di bestiame bovino in Val di Non fu più accentuato in Bassa Val di Non e in Alta Val di Non. Nell’anno 1890, in Val di Non si registrava una media di 2,16 capi per ogni possessore di bovini, una media di 1,29 capi per ogni possessore di capre e 2,83 capi per ogni possessore di ovini. Su 8.701 famiglie censite i possessori di bovini erano 4.705, oltre il 50% con punta massima del 78,3% a Romeno e minima di 33,6% a Cles (nel Trentino i possessori di bovini corrispondevano al 43,9% delle famiglie). I bovini svolgevano una duplice funzione: quella di animali da tiro per il trasporto ed il lavoro nei campi e quella di risorsa alimentare con il latte e la carne. Nel 1900 le vacche nei distretti di Cles (Cles, Fondo e Malé) erano il 49,75% del totale dei bovini, inferiore alla media provinciale del 63,25%, mentre i buoi da lavoro raggiungevano il 7,91%, superiore alla media provinciale del 5,09%[33]. Nel distretto giudiziario di Cles, sia le aziende sia il numero dei capi di bovini si addensavano nella fascia di superficie produttiva da 2 a 5 ettari[34]. Sempre nell’anno 1890 i possessori di capre in Val di Non erano 2.933 sulle 8.701 famiglie per un rapporto di 0,33: la punta massima era a Bresimo con 1 e la minima a Cavareno con 0,015, mentre nel Trentino questo rapporto possessori di capre/famiglie era dello 0,28. Nel distretto di Cles il numero dei possessori e quello delle capre si addensava nella prima fascia di estensione aziendale fino a 0,5 ettari. Da quest’analisi si può dedurre che all’interno di un’economia di sussistenza l’allevamento delle capre era di grande valore per gli strati più poveri della popolazione[35]. L’invito delle autorità a diminuire l’allevamento di capre[36] fu, nei fatti, più seguito in Val di Non, specialmente nella zona alta, che nel Trentino dove vi fu incremento di numero (vedi Tab. 2.4.). Per la Val di Non è da notare la ridotta consistenza del numero di ovini. Nell’anno 1890 era concentrato nei paesi di Amblar, Ruffré, Tres, Vervò, Bresimo, Livo, Rumo e Fondo mentre otto comuni ne risultavano privi. Nel 1900 i comuni senza ovini salirono a 10 e la loro presenza rimase sopra i cento capi solo a Tres e a Vervò.

Nel 1890 alla Val di Non apparteneva solamente il 4,4% dell’intero patrimonio provinciale di ovini e nel 1900 il 3,2%, mentre per i bovini si passò dal 11,6% all’11,0% e per le capre da 11,9% al 9,8%.

Un ruolo non secondario nell’economia agricolo - forestale svolgevano i muli e gli asini per lavori di esbosco e di trasporto di derrate, di legname, di grano da e verso i mulini. Nel censimento aziendale del 1902[37] sono indicati nel distretto di Cles 546 capi (con i cavalli 721) e nel Trentino 3.794 capi (con i cavalli 4.554) [38].

Giova ricordare come l’allevamento dei suini fosse distribuito in modo diffuso e uniforme[39]. Erano allevati in quasi tutte le famiglie, preziosa fonte di lardo usato come condimento e di insaccati da consumare nell’arco dell’anno[40].

Infine era di grande importanza l’allevamento del baco da seta in Trentino come nella Val di Non. Dopo la crisi dovuta alla malattia della pebrina negli anni Settanta[41], in Trentino la bachicoltura riprese a produrre una media di 1.505.705 kg di bozzoli nel periodo 1870 – 1912[42].

inizio pagina

2.2.4. - Boschi e silvicoltura

Le rilevazioni della Statistica Agricolo Forestale curate dal Consiglio Provinciale d’Agricoltura relative agli anni 1890 [43]e 1900[44] documentano varie informazioni di dettaglio sullo stato dei boschi e del legname come per sottolineare l’importanza di questo comparto economico.

