la frutticoltura nell'economia agricola
della Val di Non

Indice Premessa Capitoli: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13
Conclusione Appendici: 1 2 3 4 5 6 7 Allegati Bibliografia

Capitolo 10

I magazzini e la commercializzazione della frutta in Val di Non: da inIziative locali ad attività complessa e accentrata.

10.1. - Fase artigianale

10.2. - Fase di consolidamento

10.2.1. - Accentramento e diminuzione del numero di magazzini

10.2.2. - I nuovi magazzini intercomunali

10.2.3. - Conseguenze dell'ampliamento del raggio di azione dei magazzini182

10.3. - Fase di integrazione184

10.3.1. - Consorzio Valorizzazione delle Mele della Val di Non

10.3.2. - Consorzio Melinda S.C.A.R.L.


La frutticoltura, che nella prima metà del secolo ventesimo interessava principalmente la zona di Cles, Nanno, Tassullo e Tuenno, quella di Cagnò, Revò e Romallo e quella di Denno, Cunevo, Flavon, Terres, progressivamente si estese a quasi tutto il territorio della Valle di Non e diventò fondamentale per la sua economia agricola. Prima di illustrare le linee di sviluppo dei modi e delle strutture per il conferimento, la conservazione, la lavorazione e la commercializzazione della frutta prodotta in valle dopo il 1950, proponiamo una sintesi riferita al periodo precedente.

Nei capitoli che trattano lo sviluppo della frutticoltura sono stati esposti nei dettagli i problemi relativi alla contrattazione della frutta con le soluzioni adottate e sono stati forniti alcuni cenni sulle prime strutture per la raccolta e lavorazione della frutta.

I produttori delle zone dove la frutticoltura era di poca consistenza e quelli con piccole produzioni dipendevano dagli acquirenti privati, con poco spazio di manovra. In generale i commercianti riunivano la frutta acquistata in abitazioni in disuso o in altri locali presi in affitto dove facevano svolgere le necessarie operazioni di lavorazione e cernita della frutta preventive alla spedizione e quindi provvedevano alla vendita sul mercato. Nelle zone a maggiore intensità frutticola, alcuni produttori costituirono società di fatto per avere maggior forza contrattuale e certezza di un prezzo equo, misurandosi unitariamente ai commercianti di frutta o ai loro rappresentanti e costruirono dei magazzini deposito. Tali strutture erano realizzate per conferire ed ammassare in autunno la produzione di pere e mele che veniva poi avviata sui mercati di sbocco nazionali ed esteri da parte dei commercianti ai quali era stata venduta. Il periodo massimo di conservazione della frutta in questi locali era limitato al periodo di mantenimento naturale che per le mele poteva protrarsi fino a gennaio/febbraio. Nei magazzini la frutta era confezionata secondo le direttive dei commercianti che, anzi, talvolta prendevano in affitto i locali del magazzino per eseguire direttamente la lavorazione ed il confezionamento della stessa.

In questo periodo le iniziative importanti di associazionismo tra produttori per la commercializzazione unitaria della frutta furono concentrati nelle zone dove gli agricoltori si erano maggiormente dedicati alla frutticoltura e dove le strutture aziendali - familiari erano diventate ormai inadeguate per conservare il raccolto della frutta.

Nel 1920 venne costituita la società cooperativa "Unione Frutticoltori Rallo e nello stesso anno era in costruzione il magazzino sociale di Pavillo. Nel 1927 terminarono i lavori di costruzione del magazzino della società Unione Frutticoltori “Vecchio Campo” di Tassullo. A Cagnò, nel 1932, 24 soci si unirono in “Consorzio Frutticolo”1] e nel 1933 eressero il magazzino aiutati da un mutuo concesso dal Governo. Il 5 marzo 1933 i frutticoltori di Revò costituirono la società cooperativa “Unione Produttori Frutta” ed entro lo stesso anno fu costruito un fabbricato ad uso magazzino2]. In uno studio sui magazzini in Val di Non fino al 1965[3] sono ricordati gli anni di costruzione dei magazzini di altre società e le date dei vari ampliamenti. Ne citiamo alcuni per anno di costruzione iniziale anteriore al 1950: a Tuenno quello dell’Unione Frutticoltori “S. Giovanni” del 1940, a Romallo quello del Gruppo Produttori frutta del 1934 ed un secondo dell’Unione Produttori frutta del 1938, a Cloz quello del Gruppo Frutticoltori “S. Stefano” del 1939, a Nanno quello del Consorzio Produttori Agricoli del 1912 ampliato nel 1930, a Denno quello dei Produttori Agricoli del 1910 e quello del Consorzio Frutticoltori adattato nel 1938, a Flavon quello del Consorzio Frutticoltori S. Valentino del 1943. Sono da ricordare due magazzini privati, precisamente quello della ditta Dante Odorizzi di Cles del 1925 e quello della ditta Bruno Fuganti di Cagnò del 1939.

In sintesi si può affermare che nei primi cinquant’anni del secolo la commercializzazione delle mele in Val di Non era caratterizzata da un numero elevato di produttori offerenti in possesso di piccole partite di merce che doveva essere venduta entro limiti di tempo abbastanza ristretti - pena la sua deperibilità - e da un numero limitato di acquirenti che rappresentavano il primo anello della catena distributiva attraverso la quale il prodotto giungeva al consumatore finale. Questo stato di cose rendeva molto difficile per l’insieme dei produttori incidere sulla determinazione del prezzo che, nella pratica, era imposto dal commerciante.

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10.1. - Fase artigianale

Alla fine del secondo conflitto mondiale ebbe inizio una nuova importante fase per la frutticoltura anaune e la sua commercializzazione. Con gli anni cinquanta vi fu una rapida crescita della produzione e, di conseguenza, un forte sviluppo di tutto il comparto. In molti paesi della valle sorsero diverse società cooperative frutticole con un numero limitato di soci animati da un forte spirito di partecipazione, disponibili anche a prestazioni di lavoro gratuite nella fase di costruzione del magazzino. Furono fucina per l’esercizio della democrazia all’interno dei vari organi societari, dal presidente all’assemblea, su materie che toccavano direttamente gli aspetti economici di ognuno. Furono motivo di stimolo per una produzione di qualità poiché ogni singola consegna di merce in magazzino era soggetta a campionatura secondo criteri fissati dai consigli di amministrazione tendenti a remunerare ogni socio a seconda della qualità della frutta.

