la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 11

Storia della cooperazione in frutticoltura

11.1. - I primi cinquant’anni di cooperazione

11.1.1. - Società di smercio cumulativo di frutta trentina 1895 – 1906

11.1.2. - La cooperazione negli anni che seguirono

11.2. - L’opera della Federazione dei Consorzi Cooperativi 200

11.3. - Cooperazione di secondo grado

11.4. - Processo di aggregazione della cooperazione frutticola in Val di Non

11.5. - La Mela d’oro SCARL


11.1. - I primi cinquant’anni di cooperazione

La cooperazione nel Trentino vanta oltre 100 anni di vita. Essa, fin dall'origine, non fu soltanto la risposta del "povero" contadino contro l'usuraio sfruttatore, ma ebbe la capacità ed il merito di riunire le forze, anche le più piccole, per bilanciare il mutamento economico portato dalla rivoluzione industriale con la conseguente frammentazione sociale[1].

Benché all'epoca il Trentino e la Val di Non fossero territori prevalentemente agricolo forestali, gli effetti indotti dalle nuove logiche di mercato si fecero sentire pesantemente anche in queste aree montane. Si trattava di passare da un'economia agricola di sussistenza e di autoconsumo ad un'economia di produzioni qualificate per il mercato. Non bastava più "produrre per consumare", ma occorreva "produrre per vendere"[2].

Ciò comportava in primo luogo maggiori capacità imprenditoriali e conoscenze professionali e, in secondo luogo, possibilità di ottenere credito per il finanziamento delle innovazioni necessarie.

Alla formazione, come ampiamente descritto nei capitoli precedenti, fecero fronte soprattutto la Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d'Agricoltura (istituita nel 1881) con le sue filiali decentrate sul territorio, i Consorzi Distrettuali, e i tecnici delle "Cattedre ambulanti" dell'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige.

Questi esperti agricoli, esponevano ai contadini le più moderne tecniche agricole e li incitavano ad unirsi per far fronte alle nuove richieste del mercato.

Così nacquero i primi Consorzi Agrari Distrettuali, strutture pubblico-private di aiuto all'agricoltura, decentrati sul territorio. In Val di Non ve n'erano due con sede a Cles e Fondo. Qui i contadini potevano riunirsi, discutere dei loro problemi ed avere aiuto e consulenza.

Il governo austro-ungarico, con la legge sui consorzi economici del 1873, diede grande impulso alla nascita e allo sviluppo delle forme cooperative. Esse erano prevalentemente mutuate dal modello Raiffeisen (1818-1888), il borgomastro renano che in Germania aveva lanciato la positiva esperienza della cooperazione rurale con il motto "eine für alles, alles für eine"[3].

Nel Trentino la cooperazione prese avvio soprattutto per merito di don Lorenzo Guetti (1847-1898) che ideò il modello cooperativo integrale, di primo e di secondo grado, con la "Federazione delle Casse Rurali e dei Sodalizi Cooperativi della parte italiana della provincia" (poi Federazione dei Consorzi Cooperativi con primo presidente lo stesso don Guetti) (1895), al centro di un sistema fatto di cooperative di consumo, casse rurali, cooperative agricole e consorzi elettrici. Anche in Val di Non don Silvio Lorenzoni di Brez e l'ing. Emanuele Lanzerotti di Romeno furono tra i pionieri del sistema cooperativo che interessò ogni settore dell'economia locale[4].

La frutticoltura non era ancora molto sviluppata e il tipo di economia prevalente era quello agricolo zootecnico, privilegiando quindi le coltivazioni di piante alimentari e le prative anche di monte. Altre colture importanti erano la gelsi-bachicoltura e la viticoltura, che in alcune zone rappresentavano un cespite d'entrata molto importante. Legata alla viticoltura e alla lavorazione del vino si ebbero le prime esperienze di tipo cooperativo in ambito agricolo della Val di Non: a Tassullo fu fondata una delle prime Cantine sociali del Trentino cui si aggiunsero quelle di Revò, Portolo, Rallo e Pavillo.

Come riportato nel capitolo 2, il 4 febbraio 1899 i membri del Consorzio agrario di Cles lanciarono l'idea di realizzare una "Società per lo Smercio cumulativo della frutta”. Gli agricoltori convenuti per discutere la proposta optarono per una società a base cooperativa.

Anche la Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d'Agricoltura sotto la presidenza del cav. Massimiliano de Mersi, alla presenza di don Lorenzo Guetti, nella seduta del 21 marzo 1889[5], aveva discusso una relazione del cav. Antonio Pizzini sulla "istituzione di un'agenzia allo scopo di facilitare e procurare, lo smercio delle frutta" e "sull'organizzazione di piccole esposizioni locali di frutticoltura nelle singole vallate a scopo esclusivamente istruttivo, con riguardo particolarmente alla retta denominazione, scelta delle varietà, modo di raccolta e sistema di imballaggio".