Vi sono indicate le percentuali di bosco sull'intera superficie e l'indice di bosco per ogni famiglia e per ogni persona. È poi annotato il numero dei custodi forestali con l’area da sorvegliare ed il numero delle particelle boschive relative, nonché l’ammontare del salario; la superficie forestale è distinta come possesso erariale, comunale e privato. Poi è presente la media di produzione di legname in metri cubi solidi, valore a metro cubo solido, il fabbisogno per famiglia e in tutto per comune con conseguente avanzo o ammanco di prodotto ligneo, la rendita netta del possesso fondiario e le sovra imposte comunali in “percenti della steora” fondiaria.

La superficie a bosco subì lievi incrementi dal 1890 al 1900 mantenendosi sulle percentuali del 42% del territorio geografico in Val di Non e del 47% nel Trentino. In Val di Non il bosco di media era costituito dall’83% di piante conifere, percentuale derivante dal 98% nella parte alta al 69% nella parte bassa. Nei dieci anni dal 1890 al 1900 si verificò un aumento di due punti delle piante frondose. Nell’insieme del Trentino le piante forestali frondose raggiungono il 46% del totale.

Il grafico e la tabella di dati seguente illustrano la ripartizione e la dinamica in atto della proprietà del bosco dal 1890 al 1900, distinta in comunale, privata ed erariale.

Grafico 2.5. - Distribuzione della proprietà del bosco in Val di Non e nel Trentino negli anni 1890 e 1900

(fonte: Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, Sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903)

Tab. 2.6. - La proprietà del bosco in Val di Non e in Trentino negli anni 1890 e 1900

 

1890

1900

 

erariale

comunale

privata

erariale

comunale

privata

Bassa Val di Non

-

10.628,8

1.291,5

-

10.796,7

1.352,3

Media Val di Non

-

5.633,6

456,5

-

5.490,5

598,2

Alta Val di Non

-

6.775,2

178,9

-

5.904,0

1.047,9

Valle di Non

-

23.037,6

1.926,9

-

22.191,2

2.998,4

Trentino

10.021,5

222.175,7

70.099,3

5.936,5

222.810,8

71.829,8

(fonte: Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893; Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, Sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903)

Nel 1900 la proprietà pubblica era (e lo è tuttora) prevalente nel Trentino raggiungendo il 74% ed ancor più in Val di Non con l’88% del bosco, senza grosse distinzioni fra le tre fasce. La proprietà erariale non interessava la Val di Non; nel Trentino era presente con un 3% nel 1890 diminuito a circa il 2% nel 1900. La prevalente proprietà comunale era gestita a favore della popolazione locale seguendo secolari tradizioni.

Nell’economia d’allora c’era grande necessità di legna da ardere e di legname da costruzione: i dati statistici mostrano come il fabbisogno medio per persona era superiore ad un metro cubo (5 mc per famiglia) con valori più alti nei comuni e distretti a quote elevate. In Val di Non il settore delle foreste diede un avanzo (differenza tra produzione e fabbisogno interno) di 11.745 mc nel 1900, pari al 17% della produzione totale, ma i comuni di fondo valle presentavano degli ammanchi. L’avanzo medio del Trentino era del 35,7% su una produzione di 692.911 mc [45].

L’importanza allora rivestita dal patrimonio forestale è suggerita anche dalla registrazione dei dati statistici relativi al numero medio delle contravvenzioni boschive e dall’indennizzo medio per dette contravvenzioni ed il fatto che appariva nelle tabelle la densità media della popolazione rispetto ai kmq di bosco.

inizio pagina

2.2.5. - Proprietà diretto-coltivatrice

In Val di Non, come costante ordinaria delle regioni alpine, sull'area coltivata predominava la piccola proprietà diretto-coltivatrice e sul restante territorio il demaniato comunale. Non essendo disponibili i dati disaggregati per comune, non è stato possibile effettuare un’analisi di tale fenomeno riferendosi al territorio della Val di Non - Comprensorio C6. I dati disponibili riguardano il distretto politico di Cles che comprendeva anche il distretto giudiziario di Malé e invece escludeva alcuni comuni della Bassa Val di Non, appartenenti al distretto giudiziario di Mezzolombardo.