Gli agricoltori associandosi in cooperative e costruendo i magazzini della frutta nell’ambito del paese ebbero l'intento di aumentare la loro forza contrattuale nei confronti della distribuzione. La struttura organizzativa delle società cooperative era assai semplice e basata in gran parte sul volontariato dei soci[4]. La gestione commerciale era delegata al presidente e ad un comitato esecutivo, designato dal consiglio d’amministrazione fra i suoi membri, che se ne occupavano a tempo parziale. I clienti erano esclusivamente grossisti contattati tramite mediatori. La strategia commerciale perseguita era di difesa: la capacità contrattuale dei soci era tutelata mediante una concentrazione dell’offerta. Le difficoltà di vendita erano notevoli anzitutto perché la produzione doveva essere venduta nei mesi autunnali per evitare il deterioramento della merce e poi perché la presenza di molti magazzini scatenò una concorrenza anti-reddituale. Il singolo commerciante si rivolgeva a più offerenti e acquistava la merce da chi offriva maggiori vantaggi in termini di prezzo a parità di qualità, innescando in tal modo una spirale di prezzi al ribasso[5].

In questo periodo si ebbero ampliamenti e ristrutturazioni di vecchi magazzini per la lavorazione della frutta e ne furono costruiti di nuovi, sia sociali che privati, senza che fosse seguito, però, alcun criterio di una distribuzione spaziale organica, di razionalità, di efficienza e di economia[6].

Da uno studio della Camera di Commercio, Industria e Artigianato di Trento sui magazzini della frutta in Provincia di Trento emerge chiaramente la situazione della Val di Non alla data 1966.

Tab. 10.1. - Riepilogo delle capacità di immagazzinamento (in vagoni = 100 q.li) di gran parte dei magazzini in Val di Non fino al 1965 raggruppati per zone [7].

Comuni di ogni zona

Capienza

Immagazzinamento. medio annuo

 

Normale

Refrigerat a

Totale

Mele

Pere

Totale

Tuenno, Mezzalone e Revò

1.060

 

1.060

334

341

765

Romallo, Cloz, Brez

415

 

415

147

200

347

Dambel, Casez

45

 

45

 

 

n.r.

Coredo, Taio, Vervò

340

 

340

334

116

450

Tassullo,Nanno

1.010

20

1.030

580

160

740

Terres, Flavon, Cunevo, Denno e Campodenno

320

 

320

235

90

325

Totali magazzini sociali

3.190

20

3.210

1.630

907

2.627

Magazzini privati

305

260

565

n.r.

n.r.

1.180

Totale generale

3.495

280

3.775

 

 

3.807

(elaborazione dati: C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta in provincia di Trento. Situazione e prospettive, Trento, 1967)

Questi dati, oltre a confermare una buona presenza di produzione di pere concentrate nel Mezzalone e nella terza sponda, mostrano come i magazzini privati si fossero attrezzati per la conservazione refrigerata per quantitativi vicini alla metà della capienza dei loro magazzini, mentre per i magazzini sociali solamente quello del consorzio “Unione Frutticoltori” di Rallo aveva la possibilità di conservare in celle refrigerate 20 vagoni di produzione su una capienza totale di 200 vagoni.

Nel complesso, sul territorio anaune, figuravano 169 magazzini di cui 61 cooperativi e 108 non cooperativi con una capacità potenziale complessiva di 500.000 quintali[8]. Nel solo comune di Tassullo erano presenti 32 magazzini, nel vicino paese di Nanno erano 27 ed a Tuenno 21. Giova considerare che le strutture presenti in valle erano di due tipi: i magazzini aventi la specifica funzione di centri di raccolta ed i magazzini aventi funzioni commerciali oltre che di ammassamento (in essi era ospitata l'intera serie di operazioni e di attrezzature indispensabili ad un qualificato collocamento commerciale del prodotto) e che la maggior parte di essi era del primo tipo[9]. In molti casi, inoltre, i magazzini erano delle strutture rigide formate da grandi sale, progettate in modo generico, poco attento alle attività e alle operazioni da svolgere al loro interno. Lo studio della Camera di Commercio accertò che le zone frutticole più sviluppate fossero anche quelle dotate di più numerose strutture, ma mise in evidenza come spesso erano totalmente inadeguate a sostenere le aspettative del veloce sviluppo della frutticoltura in atto alla fine degli anni Sessanta. Alla razionalizzazione degli impianti frutticoli raramente faceva seguito il miglioramento e la razionalizzazione delle strutture di raccolta. Nel 1967, i magazzini frutta della zona di Dambel, Banco, Casez e Sanzeno erano del tutto inadeguati, per dimensione e struttura, rispetto alla produzione frutticola in atto, ma soprattutto rispetto a quella potenziale. Infatti, erano stati realizzati nuovi impianti di Golden e Starking, su una superficie di 100 ettari. Mediamente, in quella zona, erano presenti dei semplici centri di raccolta della frutta che non svolgevano alcuna funzione preliminare alla vendita o di commercializzazione dei prodotti, attività che erano delegate all'esterno[10].

Tale situazione si ripresentava anche in altre nuove importanti plaghe frutticole della valle come la zona dei comuni di Taio, Coredo, Vervò, Tres e Vigo di Ton dove al rinnovo degli impianti e alla trasformazione varietale non seguirono iniziative ed azioni per il potenziamento della capacità ricettiva degli impianti di magazzinaggio e non venne realizzato alcun impianto per la conservazione refrigerata della merce. Nella zona erano presenti 13 strutture di cui 11 cooperative e due private. La capacità simultanea di immagazzinamento era di 41.000 quintali, ma il rapporto tra produzione e capacità era di sei a uno[11]. Le diverse strutture presenti svolgevano la funzione di centri di raccolta e prima lavorazione della merce, con breve periodo di conservazione, e non sempre realizzavano al loro interno le attività legate alla commercializzazione del prodotto quali il confezionamento e la vendita di frutta selezionata. Per questo aspetto i magazzini si attenevano alle richieste dei commercianti che, spesso, si orientavano all’acquisto di merce sana e pulita da selezionare e confezionare altrove. Di frequente la presenza di tante micro-strutture all'interno dello stesso comune erano dovute all'incapacità dei produttori di trovare una base comune di accordo per la realizzazione di strutture con capacità maggiore e con funzioni commerciali estese alla vendita diretta sui mercati di sbocco: ciò era dovuto alla sottovalutazione dell’importanza di una commercializzazione comune, alla diffidenza dei grossi produttori verso i piccoli che avevano pari valore decisionale (una testa un voto), alla paura di una deresponsabilizzazione dei soci quando le strutture fossero di grandi dimensioni.

Per i Comuni di Brez, Cloz e Romallo, la ricerca della Camera di Commercio evidenziava: «..... essi hanno lasciato trasparire finora un notevole senso di indipendenza e di disunione nella risoluzione dei problemi produttivi che comunemente li riguardano - così come fa capire del resto la presenza di tante soluzioni autonome, anche all'interno di un medesimo comune - la qual cosa non può non esser considerata un aggravio per l'economia frutticola della zona in questione. A questo riguardo, non con l'intenzione di muovere un rilievo poco gradito, bensì per l'impossibilità di sottacere una valutazione obiettiva, si è portati ad affermare che il frazionamento locale di determinate iniziative, oltre ad essere eloquente sintomo di disunione, è indice di un’applicazione controproducente e dispersiva degli strumenti cooperativi»[12] La presenza di più magazzini, privati e consorziali, sullo stesso territorio comunale portava al frazionamento dell'offerta locale e ad una conseguente maggiore concorrenza che, globalmente, riduceva la potenzialità della rendita economica.