In quella stessa seduta della Sezione di Trento del Consiglio provinciale di Agricoltura si discusse anche della possibilità di "promuovere una più proficua utilizzazione delle frutta che rimangono invendute mediante introduzione e applicazione di essiccatoi, fabbricazione del sidro e altre industrie".

Per iniziare l'attività di consulenza fu istituito un "Ufficio Informazioni" di promozione e sostegno al commercio della frutta con il compito "di rivolgere l'attenzione dei negozianti e dei consumatori forestieri sulla produzione nostra, raccogliendo, a tempo opportuno, dati sui raccolti in genere sperabili, sui luoghi di smercio e di produzione, sui producenti, sulle specie e varietà della frutta, quantità rispettiva, tempo di raccolta pubblicando eventualmente relazioni analoghe in giornali a ciò appropriati".

Come si vede, alla fine del diciannovesimo secolo, nel Trentino e nella Val di Non in particolare, ci si ponevano i problemi della moderna commercializzazione: l'individuazione delle varietà da coltivare, la qualità delle produzioni, la standardizzazione dei metodi di raccolta e imballaggio.

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11.1.1. - Società di smercio cumulativo di frutta trentina 1895 – 1906

Sono interessanti le vicende della “Società di smercio cumulativo di frutta trentina” sorta nel 1895. Ci si era resi conto che gli sforzi fatti per migliorare la qualità e diffondere le nuove tecniche agricole tramite le "Cattedre ambulanti" dell'Istituto Agrario di S. Michele e per promuovere lo smercio della frutta per mezzo di Agenzie informative e di esposizioni non bastavano.

Nell’"adunanza" generale dei frutticoltori della Sezione di Trento del Consiglio provinciale d'Agricoltura del 7 maggio 1895[6], presenti oltre quaranta rappresentanti, tra i quali Leopoldo Lorenzoni di Tassullo, sempre il cav. Antonio de Pizzini sollevò con forza il problema della cooperazione tra produttori per saltare l'intermediazione dei "compratori girovaghi".

"Il guadagno derivabile da un'agenzia [di produttori] dovrebbe tornare a vantaggio dei producenti se i numerosi Consorzi prendessero loro stessi la cosa in mano direttamente o mediante idoneo personale formando centri ove si possa effettuare l'esportazione segnatamente di frutta fine e industriale".

"… l'esperienza e le cifre ci dimostrano" - affermava con forza il cav. Pizzini - "che con tutto il nostro materiale in qualità ragguardevole e in gran parte di una provata bontà e bellezza, superiore a quella di qualche altra regione per il magnifico colore di certe varietà da tavola, noi siamo ancora ben lontani dall'ottenere un profitto corrispondente alle cure avute e ai sacrifici fatti per migliorare la nostra frutticoltura".

La via del miglioramento passava appunto attraverso la concentrazione dell'offerta per portare i prodotti anche sui mercati più lontani tenendo conto che “un nuovo orizzonte sta per aprirsi nelle nostre valli colle ferrovie che le metteranno in relazione intima col centro e coll'arteria principale che passa per esso”.

Nella primavera del 1895 venne così approntato lo "statuto per la società di smercio cumulativo di frutta trentina" e, dopo ampio dibattito, si scelse la forma cooperativa di "società registrata a garanzia limitata".

La quota di compartecipazione minima fu fissata in 300 corone che, anche se doveva essere versata in 10 anni, era in quel tempo cifra tutt'altro che modesta se pensiamo che per diventare socio della Cassa Rurale e di una Famiglia Cooperativa si pagavano poche corone.

Anche se le prime esperienze non furono particolarmente incoraggianti, a causa della difficoltà di gestione per le produzioni molto incostanti, dovute al maltempo, l'idea della cooperazione frutticola cominciò a fare breccia gradualmente nella cultura locale.

"L'esperienza fatta nelle istituzioni di società di esportazione frutta con magazzini - si legge in un verbale della Consulta per lo Sviluppo della Cooperazione rurale del 21 marzo 1910[7] - insegna che bisogna fare le cose con molta prudenza e circospezione se non si vuole che l'impresa finisca disastrosamente. Le difficoltà principali, contro le quali devono combattere le società esportazione frutta, consistono anzitutto nel fatto che esse hanno da fare i conti con molti anni completamente privi di produzione, mentre in generale, negli anni di abbondanza, il prezzo della frutta è molto basso".

La “Società di smercio cumulativo di frutta trentina” accusò infatti il peso delle prime esperienze di impatto con il mercato e, pur di fare fatturato a tutti i costi, si buttò sull'acquisto e la vendita di frutta che superò largamente quella conferita dai soci.