Come visto sopra, nel paragrafo riguardante il bosco e la silvicoltura, la gran parte della superficie boschiva era di proprietà comunale. Non si possiedono dati analoghi riferiti al pascolo, ma è possibile affermare che la situazione era del tutto simile a quella del bosco[46]: predominanza della proprietà comune rispetto a quella privata ed uso collettivo ad integrazione dell'azienda contadina.

In seguito al diritto civile vigente che permetteva, e permette, qualsiasi frantumazione fondiaria, sia per trapasso ereditario che per compravendita, era caratteristica la presenza di numerose unità aziendali di piccole dimensioni; a questo si aggiungeva l’ulteriore frammentazione della singola proprietà in piccole particelle separate nel territorio.

Dai dati del censimento aziendale del 1902[47], prendendo come riferimento il distretto politico di Cles, si possono trarre delle importanti indicazioni sulla struttura dell'agricoltura della valle a fine Ottocento anche per quanto riguarda il territorio della Val di Non, attuale Comprensorio C6. Le aziende agricole nel distretto di Cles erano complessivamente 13.950 su una superficie a coltura intensiva (arativi, prati, orti-frutteti, vigne) di circa 15.420 ettari con una conseguente media per azienda di appena 1,1 ettari. Il 55,4% delle aziende (7.731) aveva superficie inferiore ad un ettaro ed un consistente 37,7% delle aziende era inferiore al mezzo ettaro, non in grado quindi di sostenere l'onere di una famiglia contadina. La stessa situazione di estrema frammentazione del possesso si registrava a livello provinciale anche se l'azienda media raggiungeva 1,4 ettari di superficie[48]. Le particelle catastali del distretto politico di Cles erano il ragguardevole numero di 170.719[49], corrispondenti a 12 particelle per azienda e ciò conferma la polverizzazione fondiaria esistente.

In questa situazione era avvertita la necessità di incrementare la superficie aziendale per soddisfare i bisogni alimentari della famiglia. Infatti erano presenti aziende con terreni di proprietà e in affitto, precisamente 3.623 aziende, corrispondenti al 26% del totale[50]. Le aziende che basavano la loro attività solo su terreni affittati erano il 4,7% (653). Risulta evidente che la maggior parte delle aziende (95,10%) era condotta e lavorata dai proprietari dei fondi con eventuali integrazioni di terreni presi in affitto.

In conclusione la piccola proprietà diretto-coltivatrice era nettamente predominante rispetto ad ogni altra forma di conduzione. Essa trovava radici profonde nella soppressione dei vincoli alla libera cessione dei beni fondiari, quali i livelli perpetui ed i fedecommessi nel periodo del riformismo illuminato di Maria Teresa, e nella vendita di beni ecclesiastici incamerati e comunali nel periodo di dominio francese[51], ma anche nelle condizioni naturali, ambientali e fisiche dell'ambiente di montagna: la produzione non sarebbe risultata concepibile in termini economici se il contadino non fosse stato in qualche maniera direttamente e strettamente legato alla terra che lavorava[52].

inizio pagina

2.3. - Cenni demografici di inizio secolo XX

La Val di Non nel 1900 raggiungeva complessivamente 36.087 abitanti [53] distribuiti su una superficie di 596,72 kmq. La densità media raggiungeva perciò i 60,47 abitanti per chilometro quadrato[54].

Un altro dato interessante di densità si ricava dal rapporto tra la popolazione e la superficie a coltura intensiva (campo, prato, giardino, vigneto), che può dare una giusta misura della relazione tra la popolazione e le risorse dalle quali essa traeva il sostentamento. Il suo valore era di 295,37 persone per chilometro quadrato. La superficie a coltura intensiva copriva il 20,47% del territorio della Val di Non. La distribuzione dei centri abitati e quindi della popolazione era concentrata nella fascia centrale della valle, in prossimità del corso del Noce e dei torrenti, in particolare il rio Novella. La maggior densità di quest’area (313 abitanti per kmq di superficie a coltura intensiva) è direttamente collegata alla buona fertilità dei suoli menzionati e infatti corrisponde alla parte meno ripida e meno scoscesa della valle[55], a quota inferiore e con acquedotti irrigui.