La plaga frutticola più importante della Val di Non, sia per quantità che per intensità produttiva (oltre 730 ettari destinati a frutteto con rese medie unitarie di 300 quintali ad ettaro), vale a dire le "Quattro Ville" (Tassullo, Campo, Rallo, Sanzenone e Pavillo), Nanno e Portolo, presentava una situazione leggermente migliore. I magazzini costituiti nel 1923, 1924 e quelli realizzati dopo il 1950 erano stati ampliati con successive modifiche nell'arco del ventennio 1950 - 1970, ma anche in questo caso essi svolgevano la funzione di centri di raccolta e di deposito della frutta. Solo alcuni riuscirono a realizzare al loro interno alcune delle attività direttamente collegate alla preparazione del prodotto alla vendita. I magazzini consorziali erano affiancati da un numero considerevole di magazzini aziendali, annessi o disgiunti all’abitazione. Essi, in generale, erano di modeste dimensioni, ma svolgevano la funzione importante di ricoverare la frutta immediatamente dopo la raccolta. Spesso poi, come emerge dallo studio della Camera di Commercio, i frutticoltori vendevano direttamente la loro produzione ai commercianti di frutta, senza passare attraverso le strutture cooperative, aumentando notevolmente la concorrenza nella plaga già elevata tra le strutture cooperative esistenti[13]. Costoro, che vendevano direttamente la loro produzione, traevano indirettamente profitto dalla presenza di magazzini cooperativi di dimensioni elevate per l'azione di sostegno dei prezzi svolta dai magazzini stessi e, nel contempo, evitavano di dover pagare le quote di ammortamento che gravavano sui consorziati. Per gli effetti economici, gli outsider svolgevano un ruolo simile a quello della presenza di più magazzini sulla stessa area, anche se in modo più limitato.

Uno studio condotto dal dottor Zanon[14] metteva in evidenza che in Trentino la commercializzazione della frutta era in mano esclusivamente a operatori economici privati, locali e nazionali. I produttori commercializzavano direttamente solo una parte esigua della loro produzione e si disinteressavano a vere e proprie attività commerciali che si spingessero oltre i confini del luogo di produzione, oltre i loro magazzini di raccolta: "i produttori singoli o associati non compaiono sui grandi mercati generali e tanto meno avvicinavano i consumatori, i dettaglianti o i supermercati"[15].

Nell'indagine vengono elencati anche i motivi principali per cui i produttori, singoli o associati in cooperative, riuscivano a collocare sui mercati di sbocco solo il 4-5% della produzione provinciale:

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1.2. - Fase di consolidamento

Fino agli anni Sessanta la frutticoltura crebbe in condizioni esterne particolarmente favorevoli, poiché la frutta prodotta in Val di Non aveva caratteristiche di ed era destinata prevalentemente a categorie sociali con reddito elevato. I prezzi risultavano remunerativi, in grado di coprire i costi di produzione e consentivano un reddito adeguato per la famiglia agricola anche se l'azienda era di non ampie dimensioni[17].

Tuttavia, la veloce crescita delle produzioni imponevano l'accrescimento della capacità dei magazzini della frutta esistente oppure la realizzazione di nuove strutture. A questo punto ci si rese conto però che le strutture esistenti non erano più rispondenti alle nuove esigenze e che era necessaria una trasformazione radicale e la fusione fra magazzini diversi. Anzitutto si poneva il problema dell'efficienza produttiva e della riduzione dei costi: era necessario costruire delle strutture produttive che premettessero di realizzare economie di scala sia nelle fasi di immagazzinamento, sia nelle fasi di lavorazione e di confezionamento del prodotto.

Altra problematica che si pose di fronte ai produttori fu la trasformazione radicale del contesto competitivo. Negli anni sessanta la produzione di frutta sia italiana, realizzata quasi totalmente in Emilia Romagna, Trentino, Veneto, Piemonte, Campania, che quella europea, si era accresciuta notevolmente. La produzione italiana nel decennio 1950 - 1960 era passata da 5,1 a 18,3 milioni di quintali e a livello europeo la produzione aveva raggiunto i limiti della saturazione (incremento della produzione superiore all'incremento dei consumi). Non era più tempo di giocare sulla speculazione nel tentativo di individuare il periodo migliore per la vendita della propria merce, ma di organizzare lo smercio sul lungo periodo per avere la certezza di smaltire i quantitativi sempre crescenti.

Tab. 10.2.  Produzione italiana di pomacee (valori in milioni di kg)

Anni

Mele e pere

Mele

1934 – 38

485

288

1948 – 52

1.069

741

1960 – 61

2.456

1.834

1961 –62

2.958

2.167

1962 – 63

3.122

2.209

(fonte: FAO)

I paesi della Comunità europea avevano svolto un’importante azione di razionalizzazione degli impianti esistenti rendendo il mercato molto competitivo. Oltre a ciò, in questo periodo, si verificò una profonda trasformazione della struttura dei mercati con la nascita delle grandi catene di distribuzione e dei supermarket. Queste strutture richiedevano diversi servizi da parte dei forintori, tra i quali una produzione sufficiente, opportunamente scaglionata nel tempo, l'omogeneità del prodotto consegnato e il confezionamento. Per essere in grado di destagionalizzare l'offerta di mele e di pere era necessario realizzare degli impianti di conservazione con l'utilizzo di celle refrigerate oppure celle ad atmosfera controllata (celle che abbinano all'abbassamento della temperatura opportune variazioni nella composizione atmosferica per ridurre l'intensità del metabolismo respiratorio della frutta)[18]. Inoltre la possibilità di ampliare il periodo di collocamento del prodotto permetteva di gestire in modo migliore le variazioni di prezzo dei prodotti, poiché veniva meno l’urgenza di immettere sul mercato tutta la produzione in un intervallo di tempo piuttosto ristretto.

Fino a questo momento l'intermediario si era posto tra produttore e consumatore occupandosi di tutte le attività che riguardavano la commercializzazione del prodotto. In questo modo, nonostante la dispersione dei produttori e dei consumatori, si creavano le condizioni per lo scambio. Il servizio offerto dagli intermediari aveva però un costo rappresentato dal divario tra il prezzo alla produzione e il prezzo al consumo ed esso stava aumentando notevolmente[19].