In particolare, trascurando le mele e le pere, si diede alla commercializzazione delle castagne forse perché all'epoca più facilmente conservabili.

Nel 1896 su una massa di 149.412 kg di prodotto commercializzato dalla società, solo 52.515 kg erano mele, di cui meno della metà conferite dai soci.

Come si vede erano quantità irrisorie per sostenere il bilancio della società che si chiuse con una perdita, colmata con la diminuzione del capitale sociale pari a 2.648 fiorini.

Nel frattempo la Banca Cooperativa, che era di matrice diversa dal sistema delle Casse Rurali Raiffeisen, aveva erogato notevoli finanziamenti alla società che dovevano essere restituiti.

Si aggiunga, poi, che i vincoli statutari lasciavano abbastanza libero il socio di conferire o meno la propria produzione e permettevano alla società di acquistare sul mercato anche prodotti di non soci: tutto ciò non favoriva di certo la crescita della responsabilità cooperativa.

In queste condizioni, nel 1906, si dovette procedere allo scioglimento della cooperativa, poiché i frutticoltori intanto avevano trovato altre proficue strade per la commercializzazione dei loro prodotti. Nel verbale della società del 14 agosto 1906 si legge: "Il rallegrante sviluppo preso dall'esportazione di frutta da parte di ditte private della città di Trento e la viva richiesta rivolta ai prodotti della frutticoltura della Val di Non e della Valsugana da compratori di qui e forestieri che vi ricorrono da parecchi anni, rendono evidente che il voler mantenere in piedi un Consorzio, che se nei suoi primi anni contribuì a far conoscere la nostra produzione, non ha ora più ragione di essere, si risolverebbe in un inutile spreco di energie e denari, perché il commercio delle frutta si svolge da sé con buoni proventi pei produttori ed è divenuto uno dei principali elementi della pubblica produzione e della pubblica ricchezza".

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11.1.2. - La cooperazione negli anni che seguirono

Il richiamo ad un più forte spirito cooperativo è contenuto anche in un articolo di fondo del Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio provinciale d'Agricoltura del 1 marzo 1912[8] che diceva tra l'altro: "abbiamo le associazioni ma è scarso il vero spirito d'associazione. A che pro fondare associazioni tra agricoltori, siano mutue di bestiame, società d'allevamento, caseifici, cooperative, ecc., se poi da parte di tutti i soci non si fa il possibile per coltivare lo spirito e la fede associazionistica, per partecipare alla vita di queste istituzioni, interessandosi a ogni dettaglio del loro funzionamento e procurando di intenderlo bene, leggendo e studiandone con attenzione i bilanci, sforzandosi di entrare, dirò così, nell'animo, nello spirito della associazione per farle dare tutti i vantaggi di cui è suscettibile? A che pro, ripeto, fare delle associazioni, quando mancano i veri soci? E che i veri cooperatori siano poco numerosi nelle nostre campagne, nessuno che ne abbia conoscenza solleverà il minimo dubbio. Sì, purtroppo, non pochi tra i nostri contadini sono ancor lungi dall'essersi formata quella che si dice una coscienza della solidarietà cooperativa integra e sana".

Gli anni successivi furono molto difficili per l'economia trentina che, in parte come conseguenza della guerra e della successiva annessione all'Italia, si vide chiudere i mercati di esportazione tradizionali verso l’Europa settentrionale.

Con l'avvento del fascismo la cooperazione trentina perse la sua autonomia a fu assoggettata al regime. La Federazione dei Consorzi Cooperativi venne trasformata in Federazione delle Casse Rurali e assunse le attribuzioni di Ente di zona dell’Ente Nazionale Casse Rurali, mentre tutti gli altri settori di società cooperative fecero capo alla Segreteria Provinciale dell’Ente nazionale della cooperazione[9]. Anche se l'attività di promozione dell’agricoltura e della frutticoltura continuò, ad esempio, coinvolgendo i maestri delle scuole rurali con lezioni per lo studio dell’ambiente locale ed orti scolastici, non si ha notizia di particolari iniziative cooperative in questo periodo. Ci si limitava a inviare le frutta trentine a alcune esposizioni con la soddisfazione di conquistare qualche prestigioso riconoscimento alla qualità.

Negli anni trenta, i pesanti riflessi della crisi economica mondiale, portarono alla liquidazione della Banca del Trentino - Alto Adige che determinò il tracollo dell'economia trentina. Per fortuna, il sistema delle Casse Rurali nel suo complesso resistette alla bufera.