Per quanto riguarda la definizione della popolazione attiva e in particolare gli appartenenti al settore primario si sono analizzati i dati dei censimenti della popolazione del 1880[56] e del 1910[57] con riferimento al territorio del distretto capitanale di Cles (distretti giudiziari di Cles, Fondo e Malé). Da tali dati emerge che gli attivi in agricoltura nel 1880 erano 22.234, pari al 59,9% degli appartenenti al settore agricolo (37.144), mentre questi ultimi erano il 74,9% del totale degli abitanti dell’intero distretto capitanale di Cles (49.594). Nel censimento del 1880 erano riportati in un'unica voce i coadiuvanti familiari ed i membri ausiliari della famiglia senza speciale occupazione e ciò comporta l'impossibilità di separare i due gruppi e porre i coadiuvanti tra la popolazione attiva in agricoltura[58]. Tale distinzione venne realizzata nei censimenti successivi per cui la popolazione attiva in agricoltura nel censimento del 1910 ebbe una significativa variazione, in parte legata a tale diverso criterio di rilevazione: gli attivi in agricoltura erano 21.959 pari al 76,24% del totale degli attivi, al 62,76% di coloro che fanno parte del settore agricolo e questi ultimi raggiungevano il 72,73% dell’intera popolazione. Alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, al settore agricolo apparteneva più del 70% della popolazione totale, valore nettamente superiore alla media del Trentino che era di circa il 62%. I coadiuvanti familiari nel 1910 erano 11.822 (il 55% degli attivi in agricoltura) e i proprietari (lavoratori indipendenti) erano 8.168 (38%). I lavoratori salariati rappresentavano solo una piccola fetta degli attivi in agricoltura ed erano 1.026. Ciò conferma la netta preminenza all’inizio del Novecento della famiglia contadina diretto-coltivatrice. Bisogna aggiungere che un ulteriore 10-15% della popolazione totale era legato al primario o ne traeva sostentamento; basti pensare alle varie attività di carattere domestico di trasformazione dei prodotti della terra (gelso, bachicoltura, enologia, attività casearie, lavorazione della lana, del lino, della canapa, ecc.)[59].

Questi dati demografici del distretto di Cles fanno risaltare come l’economia di questo territorio fosse basata quasi esclusivamente sull’agricoltura dove anche la grande maggioranza della popolazione attiva in altri settori era legata in qualche modo al primario.

Le risorse economiche della valle, in miglioramento dal 1890[60], erano state ed erano però insufficienti per coprire i bisogni dell’intera popolazione: "In ogni paese vi era un numero di abitanti che aveva per risorsa quasi unica l’emigrazione"[61]. Molte persone dai 10 ai 70 anni, per questo motivo, fuoriuscirono dalla valle per recarsi nei centri dell'Emilia, Veneto e Lombardia a lavorare come spazzacamini, o battirame (detti «paroloti»), oppure come operai giornalieri. Alcuni, nei mesi estivi, emigravano in Germania o Austria presso imprese edili o stradali, come manovali, muratori, sterratori, posatori di traversine dei binari e addetti ai lavori durante la costruzione delle reti ferroviarie (“aisenpòneri”[62]). In parte, questo fenomeno migratorio era di tipo stagionale in quanto gli uomini si spostavano nei centri dell'Italia del Nord in autunno, dopo la fine dei lavori in campagna, e facevano ritorno alle loro case dopo l'inverno, all'inizio della nuova annata agricola, con esili risparmi. L'emigrante stagionale, che nei mesi invernali si autososteneva, svolgeva un ruolo importante per l'equilibrio economico della famiglia contadina per il guadagno ottenuto e, soprattutto, per il risparmio di risorse alimentari domestiche[63].