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10.2.1. - Accentramento e diminuzione del numero di magazzini

Di fronte a questa serie di problemi il mondo contadino iniziò lentamente a recepire la necessità di una evoluzione[20]. Dopo discussioni e scontri vivaci, si arrivò a una soluzione convincente: la realizzazione di nuove strutture di tipo cooperativo di dimensioni economicamente efficienti (ossia che consentissero di diminuire il più possibile l'incidenza dei costi fissi e di alleggerire i problemi legati allo spreco di risorse connaturato nella presenza di tanti piccoli impianti), nelle quali fosse possibile svolgere internamente le operazioni di preparazione del prodotto finito richiesto dagli acquirenti, svolte in precedenza dall'intermediario.

La dimensione elevata degli impianti permise la realizzazione di innumerevoli economie di scala lungo tutto il processo produttivo e inoltre consentì la realizzazione delle celle per la conservazione della frutta che non era pensabile a livello di singole aziende agricole, in maggioranza di dimensione piccola o media. La società, inoltre, ampliò la gamma dei servizi accessori resi ai soci. Ad esempio essa si occupava dell’acquisto e della distribuzione dei materiali per la raccolta (le cassette di legno, i pallet ed i cassoni di plastica) e spesso anche dell’acquisto dei prodotti fertilizzanti e anticrittogamici per conto dei soci.

L'Ente pubblico, in questo contesto, si pose degli importanti obiettivi: favorire e incoraggiare l'unione tra piccoli magazzini frutticoli, incoraggiare la creazione di strutture di dimensione adeguata rispetto alle esigenze di conservazione e di lavorazione dei prodotti, tutelare del produzioni locali e giungere all'unicità del magazzino a livello di singolo comune o di ambito territoriale[21]. Lo strumento per realizzare tali trasformazioni fu quello di dirigere le provvidenze pubbliche (in particolare i contributi del Fondo Europeo Agricolo di Orientamento e Garanzia, F.E.O.G.A.) verso società cooperative uniche all'interno di una determinata area per la realizzazione di impianti efficienti e razionali.

In cinque anni la situazione mutò notevolmente, l’intero comparto frutticolo subì un veloce e profondo processo di ristrutturazione e concentrazione. Nel 1966 i magazzini della frutta in Val di Non erano 169 con una capacità massima contemporanea di 500.000 quintali. I magazzini cooperativi erano 61, ma la loro capacità media era di 5.215 quintali; i magazzini privati erano superiori numericamente (108), ma la capienza media era nettamente inferiore, 1.806 quintali (molti erano magazzini aziendali di piccole dimensioni). Cinque anni dopo, nel 1971 i magazzini si erano ridotti a 64, dei quali 56 sociali e 8 privati[22], con una capacità complessiva di 477.000 quintali di cui 347.000 in atmosfera controllata e refrigerata[23]. È importante notare che nel 1966 la capacità delle celle che non usavano alcun sistema di conservazione artificiale rappresentava quasi la totalità (il 96,3%), mentre solo pochi anni dopo si era ridotta al 10,5%. La capacità delle celle refrigerate dal 3,7% era infatti aumentata di quasi sei volte in cinque anni raggiungendo il 21%. La capacità di celle ad atmosfera controllata era il 68,5% del totale, mentre solo pochi anni prima era inesistente.

Nel 1977 i magazzini si erano ulteriormente ridotti a 33, mentre la capacità complessiva era salita a 903.600 quintali, di cui 316.500 quintali a refrigerazione normale e 448.860 ad atmosfera controllata. La capacità media di ogni magazzino, che nel 1966 era di 3.036 quintali, aumentò considerevolmente fino a 27.382 quintali. I magazzini dotati di strutture per la conservazione artificiale erano quasi esclusivamente di proprietà di società cooperative. I magazzini privati ridussero in maniera massiccia la loro presenza: nell'arco di dieci anni passarono da 108 a 1 e la loro capienza si ridusse di conseguenza dal 38,31% allo 0,36% rispetto alla capienza totale dei magazzini frutta della valle. All’interno delle nuove strutture cooperative confluirono i soci delle minuscole cooperative preesistenti e anche molti privati che avevano fino ad allora commercializzato la loro produzione in maniera autonoma e quelli dei paesi che erano rimasti sprovvisti di magazzino.

Tab. 10.3. - Numero e capienza dei magazzini della frutta sociali e privati in Val di Non negli anni 1966 - 1979

Anni

 

 

1966

1971

1977

1978

1979

Produzione mele

in vagoni

 

6.407

 

7.529

9.538

12.384

Magazzini sociali

Numero

 

61

56

32

30

31

Capienza in vagoni

Non refrigerata

3.161

3.130

1.385

1.150

1.150

 

Refrigerata

20

810

3.130

2.680

2.260

 

Atmosfera controllata

-

290

4.486

5.752

7.485

 

Totale

3.181

4.230

9.001

9.582

10.895

Magazzini privati

Numero

 

108

8

1

1

1

 

Capienza in vagoni

Non refrigerata

1.781

280

-

-

-

 

 

Refrigerata

170

260

35

40

40

 

 

Atmosfera controllata

 

 

 

 

 

 

 

Totale

1.951

540

35

40

40

Totale

Numero

 

169

64

33

31

32

Capienza in vagoni

Non refrigerata

4.942

3.410

1.385

1.150

1.150

Refrigerata

190

1.070

3.165

2.720

2.300

Atmosfera controllata

-

290

4.486

5.752

7.485

Totale

5.132

4.770

9.036

9.622

10.935

(fonte: C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini della frutta in Provincia di Trento, 1980)

Grafico 10.1. -  Evoluzione della capacità dei magazzini della frutta in Val di Non per sistema di conservazione adottato

(fonte: C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini della frutta in Provincia di Trento, 1980)

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10.2.2. - I nuovi magazzini intercomunali

La prima società cooperativa che in Val di Non adottò le celle per la conservazione della frutta fu la S.C.A.F.[24] (Società Cooperativa Aziende Frutticole) di Livo che serviva anche i paesi di Scanna, Preghena e Cis. La struttura originaria, costruita nel 1951[25] come centro di deposito, venne ampliata nel 1962 e nel 1967 vennero predisposte le celle frigorifere. Essa fu il modello al quale si ispirarono le successive strutture, ma già nel 1975 risultava sottodimensionata rispetto alla produzione in continuo aumento. Nel 1978 la società, della quale erano entrati a far parte molti contadini di Scanna (Consorzio Agricoltori Mezzalone), di Preghena (Società agricola Preghena), di Cis, della Bassa Val di Sole e di Cagnò, deliberò la costruzione di un nuovo magazzino esterno all’abitato che venne poi realizzato nel 1980[26].

Nel 1966 venne costituita la società cooperativa "Unifrutta" con sede nel Comune di Nanno per la realizzazione di un magazzino della capienza complessiva di 80.000 quintali di cui 32.000 ad atmosfera controllata e 48.000 a refrigerazione normale, che venne portato a termine nel 1973. Tale società univa 150 aziende frutticole ubicate nei comuni di Nanno, Portolo, Pavillo e Tuenno[27].