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11.2. - L’opera della Federazione dei Consorzi Cooperativi

Finita la seconda guerra mondiale, nel 1945 fu ricostruita la Federazione dei Consorzi Cooperativi favorita anche dall’istituzione nel 1948 della Regione Autonoma Trentino – Alto Adige, con facoltà primaria di legislazione in materia di sviluppo della cooperazione e vigilanza sulle cooperative. Le Casse Rurali furono pronte a collaborare alla rinascita economica finanziando i nuovi impianti di produzione di frutta e le società cooperative per la gestione dei magazzini che sorgevano nei vari paesi.

In particolare fu sostenuta la coltivazione della "Renetta del Canada della Val di Non" che sul mercato francese e di Roma era particolarmente apprezzata. È questa la varietà di mele che, per prima, fu identificata con un "bollino" di garanzia per farla riconoscere ai consumatori.

Grande impulso alla frutticoltura della Val di Non fu data dagli assessorati all'agricoltura della Regione prima e della Provincia Autonoma di Trento poi facendo leva sulla cooperazione. Anche la Camera di Commercio promosse importanti indagini che avevano come obiettivo finale il potenziamento del settore frutticolo e la riorganizzazione delle relative strutture.

Le società cooperative agricole sorte o presenti in questo periodo per lo più erano associate alla Federazione dei Consorzi Cooperativi che forniva loro assistenza normativa e gestionale. Alla Federazione era delegato, secondo l’articolo 17 della L.R. 29/1/1954 n. 7, l’importante ruolo istituzionale di revisione del bilancio delle cooperative associate. Tale attività veniva svolta ogni due anni e consisteva nella redazione di una relazione revisionale che attestava la corretta tenuta della contabilità e l’equilibrio finanziario della gestione e forniva assistenza e consiglio agli organi della cooperativa per il raggiungimento degli scopi statutari e mutualistici e per la rimozione di eventuali irregolarità rilevate dalla revisione[10]. Fino a quando furono presenti cooperative agricole di piccole dimensioni l’opera della Federazione fu preziosa e permise una gestione corretta della contabilità con personale locale non specializzato.

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11.3. - Cooperazione di secondo grado

Dalla metà degli anni sessanta in poi la concorrenza sul mercato europeo della frutta in generale e delle mele in particolare si intensificò notevolmente. Entrarono a far parte dei concorrenti europei sia la Francia che l'Olanda; anche il mercato tedesco, che era stato di solito il più aperto alla nostra esportazione, oppose una certa resistenza a causa di un’abbondante produzione locale di mele.

Gli amministratori dei singoli magazzini cooperativi sentirono l'esigenza di costituire nuove strutture di secondo grado, che, in base alle direttive comunitarie, fungevano da Associazioni di produttori. Nel 1969 prese vita a livello provinciale il Con.Co.Pr.A.[11] (Consorzio Provinciale Cooperative Agricole) che sostituì e ampliò le competenze del preesistente Consorzio delle Cooperative Produttori agricoli della Provincia di Trento sorto nel 1949 e a cui aderì la gran parte delle cooperative della Val di Non[12]. Esso aveva come scopo la promozione delle campagne pubblicitarie sia in Italia che all’estero, la ricerca di nuovi mercati e lo studio tecnico delle fasi e dei momenti di vendita. Le finalità a cui si ispirava tale società cooperativa erano il miglioramento, la programmazione e la difesa della produzione ortofrutticola in genere, il potenziamento delle vendite, lo svolgimento di azioni pubblicitarie e promozionali, l’offerta di assistenza tecnica ai singoli soci e agli Enti Consorziali.

Nel 1971 si costituì il P.O.A. (Produttori Ortofrutticoli Associati) con lo scopo di coordinare l’attività dei coltivatori associati e nel 1975 nacque l’A.P.O. (Associazione Produttori Ortofrutticoli) costituita da alcuni consorzi che per contrasti interni uscirono dalla prima associazione. Nonostante questa evoluzione organizzativa, ogni cooperativa rimase sostanzialmente autonoma, seguendo, di volta in volta, le direttive date dal responsabile commerciale e dal Consiglio di Amministrazione. Le direttive delle cooperative di secondo grado avevano poca influenza sulle decisioni delle singole unità, vista la scarsa coesione reciproca e la difficoltà di realizzare un vero coordinamento tra le cooperative di primo grado che tenesse conto delle esigenze specifiche delle singole realtà locali pur mantenendo un’ottica che comprendesse tutto il Trentino. Il risultato fu il proseguimento della pratica commerciale antireddituale già esistente prima della ristrutturazione organizzativa, con gelosie e invidie scatenate dalla diversità di successo commerciale ottenuto dagli agricoltori delle varie località di produzione[13].

Nel 1978 Con.Co.Pr.A. e P.O.A. si diedero un’organizzazione comune cercando di portare avanti una politica unitaria. Come accennato in precedenza, ciò diede vita alla prima vera campagna pubblicitaria a livello nazionale con lo slogan “Io mela mangio, e tu? Mele del Trentino”. Il risultato fu soddisfacente per la notorietà raggiunta, ma non risolveva la questione di una vera integrazione commerciale: serviva un nuovo passo della cooperazione.