Verso il 1870-1880 all'emigrazione temporanea e di carattere specializzato [64] si aggiunse quella permanente[65] motivata dalle ristrettezze economiche crescenti. I principali flussi migratori erano diretti verso i paesi del America settentrionale, dove erano richiesti minatori o boscaioli, e verso i paesi dell'America del Sud dove era richiesta manodopera per le piantagioni di caffè e per le costruzioni (ad esempio linee ferroviarie) ed era vivo il miraggio di nuove terre da colonizzare nel sud del Brasile[[66]. In questo caso il periodo di permanenza era di 6 - 10 anni, ma vi furono alcuni emigrati che si stabilirono definitivamente nel paese ospitante[67]. Secondo i dati raccolti da Don Lorenzo Guetti[68], nel periodo che va dal 1870 al 1888 da tutto il Trentino emigrarono in America 23.555 persone, il 5,9% della popolazione totale. Di queste, 3.559 provenivano dalla Val di Non[69] e rappresentavano il 15% del totale degli emigranti trentini. I paesi anauni più interessati percentualmente dal flusso migratorio verso l'America furono: Dercolo, Casez, Malgolo, Sanzeno, Sfruz, Segno, Torra. La meta preferita fu l'America del Nord dove si insediarono quasi il 60% degli emigranti.

L’emigrazione stagionale e quella di più lunga durata si protrassero fino a qualche decennio fa, riuscirono ad equilibrare l’insufficienza delle risorse agricole ed artigianali interne e resero possibile il mantenimento di una sostanziale stabilità economica e demografica della valle e dei suoi numerosi paesi[70]