Già nel 1967 era prevista la costruzione del magazzino del Contà che avrebbe servito gli agricoltori dei paesi di Cunevo, Terres e Flavon (capacità di 60.000 quintali di cui 13.000 ad atmosfera controllata).

Anche Revò, Cagnò e Romallo si unirono nel “Consorzio Ortofrutticolo Terza Sponda” il 22 luglio 1967 con 53 soci. Il magazzino costruito dalla società sostituì quindici magazzini di deposito preesistenti (capacità totale 38.000 quintali di cui 18.800 in atmosfera controllata). La società gestiva anche le vasche per la preparazione di irrorazioni anticrittogamiche e provvedeva all’acquisto dei prodotti per la concimazione[28].

Nel 1969 venne promossa un'analoga iniziativa nel comune di Tassullo, attraverso la fusione di quattro magazzini cooperativi in un'unica società, la S.A.R.C. (Società Agricola Renetta del Canada): il magazzino sociale venne poi completamente ricostruito nel 1974 in seguito ad un incendio.

Previsti per il 1970 erano la costruzione del magazzino della S.A.B.A.C. a Brez (capacità di 34.000 quintali), del C.F.C. di Cles (46.800 quintali), e del C.O.B.A. di Denno (70.000 quintali).

Nella zona di Segno venne portato a termine nel 1972 il magazzino della Co.F.C.A. (Cooperativa Frutticoltori Centro Anaunia) fondata nel 1967 con una capacità complessiva di 12.000 quintali in celle frigorifere e 45.000 quintali in celle ad atmosfera controllata[29].

Alla fine degli anni settanta, la trasformazione era quasi completa: i magazzini cooperativi si erano assestati a 32, mentre vi era un solo magazzino privato con capacità di 4.000 quintali a refrigerazione semplice. La capacità complessiva dal 1866 si era raddoppiata a seguito dell’aumento notevole delle celle refrigerate e l’introduzione di quelle ad atmosfera controllata, pur in presenza di una diminuzione delle sale di deposito normali. Nel 1979 le celle ad atmosfera controllata e refrigerata rappresentavano il 90% dell'intera capacità a disposizione. Nel 1975 i magazzini costruiti secondo i ‘nuovi’ criteri di razionalità ed efficienza erano nove, mentre erano in fase di progettazione altri cinque complessi[30](i magazzini della società C.O.PA.Ri.T. a Taio, della F.A.T. a Tuenno, della C.O.L. a Sporminore, della Società Frutticoltori Campodenno e del Consorzio Ortofrutticolo Alta Val di Non a Casez). In seguito alla realizzazione di queste opere tutto il territorio della Val di Non fu servito quasi completamente[31] da cooperative moderne, in grado di organizzare in modo programmato la raccolta, la lavorazione e la commercializzazione di tutta la produzione dei soci

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10.2.3. - Conseguenze dell’ampliamento del raggio di azione dei magazzini

Con la nascita dei grandi magazzini della frutta si ebbero conseguenze positive, non solo in termini di concentrazione dell'offerta, ma ancor più nella possibilità di dilazionare le vendite grazie alla presenza delle celle di conservazione (refrigerate e ad atmosfera controllata). La gestione della struttura organizzativa ed operativa fu affidata a figure professionalmente competenti: i direttori. La clientela servita era composta quasi esclusivamente da grossisti che richiedevano in prevalenza merce non confezionata. I mercati esteri assorbivano una fetta abbastanza significativa della produzione[32].

I soci erano tuttavia sempre meno coinvolti nella vita della cooperativa e tendevano a delegare il potere decisionale agli amministratori che in genere erano rieletti purché il rendimento economico fosse sufficientemente elevato. Da una parte dei soci la cooperativa era spesso sentita come estranea, un posto a cui conferire il prodotto senza troppi grattacapi personali e attraverso il quale collocare sul mercato la propria produzione. La cooperativa era vista come una struttura di servizio per il soddisfacimento dei bisogni del socio. In questa situazione, il prodotto conferito era per la cooperativa un vincolo, un dato esogeno non modificabile, poiché quantità e qualità erano al di fuori del suo controllo.

Negli anni Settanta le contrattazioni a livello nazionale erano effettuate direttamente dalle cooperative, mentre spesso per la frutta esportata le contrattazioni venivano demandate ai consorzi cooperativi di secondo grado, il P.O.A. e il Con.Co.Pr.A., o effettuata tramite agenzie. A tali organi era delegato il ritiro del prodotto esuberante disposto dagli organismi di intervento (A.I.M.A.); inoltre ad essi spettavano i compiti fuori della portata delle singole cooperative di primo grado (promozione, assistenza tecnica, vendita all'estero,…). La crescente disponibilità di celle frigorifere ad atmosfera controllata, gestite dalle cooperative, ebbe grande importanza per la conquista di nuovi mercati e per il consolidamento dei mercati tradizionali. In questo modo si intendeva creare con il cliente un legame diretto e stabile nel tempo attraverso la dilatazione del periodo di conservazione e facendo sì che la frutta conservata potesse mantenere il più possibile integre le caratteristiche del prodotto allo stato fresco[33]. In conclusione, la realizzazione delle attività legate alla commercializzazione da parte del consorzio, permise una migliore conoscenza della domanda, la riduzione della dipendenza dall’intermediario con conseguente diminuzione di costi, la creazione di valore aggiunto interno, la stabilizzazione del mercato con un prolungamento nel tempo della conservazione mediante celle frigorifere e ad atmosfera controllata.

In questo percorso di adeguamento delle strutture dei magazzini, ci fu pure un rinnovo costante delle attrezzature che sono in essi utilizzate, oltre alle celle per la conservazione già nominate. Dai semplici banconi di cernita, dalle operazioni di carico e scarico fatto a forza di braccia con l’aiuto di qualche carrello, alle pesature su grosse bilance a lettura diretta e scrittura delle singole bollette di consegna, si è passati alle macchine calibratici, ai nastri trasportatori, ai muletti, alle bilance elettroniche. Furono usati poi sistemi di lavaggio automatizzati, e furono installate macchine che eseguono cernite per pezzatura e colore.