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11.4. - Processo di aggregazione della cooperazione frutticola in Val di Non

Per superare i problemi della concorrenza di mercato ed essere più incisivi ed avere maggiore forza contrattuale con la grande distribuzione, il 24 ottobre del 1989 venne costituito da tredici cooperative frutticole (tutte aderenti al Con.Co.Pr.A.) il “Consorzio per la valorizzazione delle mele Val di Non”. Questo aveva come compiti istituzionali la disciplina unitaria delle politiche commerciali adottate dai consorziati relativamente alla produzione e al commercio delle mele raccolte e alla promozione, tutela e garanzia della qualità, della natura, dell’origine e del confezionamento delle mele prodotte dai soci.

Alla realizzazione degli scopi statutari era delegata l’assemblea dei responsabili commerciali che stabiliva le politiche commerciali comuni, esaminava e sceglieva i contratti pubblicitari, stabiliva le modalità tecniche nell’uso del marchio e approfondiva le norme di confezionamento da sottoporre per approvazione all’assemblea dei legali rappresentanti (presidenti delle cooperative). Inizialmente vi furono delle difficoltà notevoli. Ogni singolo responsabile commerciale dovette rinunciare al proprio marchio, limitare la propria autonomia e cominciare a ragionare anche con la testa degli altri. Oltre all’attività di gestione del “proprio” consorzio ogni responsabile ricevette un preciso incarico. Il ruolo assunto non si doveva intendere come definitivo, ma soggetto a una continua rotazione in modo da evitare delle prese di potere di qualcuno. Nel 1989 vennero costituiti i comitati (composti di tre direttori) allo scopo di far fronte unitariamente alla vendita di una parte specifica di prodotto (la frutta meno richiesta, prodotto industriale, mele verdi, …) che se venduta individualmente non garantiva alcun profitto. L’attività dei comitati permetteva la vendita unitaria del 30% del prodotto totale. Il restante 70% rimase quindi gestibile dal singolo responsabile commerciale[14]. Nel 1994 venne istituito un comitato per i prezzi del mercato interno, il quale stabiliva ogni settimana il prezzo di vendita di tutte le cooperative associate in base ad un programma di vendita e al quantitativo di merce collocata la settimana precedente. L’azione di questo comitato permise la vendita della produzione di tutte le cooperative allo stesso prezzo sullo stesso mercato ed allo stesso acquirente.

Già qualche anno prima della creazione del consorzio per la valorizzazione delle mele Val di Non i direttori di alcune cooperative ortofrutticole della zona si trovavano per stabilire politiche comuni. Tali incontri erano però informali e la messa in pratica delle decisioni era lasciata alla coerenza e correttezza dei partecipanti, non esistevano mezzi o strumenti impositivi o punitivi codificati.

La realizzazione completa di tale progetto avvenne nel 1990 quando tutte le cooperative si associarono al Consorzio anche se nell’anno successivo il Consorzio Frutticoltori Cles uscì dalla società.

Nel 1989, tra i soci del Consorzio per la valorizzazione delle mele Val di Non venne creata una società a responsabilità limitata per la gestione del marchio comune “Melinda”.

L’evoluzione organizzativa che portò alla costituzione del “Consorzio per il miglioramento delle Mele Val di Non” non fu esente da critiche e da resistenze sia interne che esterne all’organizzazione che facevano capo ai responsabili commerciali, ai soci amministratori ed agli amministratori provinciali, commercianti e operatori del settore.

Le resistenze dei singoli direttori, che di fatto erano anche i promotori dell’iniziativa, erano da ricercare nella diminuzione del livello di autonomia decisionale, nella rinuncia al marchio del singolo consorzio che rendeva difficile l’identificazione del lavoro svolto dal direttore stesso, nel mettere a disposizione di tutti i dati in quanto potevano essere oggetto di strategie particolari ma anche prova di minore capacità professionale[15].

I soci amministratori subirono la riduzione del loro potere di comando in quanto molte scelte relative ai metodi di lavorazione del prodotto, precedentemente di competenza dei singoli consigli d’amministrazione, vennero prese dall’assemblea di settore su indicazione dell’organo commerciale.