indietro

copertina

inizio pagina

avanti

Note:
[1] Zaninelli S., Un’agricoltura di montagna nell'Ottocento: il Trentino, Trento, Temi, 1978, p. 17.
[2] Bertagnolli L., Appunti sull'economia della valle di Non, Trento, Scotoni, 1930, p. 9 VIII.
[3] Battisti C., Il Trentino. Scritti Geografici, Le Monnier, Firenze, 1923, p.46.
[4] Zanolini S., L'agricoltura tradizionale della Valle di Non nel corso del secolo decimonono, Tesi di Laurea, relatore: Leonardi A., a. acc.: 1995-96.
[5] Pilati M., Piz C., Redolfi D., Sul filo dell’Ottocento. Storia dell’economia dei bachi in Valle di Non, Cles, Associazione Internazionale Lions Club Cles, 1995, p. 62.
[6] Leonardi E., Anaunia - Storia della Valle di Non,Trento, Temi, 1985.
[7] Faustini G., Le Valli del Noce. Tremila anni di storia, Trento, Publilux, 1999, p. 137.
[8] L’attività fu avviata da Simone Barbacovi nel 1830 e già nel decennio successivo alla prima bottega artigiana se ne aggiunsero altre quattro. La materia prima, i “bagolari”, dovevano essere importati principalmente dalla Lombardia e dal Veneto, mentre il prodotto finito era smerciato sui mercati dell’Alto Adige, del Tirolo e della Baviera. Un notevole impulso a questa industria fu dato dalla costruzione del tronco di ferrovia Ala-Brennero che facilitò sia l’importazione della materia prima sia l’esportazione del prodotto finito. Dopo il 1860 la produzione di manici da frusta assunse carattere industriale: nel 1868 erano presenti quattro fabbriche e nel 1870 se ne aggiunse un’altra. Nel 1875 il loro numero salì a 12, nel 1913 a 14, fino a raggiungere nel 1921 le 21 unità con circa 350 addetti. Per molteplici ragioni, ad esempio le crisi economiche internazionali, lo sviluppo delle ferrovie e della motorizzazione, il passaggio dell’agricoltura locale di sussistenza alla monocoltura della mela, tale industria andò declinando fino a ridursi, oggi, a due aziende artigianali a conduzione familiare, che associano alla tradizionale produzione di manici da frusta altri prodotti affini (bastoni, manici per ombrelli, …). Le notizie sono prese dal sito (http://www.taio.it/comune_taio/economia/manici_da_frusta/home_eco_man.htm) del Comune di Taio.
[9] Faustini G., Le Valli del Noce…,cit., p. 129.
[10] Bertagnolli L., Appunti sull’economia…, cit., pp. 51-54.
[11] Le definizioni di superficie a coltura intensiva ed a coltura estensiva sono tratte da Battisti C., Il Trentino. …, cit., p.39
[12] Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893, pp. 300-302, 312-314, 362.
[13] Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903 pp. 154-159, 412-415; Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15
[14] I dati sono tratti da Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von Dezember 1900 von der K.K. Statistischen Central Kommission, Wien, 1907. Nella rielaborazione dei dati si è tenuto conto anche dei comuni del mandamento di Mezzolombardo, ricadenti nel territorio dell’attuale Comprensorio C6.
[15] I dati dell’anno 1900* sono presi da Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von Dezember 1900 von der K.K. Statistischen Central Kommission
[16] Nel Gemeindelexikon questa voce era denominata superficie soggetta a imposta. Essa corrisponde alla superficie agricola totale dei censimenti italiani, cioè SAU, bosco, altro. La tassazione sui redditi dei terreni allora era molto importante per l’erario e per stabilire la classe di censo ai fini del diritto di voto.
[17] Il termine giardini (Gärten) identifica i piccoli appezzamenti attorno alle case in cui si coltivavano verdure e alberi da frutto. La loro estensione percentuale su tutta la valle era dello 0,06 % dell’intero territorio con un massimo dello 0,08 % nella fascia della Bassa Val di Non, uno 0,05 % nella Media e 0,04 % nell’Alta. Le percentuali riferite all’area coltivabile salivano rispettivamente al 0,31% dell’intera valle, ripartito in 0,40 % - 0,25% - e 0,19 % nelle tre fasce.
[18] Battisti C., Il Trentino. …, cit., p.81
[19] La superficie di alpe di Rumo nel 1890 era di 1.717 ettari che diventarono poi 1.365 nel 1900 passando ad improduttivo per la differenza di 370 ettari.
[20] Ruatti G., L'economia agraria …, cit., pp. 36, 37.
[21] Ruatti G., L'economia agraria …, cit., pp. 5 - 55.
[22] Naturalmente bisogna tenere in conto l'inferiore produttività per ettaro, e una diversa composizione percentuale delle varietà delle colture praticate.
[23] Zaninelli S., Un’agricoltura di montagna …, cit., pp.114, 115.
[24] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 15.
[25] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 15.
[26] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 15.
[27] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 15.
[28] I dati riguardanti i mandamenti di Fondo e Cles sulle produzioni medie di cereali del decennio 1880-1890 e quelli relativi all’anno 1910 del Bertagnolli (Bertagnolli L., Appunti sull'economia…, cit., p. 15) sono confermati dai dati riportati da Leonardi per il Trentino (Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico” del Trentino: 1866-1914, Temi, Trento, 1976, tavola 3, p. 28) che mettono in risalto con chiarezza l’aumento consistente delle produzioni medie di cereali che in 30 anni passarono da 9,7 a 14,3 quintali per ettaro.

PRODUZIONE MEDIA PER ETTARO DI CEREALI IN TRENTINO DAL 1875 AL 1912 (valori in quintali)

 