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10.3. - Fase di integrazione

Con gli anni Ottanta, per stimolare la possibilità di trovare un collocamento alle produzioni crescenti del Trentino, il Con.Co.Pr.A. ed il P.O.A. lanciarono campagne pubblicitarie a favore delle mele trentine, nel contesto dei progetti provinciali sostenuti dalla L.P. n.36. In particolare tali progetti prevedevano la diversificazione di alcune linee di prodotto, come la "Renetta Val di Non", la "Golden Val di Non", e la "Golden Trentino" in risposta ad una sottostante diversità qualitativa del prodotto. Questa comunicazione diversificata aveva come elementi unificanti lo slogan "Io mela mangio, e tu?", la grafica e il marchio "Mele del Trentino". I produttori della Val di Non non furono entusiasti, preoccupati che non venisse valorizzata la propria produzione: infatti il logo “Mele del Trentino”, diretto alla valorizzazione del prodotto provinciale nel suo insieme, appiattiva le differenze esistenti tra le zone di produzione pur essendo noto che spesso i consumatori acquistavano le mele trentine come provenienti dalla Val di Non. Inoltre alcuni commercianti disonesti vendevano mele prodotte fuori valle ponendovi sopra il logo “Mele della Val di Non”[34]. Nell’insieme l’iniziativa si rivelò valida e, fra il resto aveva reso noto al consumatore che nel contesto trentino esisteva una qualità di livello superiore: la mela della Val di Non.

Verso la metà degli anni ’80 nel mercato entrò gradualmente la grande distribuzione organizzata (G.D.O.) che vendeva direttamente al consumatore e quindi richiedeva alle cooperative una quantità di frutta già confezionata sempre maggiore. Le cooperative accolsero favorevolmente questi interlocutori in quanto permettevano di accorciare il circuito distributivo e quindi di realizzare prezzi più alti. L’esportazione diminuì notevolmente a causa della crescente concorrenza mondiale sui mercati europei, mentre il prodotto destinato al mercato italiano attraverso la G.D.O. era sostenuto ed assicurava una maggiore redditività[35]. La trasformazione del mercato determinò un profondo cambiamento nell’organizzazione delle cooperative. Il prodotto da vincolo esterno e non modificabile diventò variabile, cioè controllabile e programmabile da parte della cooperativa. Diventarono fondamentali per soddisfare la clientela la qualità, la continuità nel tempo e la soddisfazione delle esigenze del mercato. In conseguenza di ciò la frutta che entrava in magazzino doveva possedere determinate caratteristiche di salubrità richieste dal consumatore in merito ai residui tossici[36]. Secondo statuto, al momento della raccolta i soci della cooperativa erano tenuti a consegnare al magazzino di appartenenza tutta la produzione ottenuta nell’ambito territoriale in cui operava la società. Inoltre ai produttori, con maggiore insistenza che nel passato, era richiesto di conferire al magazzino della frutta selezionata nel frutteto secondo modalità prefissate. La direzione dei magazzini fissava dei protocolli di selezione che stabilivano le caratteristiche della frutta di prima scelta, di seconda scelta, sotto misure, pronta vendita, “fioroni” della varietà Renetta, grandinato (quando accadeva questa calamità) e industria. In questo modo il magazzino, da subito, aveva a disposizione merce da immettere sul mercato e poteva organizzare una disposizione razionale del prodotto nel magazzino e nelle celle di conservazione. Una consegna che non fosse attenta e conforme ai protocolli fissati avrebbe influito pesantemente sul risultato economico del singolo socio per le forti penalizzazioni d’amministrazione derivanti dagli esiti della campionatura, previste e stabilite dal consiglio.

Dopo averne separato o contrassegnato una percentuale per la campionatura, le mele conferite erano poste immediatamente nelle celle per il futuro utilizzo. La frutta di ogni socio era poi campionata in modo anonimo per ricavarne le percentuali delle varie classi di scelta stabilite da applicare al momento del saldo al totale della frutta consegnata. Nel corso dell’anno il Consiglio d’amministrazione deliberava uno o più acconti sulle previsioni della campagna di vendita. Alla fine di questa, in base ai ricavi medi realizzati nel corso dell'anno per le diverse varietà, si calcolava il prezzo medio ponderato da liquidare ai soci, in lire/chilogrammo, per le diverse classi di campionatura nell'ambito di ciascuna varietà e veniva calcolato il saldo di ogni partita moltiplicando la quantità conferita di ogni selezione per il prezzo medio relativo, ovviamente detraendo la quota di acconti ricevuti, di spese generali o straordinarie.

Gli amministratori delle cooperative cercarono di rendere il socio maggiormente partecipe e interessato alla gestione delle stesse attraverso una maggiore informazione e con la presenza in assemblee zonali. Nel frattempo era sempre più evidente la necessità di superare la latente concorrenza fra le diverse cooperative della valle e di trovare una maggiore integrazione e collaborazione reciproca.

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10.3.1. - Consorzio Valorizzazione delle Mele della Val di Non

Nel 1989 tredici cooperative della Val di Non e della Val di Sole costituirono il "Consorzio Valorizzazione delle Mele della Val di Non" che realizzò un coordinamento delle politiche di commercializzazione, delle modalità di conferimento, del marketing e dei rapporti con la grande distribuzione organizzata. Senz'altro l'eccedenza strutturale a livello comunitario di frutta, le esportazioni in continuo regresso e lo spostamento nel campo distributivo degli equilibri in favore di grosse catene che assorbivano quantitativi sempre maggiori di prodotto furono le motivazioni di fondo della sua costituzione. In più stava maturando la coscienza che, complessivamente, la concorrenza fra le cooperative presentava lati fortemente negativi e che le sole campagne promozionali gestite dal Con.Co.Pr.A. e P.O.A. non erano sufficienti per commercializzare la produzione delle Valli del Noce. Nel 1990 tutte le cooperative frutticole della Val di Non ne facevano parte.

La notorietà raggiunta dalla “linea di prodotto” “Mele della Val di Non” doveva essere tutelata da imitazioni ed abusi: la modalità, dunque, che consentisse la difesa dell’origine della merce poteva solo essere perseguita con l'istituzione di un marchio d’impresa registrato[37]. In seno al consorzio si prese la decisione di costituire una società a responsabilità limitata per la gestione del marchio "Melinda" da questo adottato.

Con l’approvazione del marchio "Melinda" i soci delle cooperative intesero compiere un salto di qualità che rispondesse all’inderogabile funzione di tutela del prodotto e che assolvesse il fondamentale compito di gestire in forma unitaria le politiche di marketing per conquistare in tale modo una maggiore incidenza nel mercato.

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10.3.2. - Consorzio Melinda S.C.A.R.L.