Il Consorzio Frutticoltori Cles non aderì alla “Commerciale Melinda S.r.l.” con 231 contrari su 268 votanti e 368 soci totali e, come conseguenza, uscì dal “Consorzio di valorizzazione mele Val di Non” rinunciando al marchio “Melinda” per la commercializzazione del proprio prodotto[16]. La fiducia nelle capacità gestionali del proprio direttore e la notorietà già acquisita del marchio consorziale “la mela d’oro” portarono alla loro uscita dal consorzio Melinda che limitava notevolmente l’autonomia della cooperativa. Nella relazione del Consiglio di Amministrazione al bilancio di chiusura al 31 luglio 1992[17] gli amministratori della cooperativa clesiana misero in evidenza i buoni risultati conseguiti con il marchio “la mela d’oro” e come la superiore qualità delle mele prodotte dai soci (rispetto a quelle del resto della Val di Non) fosse la strada da seguire in presenza di mercati sempre più competitivi. Gli amministratori sottolinearono: “L’impostazione di politiche commerciali con la centralizzazione del potere decisionale e programmatico di Melinda, che il Consorzio Frutticoltori di Cles ha rifiutato, è penalizzante per chi opera ricercando il meglio nel proprio prodotto. La difesa e la tutela di questo lavoro ci impedisce di accettare le scelte del Consorzio Melinda, assomigliante sempre più al governo economico sovietizzato dove si tentava di pianificare qualsiasi cosa, i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Nel 1995 il C.F.C. aderì al Centro Operativo Melinda, accettando quelle regole che solo due anni prima erano state definite ingombranti e condizionanti, mosso soprattutto dall’opportunità di commercializzare il proprio prodotto con il marchio Melinda diventato trainante. Il commento degli amministratori al bilancio 31 luglio 1996[18] fu: “L’adesione al Centro Operativo Melinda ha portato i suoi frutti, perché solo insieme si potrà raggiungere determinati obiettivi”. Altro esempio di disunione fu senz'altro il caso di Tuenno. Quando ormai in tutta la valle per ogni comune o zona agricola era presente un'unica struttura di grandi dimensioni a Tuenno erano presenti due realtà cooperative, la F.A.T. costituita da una quarantina di frutticoltori e la Co.F.Co. (250 soci). La fusione di queste due cooperative avvenne solamente il 10 dicembre del 1993 quando la Provincia Autonoma di Trento congelò tutti i finanziamenti per l'ormai necessario ampliamento dei magazzini e subordinò anche i contributi per il rinnovo ed il completamento dell'impianto irriguo alla unificazione delle due strutture cooperative[19].

Fra le resistenze esterne è da annoverare quella degli amministratori provinciali che temevano la costituzione di un’associazione forte al solo scopo di essere indipendenti dalle associazioni a livello provinciale (l’iniziativa delle cooperative frutticole nonese andava contro la politica provinciale di sostegno alla frutticoltura trentina nel suo insieme: “Melinda” era un marchio che si contrapponeva al logo unificante “Mele del Trentino”), ed argomentavano che non fosse tenuta nel giusto conto la realtà eterogenea della provincia. In secondo luogo le resistenze vennero dai commercianti che, vedendosi costretti ad acquistare l’intero prodotto marchiato Melinda, temevano di venir meno alla differenziazione di prodotto che i marchi dei singoli consorzi garantivano. Il cliente doveva rivolgersi non più al magazzino di fiducia, ma a quello indicato dal comitato incaricato di vendere il tipo di merce richiesta[20].

Nel 1992 Con.Co.Pr.A. e P.O.A. si unirono dando vita ad un’unica associazione provinciale l’A.P.O.T.[21] (Associazione Produttori Ortofrutticoli Trentini) con 10.000 produttori riuniti in 37 cooperative e 150 soci singoli. Essa era strutturata in quattro poli operativi, Melinda, La Trentina, produttori singoli e piccoli frutti e ortaggi. Ogni polo svolgeva in maniera autonoma alcune delle funzioni dell’associazione quali ad esempio quella promozionale, quella organizzativa, e commerciale, quella di acquisizione dei beni e servizi utili ai soci.

La creazione dei centri operativi nacque dalla comprensione che esistevano delle realtà diverse nell’ambito delle produzioni ortofrutticole trentine ritenendo che fosse opportuno tenere conto di queste esigenze particolari. I fini dell’associazione erano, e sono, quelli di potenziare e valorizzare la produzione ortofrutticola nel quadro degli orientamenti generali dell’economia nazionale e quelli della politica agricola della Comunità Europea, di migliorare la qualità del prodotto e di disciplinare gli investimenti colturali. Essa aveva una funzione di coordinamento delle diverse esperienze prodotte dai centri operativi e permetteva un costante collegamento dei quattro poli con le diverse istituzioni regionali, nazionali e comunitarie (E.S.A.T., Istituto Agrario di S. Michele all’Adige, Provincia Autonoma di Trento, U.E., A.I.M.A., Unioni Nazionali).

Il polo operativo Melinda costituiva la realtà di maggior rilievo all’interno dell’A.P.O.T.: esso comprendeva 4.500 agricoltori della Val di Non tutti riuniti in cooperative e rappresentava il 60% dell’intero fatturato dell’associazione.