1875

1885

1891

Media 1895-99

Media 1908-12

Frumento

8,5

8,3

9,6

10,5

13,5

Segale

9,5

9

10,6

11,5

14,8

Orzo

9,7

8

8,1

8,5

12,2

Avena

5,8

5,8

6,2

10,3

12,1

Mais

10,8

12,3

13,5

12,4

15,5

Grano saraceno

6,8

3,1

6,8

6,2

12,6

[29] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 16
[30] Pinamonti G., La Naunia descritta al viaggiatore, Trento, Monauni, 1829
[31] Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., pp. 20-21
[32] Per la presentazione e l’approfondimento dati statistici forniti da Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg” del 1900 che riporta il numero di cavalli, bovini, ovini e suini si rimanda ad Appendice 1. I dati dei bovini e degli ovini del 1900 sostanzialmente sono gli stessi.
[33] K.K. Statistischen Central Kommission, Ergebnisse der Landwirtschaftlichen Betriebszählungen von 3.Juni 1902, Wien, 1908, 3. Heft., pp. 26-38; le situazioni nei singoli paesi variavano. Ad esempio un elenco per il sale dell’archivio comunale di Vervò del 1836 afferma che esistevano 119 buoi, 1 toro, 44 vacche, pecore 108, capre 279. In questo caso appare sostanziosa la presenza di buoi come animali da lavoro, bilanciata dal grande numero di capre per le esigenze alimentari della famiglia. Le proporzioni tra buoi e vacche da latte cambiarono a inizio secolo XX: dall'anagrafe del bestiame dello stesso comune del 10/12/1915 si legge che c’erano 68 vitelli, due tori sopra anno, 20 giovenche, 30 vacche pregne e 77 non pregne, 70 buoi.
[34] K.K. Statistischen Central Kommission, Ergebnisse der Landwirtschaftlichen …, cit., p.32
[35] “Generalmente le capre del Trentino sono mantenute dalle povere famiglie contadine, alle quali riescono d’un vero sollievo nella loro economia domestica”. Da Perini A., Statistica del Trentino. …, cit., p. 671
[36] Zaninelli S., Un’agricoltura di montagna …, cit., p. 44 e note 13, 14 p. 88.
[37] K.K. Statistischen Central Kommission Ergebnisse der Landwirtschaftlichen Betriebszählungen ..., cit., p. 28
[38] Dall’elaborazione dei dati del censimento del 1910 effettuata da Ruatti (Ruatti G., L’economia agraria nel Trentino…, cit., p.40) risultavano 9.493 cavalli, muli ed asini che rappresenterebbero un raddoppio rispetto ai dati del 1902 sopra ricordati.
[39] Cfr. Appendice 1 – “Considerazioni sui dati statistici della Val di Non contenuti nei Censimenti 1900 e 1910 della commissione statistica di Vienna”.
[40] Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico” …, cit., p. 77.
[41] Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico” …, cit., p. 47.
[42] Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico” …, cit., Tav. 11, p. 49.
[43] Statistica agricola – forestale compilata in base ai dati più recenti, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1893.
[44] Le condizioni agricole – forestali – economiche nel raggio d’azione del Consiglio provinciale d’Agricoltura, sezione di Trento, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1903.
[45] Leonardi A., Depressione e “risorgimento economico”…, cit., p. 79.
[46] Zaninelli S., Una agricoltura di montagna nell'Ottocento: il Trentino, Trento, Temi, 1978, p. 34, 35; Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice nell’agricoltura di montagna: il caso trentino, Trento, Temi, 1988, p.390; Ruatti G., L’economia agraria nel Trentino…, cit., p.26.
[47] K.K. Statistischen Central Kommission von Wien, Österreichische Statistik: Ergebnisse der Landwirtschaftlichen Betriebszählung vom 3 Juni 1902, Wien, 1908.
[48] Zaninelli S., Una agricoltura di montagna …, cit., p. 35; Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice …, cit., p.398.
[49] Sommario sulle condizioni agricole – forestali – economiche, in: “Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1904, pp.10-15.
[50] Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice …, cit., p.339. Gli appezzamenti da affittare appartenevano in prevalenza agli enti civili ed ecclesiastici, che cedevano le frammentate particelle in affitto pluriennale a piccoli proprietari non autonomi con le terre in loro possesso.
[51] Zaninelli S., Una agricoltura di montagna …, cit., pp. 36-37 – 38.
[52] Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice …, cit., p.391.