Verso la fine del 1997, dopo un periodo di forte discussione all'interno del mondo contadino noneso, venne costituito il “Consorzio Melinda S.C.a.r.l.” che sostituì il "Consorzio Miglioramento Mele Val di Non". Le motivazioni che spinsero i soci delle cooperative ad unirsi in un'unica organizzazione furono molteplici. Anzitutto si doveva fare i conti con la crescente globalizzazione dei mercati: ai tradizionali concorrenti, sia italiani che europei, si stavano affiancando produttori operanti nell'Emisfero Sud, nell'Est Europa e nelle Americhe che basavano la loro offerta su prezzi contenuti (in relazione ai bassi costi di produzione). I produttori concorrenti erano sempre più agguerriti dal punto di vista delle politiche commerciali e spesso potevano vantare un'ampia gamma di prodotto (diverse varietà di mele o di frutta), costi ridotti di produzione, una maggiore standardizzazione del prodotto e un forte orientamento al mercato e al consumatore (servizi alla vendita). La crescente industrializzazione dell'agricoltura imponeva grandi forzi per il miglioramento tecnologico dei sistemi di produzione, ma rimaneva la consapevolezza del divario rispetto a regioni più favorite dal punto di vista della riduzione dei costi. Dal lato del rapporto con la domanda, la forza contrattuale nei confronti della grande distribuzione organizzata che si stava ulteriormente concentrando era troppo bassa e l'indipendenza di ogni singola cooperativa sarebbe stata pagata in termini di prezzi spuntati. Spesse volte accadeva che mele delle singole cooperative, aventi lo stesso marchio “Melinda”, si facessero concorrenza tra loro sul mercato giungendo al solo risultato di abbassare ulteriormente i prezzi di vendita. La grande distribuzione ricercava partner commerciali con ampia disponibilità di prodotto, con qualità standard e con servizi alla vendita.

La Val di Non e, quindi, le produzioni del Consorzio “Melinda” potevano vantare come fattore di successo l'elevata qualità delle mele (sia dal punto di vista organolettico, sia da quello estetico che da quello igienico - sanitario), che da sempre giustificava uno scarto di prezzo rispetto alle produzioni di pianura[38]. Dal punto di vista dei fattori penalizzanti bisognava prendere atto della continua contrazione dei prezzi al consumo e la valorizzazione da parte della grande distribuzione del proprio marchio a scapito dei "marchi commerciali"[39].

Ancora una volta, anche se ad un livello più elevato, essere divisi risultava penalizzante sia nei rapporti di forza con la distribuzione, sia nei rapporti con gli altri concorrenti sul mercato. Una buona soluzione era di realizzare un’unica struttura con funzioni accentrate di commercializzazione e di promozione del prodotto, anche se spesso all'interno delle singole cooperative nacquero fin da subito dei malumori: le difficoltà di aggregazione in strutture di secondo grado erano di ordine tecnico – commerciale e gestionale, ma ancor più politico e di capacità di governare una situazione nuova con problematiche psicologiche (delega di poteri e competenze)[40].

Il Consorzio Melinda nacque con queste premesse nella forma giuridica di Società Cooperativa a Responsabilità Limitata. Ad essa parteciparono le sedici cooperative frutticole operanti in Val di Non e Val di Sole che, con il marchio “Melinda”, nel 1999, commercializzarono il prodotto per un totale di 313.847.734 kg di 5.223 soci su una superficie investita a frutteto di 6.412 ettari[41].

I soci del Consorzio Melinda delegarono totalmente al Consorzio stesso la commercializzazione di tutta la produzione realizzando così una politica unitaria sia distributiva che di prezzo. Nella nuova organizzazione le operazioni di vendita furono suddivise per area geografica e per canale distributivo, operando la scelta di eliminare definitivamente gli acquirenti di piccole dimensioni. Le vendite erano gestite unitariamente dal Consorzio operando un'unica politica dei prezzi e gestendo dal centro la fuoriuscita del prodotto delle singole cooperative. Un importante progetto realizzato dal Consorzio fu l'istituzione del Centro Immagine "Mondomelinda". In esso confluiscono ogni anno molti visitatori i quali, con questa visita mirata, possono approfondire la conoscenza del prodotto ed in particolare essere informati delle tecniche di produzione adottate da tutti i produttori soci per essere in linea con i protocolli d'intesa per la produzione integrata. Inoltre vengono effettuati percorsi guidati in alcune aziende agricole per un contatto diretto con le zone di produzione e con l’agricoltore che vi opera e sono loro offerte esperienze di assaggio delle mele o di specialità gastronomiche a base di mele. L'attività svolta dal Centro "Mondomelinda" è rivolta sia ai turisti locali che trascorrono le vacanze in Val di Non e di Sole nel periodo estivo, sia agli alunni delle scuole elementari e medie del Trentino e delle aree limitrofe, nonché ai tecnici e operatori del settore di altre regioni o di altri Stati. Oltre al centro visitatori furono realizzate molteplici attività inerenti alla promozione del prodotto. Alla televisione, su riviste di larga diffusione e riviste specializzate in gastronomia furono sostenute delle campagne pubblicitarie volte a migliorare la conoscenza del marchio da parte del consumatore puntando sulla qualità superiore delle proprie mele e sulla tipicità della Renetta del Canada. Si curò la presenza a diversi appuntamenti importanti per la gastronomia come la Fiera del Gusto e la cooperazione attiva con l’associazione “Slow Food”. Un recente strumento del marketing per sostenere la commercializzazione delle mele è la presenza di aziende od organismi con proprio sito in Internet. Anche Melinda si è affacciata a questo mezzo con il sito www.melinda.it che appare ricco di animazioni e di indicazioni[42].

Dal punto di vista della capacità di una migliore e puntuale offerta della produzione e della riduzione dei costi di produzione il Consorzio ha deciso l'ampliamento del Magazzino frutta di Segno appartenente alla Cooperativa Co.Ce.A. per la realizzazione di una sala di lavorazione che possa trattare grossi quantitativi giornalieri di merce ed essere così più veloci ed efficienti nel dare pronta risposta alle richieste dei clienti che impongono tempi di consegna quasi immediati. Nel prossimo futuro sono previste altre realizzazioni di tal genere in modo da concentrare tutta la produzione in poche sale di lavorazione molto attrezzate e che svolgano le normali operazioni di preparazione della merce in tempi minori e con minori costi.

Dal 1970 ad oggi i magazzini della frutta sono stati oggetto di continui ampliamenti per accrescere la loro capacità ricettiva e ammodernamenti per riuscire a svolgere in maniera efficiente le operazioni di raccolta, stivaggio, conservazione, lavorazione della frutta e carico della merce venduta.

Alla cooperativa Co.Ce.A. è in fase di realizzazione una moderna sala di lavorazione grazie alla quale sarà possibile lavorare 300 quintali di mele in un’ora e quindi di ridurre a un terzo i tempi lavorazione e confezionamento. La nuova macchina in fase di allestimento sarà in grado di individuare peso, pezzatura, colore percentuale (es. 50% colore rosso nelle Stark Delicious), colore di sottofondo (es.: verde, paglierino, giallo, giallone, ecc.) e avrà la possibilità di misurare la durezza del prodotto[43].

Nell’ambito del Consorzio Melinda sono allo studio altre sale di lavorazione simili a quella di Segno in modo da concentrare la lavorazione delle mele di tutta la valle in pochi centri al fine di fornire un prodotto finito con le caratteristiche, i tempi e le modalità che il mercato richiede. La realizzazione delle sale di lavorazione permetterà inoltre la creazione di maggiori economie di scala e una maggiore efficienza produttiva.