Nel 1997 l’A.P.O.T. subì un’ulteriore trasformazione. I quattro poli operativi vennero riconosciuti a livello europeo come Organizzazioni di produttori (O.P.) secondo il Regolamento Comunitario 2200/96, e nel 1999 l'Associazione dei Produttori Ortofrutticoli Trentini (A.P.O.T.) divenne un consorzio di terzo grado, un’Associazione di Organizzazioni dei Produttori[22] con funzioni diverse: gestire i rapporti con interlocutori pubblici e privati, studiare l'evoluzione del mercato, realizzare attività e progetti che coinvolgono tutto il settore ortofrutticolo, occuparsi degli aspetti ambientali e salutistici (l'A.P.O.T. controlla l'effettivo utilizzo delle tecniche colturali legate alla produzione integrata e si occupa del miglioramento continuo di tali sistemi), collegarsi con altre realtà produttive italiane, europee ed internazionali. L'A.P.O.T. svolge inoltre ruoli di rappresentanza e di coordinamento degli interessi comuni delle Organizzazioni dei produttori, si aggiorna continuamente sui progetti comunitari e nazionali riguardanti il settore, seguendo ogni novità e opportunità legislativa, ricercando le migliori soluzioni in materia di assistenza tecnica e innovazione, migliorando i protocolli di autodisciplina. I quattro grandi consorzi sono gli interlocutori unici del mercato per l'intera produzione ortofrutticola cooperativa trentina.

La trasformazione fu radicale in quanto il Consorzio Melinda aveva come compiti istituzionali la realizzazione di tutte le attività di commercializzazione e di promozione delle cooperative partecipanti. Le singole cooperative, che fino ad allora gestivano autonomamente le contrattazioni e la vendita del prodotto, ora svolgono l'azione di centri di raccolta conservazione e trasformazione del prodotto e sono direttamente coordinate dal Consorzio.

Questi cambiamenti sostanziali trovano nella base dei soci delle resistenze conservatrici e timori. Si avverte che la struttura centralizzata lascia uno spazio minore per un’azione incisiva del singolo socio che soffre di un sentimento di espropriazione; viene a mancare lo stimolo della competizione con le cooperative viciniori, sorgono timori che i sistemi di valutazione della qualità della merce consegnata siano poco oggettivi e che non tengano nel dovuto conto la valorizzazione delle mele provenienti dalle zone più alte. In sintesi, l’ottica manageriale sulla quale è impostata la struttura del Sistema Melinda fa temere ad alcuni soci che si stiano perdendo i valori cooperativi, cioè che i responsabili commerciali scavalchino gli apparati sociali nei processi decisionali. Queste preoccupazioni si manifestano soprattutto quando sorgono delle difficoltà di mercato. Anche se la struttura cooperativa tradizionale impone dei vincoli nei vari passaggi per giungere a decisioni snelle e tempestive richieste dal mercato globale, tuttavia la strada tracciata prosegue e la maggioranza dei soci si sente orgogliosa del proprio marchio.

Negli ultimi mesi si stanno valutando alcune ipotesi di trasformazione della struttura organizzativa del Consorzio Melinda. La necessità di dare risposte pronte e veloci agli interlocutori del mercato impone una struttura snella. Secondo il presidente di Melinda Ghirardini: “serve una regia forte in termini di leadership e di modello organizzativo […]. I tempi sono ora maturi e ancora una volta Melinda sarà pronta a cogliere la sfida mettendo in campo le forze migliori”[23].Ci si è resi conto che l’ambiente competitivo in continua e rapida evoluzione richiede delle decisioni immediate non raggiungibili attraverso un iter decisionale che coinvolge un numero troppo elevato di persone (i presidenti e i direttori delle singole cooperative dopo essersi consultati con i propri consigli d’amministrazione) e che spesso non permette un’esatta definizione delle responsabilità all’interno dell’organigramma dell’azienda. Si sta valutando la possibilità di una commercializzazione affidata a un gruppo ristretto di persone esperte del settore e conoscitrici del mercato (amministratori delegati). Questo modello organizzativo pone però il problema del controllo dell’operato degli amministratori in quanto la compagine sociale estremamente frazionata potrebbe trovarsi nell’impossibilità di effettuare delle verifiche.