[53] K.K. Statistischen Central Kommission, Gemeindelexikon von Tirol und Vorarlberg auf Grund der Ergebnisse der Volkszählung von Dezember 1890, Wien, 1907.
[54] Per avere un quadro più completo della dinamica della popolazione nel tempo in Val di Non e nel Trentino vedi Appendice 5 – “Andamento demografico nel tempo”.
[55] "Da una carta rappresentante la varia distribuzione dei centri anauniesi, possiamo anche farci un'idea approssimativa della varia fertilità dei terreni della valle e vedere quali siano i più produttivi, quali i meno e quali le parti completamente improduttive o coperte da terreni boscosi e alpini, giacché alla parte più popolata corrisponde anche la più fertile e produttiva, ché, nella Val di Non, dove l'agricoltura è l'unica occupazione e mancano quasi completamente le industrie indipendenti dall'agricoltura, la densità della popolazione è in rapporto diretto colla fertilità del suolo.
La carta ci mostra che quasi tutti i villaggi e borghi più grossi si trovano su una zona centrale della valle, di estensione limitata in confronto dell'area complessiva dell'Anaunia, zona che si estende con una larghezza media di 5-6 Km. dalla Rocchetta verso Nord fino a Brez e Fondo, lungo la linea quasi retta formata dal Noce inferiore e dalla Novella che scorrono appunto nel mezzo di questa zona, la quale è realmente la più fertile e produttiva della valle, adatta alla coltivazione specialmente della vite e dei gelsi nella parte più meridionale e dei cereali e delle frutta nella parte più a Nord; e ciò perché questa zona è, oltre che la meno elevata dell'Anaunia (da 300 m. circa, sale verso N. fino agli 850 m. d'altitudine), anche la meno ripida e la meglio esposta essendo rivolta tutta a mezzogiorno. Da questa zona centrale la valle va innalzandosi a terrazze e a spianate tutto all'intorno, fino a raggiungere e spesso oltrepassare i 2000 m. d'altitudine nelle parti estreme e periferiche, per cui i centri e i terreni coltivati vanno diradando e diminuendo fin che cessano del tutto man mano che ci si alza allontanandosi dalla zona centrale sunnominata, conformemente alla legge generale che la popolazione come la vita animale e vegetale vanno diminuendo più che ci si innalza. (Bertagnolli L., Appunti sull'economia …, cit., p. 12).
[56] K.K. Statistischen Central Kommission, Österreichische Statistik: Die Ergebinisse der Volkszählung von 31. Dezember 1880, Wien, 1882.
[57]. K.K. Statistischen Central Kommission, Österreichische Statistik: Berufstatistik nach den Ergebnissen der Volkszählung von 31. Dezember 1910, Wien, 1916.
[58] Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice …, cit., p. 402.
[59] Giacomoni F., Proprietà diretto coltivatrice …, cit., p. 405.
[60] Il miglioramento della situazione economica nell’ultimo decennio del 1800 in Trentino è confermato da tutti gli studiosi; in particolare vedi Leonardi A., Depressione e”risorgimento economico” .., cit., pp. 69-80.
[61] Battisti C., Il Trentino. Scritti …, cit., 1923, p. 49.
[62] Franchini A., Tarón, gergo di emigranti di Val Rendena, Trento, 1984, 17-19.
[63] Bertagnolli L., Appunti sull’economia…, cit., pp. 56-57; Ruatti G., Lo sviluppo frutticolo Cles, …, cit., p. 20.
[64] Battisti C., Il Trentino. Scritti …, cit., p. 49.
[65] Bertagnolli L., Appunti sull’economia…, cit., pp. 56; Pisano A., Marri R., La Val di Non, cit., pp. 895, 899.
[66] A.A.V.V., Emigrazione memorie e realtà, a cura di Casimira Grandi, Provincia Autonoma di Trento, in “L’emigrazione veneta in Sud America attraverso le fonti consolari “, di Ciuffoletti Z., pp. 393-403, Trento, 1990
[67]A.A.V.V., Aspetti geografici del Trentino - Alto Adige Occidentale, 1974, vol. XI, pp. 43, 44.
[68] Guetti L., Statistica dell'emigrazione americana avvenuta nel Trentino dal 1870 in poi compilata da un curato di campagna, Trento, 1888.
[69] I dati sono stati rielaborati: dal decanato di Cles sono stati esclusi alcuni paesi della bassa Val di Sole e Proves; da quello di Fondo i paesi di lingua tedesca S. Felice, Lauregno e Senale, mentre al decanato di Taio sono stati aggiunti i paesi di Sporminore, Vigo d'Anaunia, Toss e Masi di Vigo, parte del decanato di Mezzolombardo.
[70] Leonardi A., L'economia di una regione alpina: le trasformazioni economiche negli ultimi due secoli nell'area trentino - tirolese, ITAS, Trento, 1996, p. 144.