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Note:
[1] Micheli P., Cagnò, Trento, 1991, pp. 326-327.
[2] Micheli P., Dalla rocca dell’Ozolo. Revò e frazione Tregiovo, Romallo, Cagnò, Artigianelli, Trento, 1979, p. 244.
[3] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta in provincia di Trento. Situazione e prospettive, Trento, 1967
[4] Dal Monego R., Il ciclo di vita dell’impresa cooperativa, in: “La cooperazione trentina”, n.9, Trento, 1990, p.18.
[5] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative agro-alimentari: il caso Val di Non, relatore: prof. Molteni M., Tesi di Laurea, a. acc.: 1994-95, p.16.
[6] Pisano A., Marri R., La Val di Non …, cit., p. 1158.
[7] Per dati più specifici vedi le tabelle dell’Allegato 5.
[8] C.C.I.A.A. di Trento, Magazzini frutta in Provincia di Trento, Trento, agosto 1980.
[9] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta in Provincia di Trento, Situazione e prospettive, Trento, giugno 1967.
[10] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta …, cit., pp. 22, 23.
[11] Parteli A., Tendenze evolutive delle strutture per la commercializzazione ortofrutticola in Provincia di Trento, Tesi di Laurea, Relatore: Bonato, a. acc.: 1968-69, p.73.
[12] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta …, cit., p. 15.
[13] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta …, cit., pp. 28 – 34.
[14] Zanon V., Indagine di mercato sulla Renetta del Canada, Trento, 1965, p. 59.
[15] Zanon V., Indagine di mercato sulla Renetta del Canada, cit, p. 59.
[16] Zanon V., Indagine di mercato sulla Renetta del Canada, cit, p. 60-61.
[17] Nervi P., La problematica delle strutture di produzione e di commercializzazione della frutticoltura trentina, in: "Economia Trentina", n. 2, 1966, p. 6.
[18] Comitato Ortofrutticolo Provinciale, La frutticoltura trentina e le celle ad atmosfera controllata: situazione e prospettive, in: «Economia trentina», Trento, n. 1, 1967, p. 33.
[19] Nervi P., La problematica delle strutture di produzione e di commercializzazione della frutticoltura trentina, in: "Economia Trentina", n. 2, 1966, p. 10.
[20] Zanon V., Indagine di mercato sulla Renetta del Canada, cit, p. 62.
[21] Zanon V., Indagine di mercato sulla Renetta del Canada, cit, p. 62.
[22] Probabilmente cessarono l’attività molti magazzini aziendali di piccole dimensioni che vennero utilizzati per altri scopi, in particolare per ricoverare i mezzi meccanici e le svariate attrezzature agricole.
[23] Pisano A., Marri R., La Val di Non …, cit., p. 1157.
[24] Leonardi Alberto., Andamento dei costi e ricavi …, Cit., p. 37.
[25] Il primo presidente della società fu Andrea de Stanchina, che per 15 anni era stato presidente del Consiglio d'Amministrazione dell'Istituto agrario di S. Michele all'Adige (1927 - 1942) (Giacomoni F., L'Istituto agrario di S. Michele all'Adige, S. Michele all'Adige, 1994, p. 249). Fu senz'altro un importante stimolo per gli agricoltori di Livo e del Mezzalone che lo elessero presidente della società per ben 20 anni consecutivi. Nelle relazioni del consiglio di amministrazione allegate ai verbali di chiusura del bilancio si possono riscontrare numerosi temi che diventarono oggetto di discussione in Val di Non, più tardi, solo negli anni Ottanta. In particolare, già negli anni Sessanta riteneva indispensabili forme di collegamento con altri magazzini cooperativi affinché potessero aiutarsi reciprocamente nell'assicurare al mercato la regolarità della forniture. Inoltre riteneva importante che la società cooperativa fosse vettore delle nuove tecniche colturali e che fosse di stimolo alla crescita professionale degli agricoltori della zona.
[26] S.C.A.F., festa per i 50 anni, in:”L’Adige”, 17 dicembre 2001, p.43.
[27] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta …, cit., p. 34.
[28] Micheli P., Cagnò, cit., p. 327.
[29] Informazioni raccolte dalla testimonianza orale dell’ex-presidente della Co.F.C.A., il signor Silvio Chini.
[30] C.C.I.A.A. di Trento, I magazzini frutta …, cit., p. 34.
[31] Nel 1999 il Consorzio Melinda commercializzava circa il 94% di tutta la produzione realizzata in Val di Non: precisamente 3.027.027 quintali sul totale di 3.190.155 quintali. (fonte: Il Consorzio Melinda, in: "Denominazione di Origine Protetta - mele Val di Non", "2000, tab. 1, p.2; Provincia Autonoma di Trento, Annuario Statistico della Provincia di Trento, Trento, 2000).
[32] Dal Monego R., Il ciclo di vita dell’impresa cooperativa, in: “La cooperazione trentina”, n.9, Trento, 1990, p.18.
[33] Comitato ortofrutticolo provinciale, La frutticoltura trentina e le celle …, cit., p. 28.
[34] Notevoli e frequenti furono infatti le imitazioni con ricorsi da parte del Con.Co.Pr.A., fino a denuncie e a diffide contro ditte poco serie.
[35] Dal Monego R., Il ciclo di vita dell’impresa cooperativa, in: “La cooperazione trentina”, n.9, Trento, 1990, p.18.
[36] Dal Monego R., Il ciclo di vita dell’impresa cooperativa, in: “La cooperazione trentina”, n.9, Trento, 1990, p. 18.
[37] Dal Rì M., Strategie di sviluppo delle imprese cooperative…, cit., p.24.
[38] Vedi Appendice 7 - “Prezzi e quantità di mele prodotte negli ultimi cinquanta anni in Trentino e in Val di Non”.
[39] Rossini M., Scelte e sfide per i difficili mercati di domani, in: "MondoApot", n. 13, dicembre 1997, pp. 1 - 2
[40] Rossini M., La forza del gruppo, in: "MondoApot", n.12 ottobre 1997, pp. 1 - 2
[41] fonte: Il consorzio Melinda, in: "Denominazione di origine protetta - mele Val di Non", 2000, p. 2.
[42] Ormai sono numerosi i siti Internet riguardanti organizzazioni di produttori nei vari stati sia per le mele sia altri frutti di ampio consumo (arachidi, ananas, banane, ed altri) a cominciare dagli Stati Uniti dove la comunicazione tramite web è operante in modo massiccio da tanto tempo.
[43] Magnani E. ,Co.Ce.A. dalla fusione allo sviluppo, in “Melinda Val di Non”, scheda n. 15, dicembre 2001, p. 6.