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11.5. - La Mela d’oro SCARL

All’interno delle realtà di cooperazione in frutticoltura è da ricordare un'altra iniziativa cooperativa della Val di Non che è nata recentemente, cercando una via autonoma rispetto al restante movimento cooperativo. Il 24 agosto del 1988 è stata fondata una cooperativa frutticola con ragione sociale "La mela d'oro S.C.a.r.l." avente sede sociale a Ton. Era composta inizialmente da diciannove soci di dimensioni medio-grosse (30.000/35.000 quintali di produzione media e area coltivata di 100 ettari). Per la conservazione e la lavorazione del prodotto dei soci fu acquistato un edificio situato a Mezzolombardo. Questa società aveva dei fondamenti nettamente diversi dalle altre società cooperative della valle. Anzitutto non era necessaria l'appartenenza geografica alla Val di Non, ma potevano partecipare alla cooperativa tutte le aziende frutticole con produzioni di collina o montagna nell'ambito del Trentino. La merce conferita doveva essere prodotta, comunque, secondo i protocolli d'intesa per la produzione integrata. La cooperativa si faceva carico e ritirava solamente la merce di qualità dei soci ed inoltre commercializzava la frutta biologica di alcuni di essi. La strategia commerciale si basava su degli accordi stipulati con alcune catene distributive nazionali alle quali veniva venduta tutta la merce confezionata e sulla quale erano stati effettuati dei controlli da parte delle catene stesse. L'immagine veniva sviluppata e promossa in ogni singola azienda in rapporto all’ambiente di origine e al turismo.

Nel 1997 (anno della gelata primaverile) la produzione della "Mela d'Oro S.C.a.r.l." fu venduta alla Co.Ce.A. di Segno. Ciò permise al consorzio Melinda di incrementare il prodotto conferito e quindi di poter soddisfare i propri clienti in un momento difficile e permise a Mela d'Oro di ottenere un risultato che non sarebbe stata in grado di ottenere da sola.

Nel 1998 la produzione della società venne conferita alla Cooperativa Alta Val di Non e commercializzata con il marchio Melinda. La cooperativa Mela d'Oro pagò 100 lire al chilogrammo di merce conferita per l'uso del marchio Melinda.

Per gli anni successivi sono state stipulate delle convenzioni con le società C.O.L. di Sporminore, Co.B.A. di Denno e U.F.C. di Coredo per consentire il conferimento della produzione nei loro magazzini ai soci di Meladoro ubicati nei pressi.

Per quanto riguarda la struttura di Mezzolombardo, le celle frigorifere sono state messe a disposizione di altre cooperative in momenti di carenza di capacità produttiva.


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Note:
[1] Imperadori L., La storia della cooperazione frutticola, in: "Denominazione di Origine Protetta, mele Val di Non.", Melinda S.C.A.R.L., 2000, p. 1.
[2] Imperadori L., La storia della cooperazione frutticola, cit., p. 1.
[3] Imperadori L., La storia della cooperazione frutticola, cit., p. 2.
[4] Imperadori L., La storia della cooperazione frutticola, cit., p. 2.
[5] Relazione del cav. Pizzini sui conchiusi del Comitato nominato per istituire e proporre i mezzi adatti a favorire l'incremento del commercio delle frutta, in "Bollettino della sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, n. 3, marzo 1889, p. 60.
[6] Bollettino della sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo, dei Consorzi agrari distrettuali e dell'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele, n. 5, maggio 1895.
[7] Citazione tratta da: Imperadori L., La storia della cooperazione frutticola, cit., p. 2.
[8] Bollettino della Sezione di Trento del Consiglio Provinciale d’Agricoltura pel Tirolo“, 1912.
[9] Leonardelli C., Cooperazione, Federazione dei Consorzi Cooperativi (a cura di), Trento, 1979, p. 28
[10] Leonardelli C., Cooperazione, Federazione Consorzi Cooperativi (a cura di), Trento, 1979, pp. 107, 108.
[11] Le cooperative di secondo grado furono istituite in base al Regolamento CEE n. 1035.
[12] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative agro-alimentari: il caso Val di Non, relatore: prof. Molteni M., Tesi di Laurea, a. acc.: 1994-95, p.22.
[13] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., p.22.
[14] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., pp.30-31.
[15] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., pp.35-36.
[16] Relazione Revisionale al Bilancio 31 luglio 1991 della società CFC di Cles, dicembre 1991.
[17] C.F.C. di Cles, Relazione del consiglio di amministrazione al bilancio di chiusura al 31 luglio 1992, in: Verbale n. 47 del 12 settembre 1992.
[18] C.F.C. di Cles, Relazione del consiglio di amministrazione al bilancio di chiusura al 31 luglio 1996, in: Verbale n. 47 del 14 settembre 1996.
[19] Smadelli G., Consolidate le divisioni, in: "La Cooperazione trentina", n. 11, 1992, p.38.
[20] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., p.35.
[21] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., pp.38-42.
[22] Provincia Autonoma di Trento, Rapporto Agricoltura 2000, 2000, pp. 78-79.
[23] Ghirardini G., È necessario realizzare e far funzionare le sale di lavorazione, in: “Melinda Val di Non”, scheda n.15, dicembre 2001, p. 1, 2.